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Berlioz, unico vero romantico

Liberal Fondazione
di Pietro Gallina

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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cop14n3Un prezioso volumetto che si definisce nel sottotitolo «una lettura», ma che è soprattutto un condensato e ricco saggio che analizza le maggiori opere del musicista francese Hector Berlioz (1803-1869). Il libro, scritto da Guido Zacca-gnini, autentica rivelazione della musicologia italiana, è di circa 120 pagine che si leggono tutte d’un fiato. Perché ha il pregio di soddisfare gli appassionati di musica «classica» ma serve anche - colmo di rimandi, note, citazioni e analisi com’è - a chi voglia appro-fondire la conoscenza di Berlioz. Il titolo prende spunto da una composizione di Berlioz stesso, Harold en Italie (da Child Harold’s Pilgrimage di Byron). L’autore ci introduce nel mondo di Berlioz illuminandoci sull’impresa musicale ed estetica più temeraria dell’Ottocento: il sovvertimento di tutti i parametri compositivi, ottenuti con determinazione e tenacia soprattutto in merito alla rivoluzione sonora liberatrice del timbro, senza tralasciare gli apporti decisamente nuovi riguardanti la ritmica, la dinamica e la personalissima melodia. A pagare il prezzo di una tale sorprendente innovazione, secondo la maggioranza delle critica, sono la forma delle sue opere e l’armonia. La forma/genere non si decide mai a essere completamente e strettamente sinfonica o dramma lirico puro; l’armonia perde la sua funzionalità classica e si inasprisce a favore del timbro pur con scatti di modernità nelle continue dissonanze selvagge o per le mancate canoniche risoluzioni: ma anche questo finisce per diventare un marchio stilistico originale. Berlioz vive nell’epoca romantica, ma non è un romantico, si grida ai quattro venti. Eppure se il concetto di romantico non si collegasse solo al banale sentimento, ma secondo le interpretazioni che ne dettero Schiller, Goethe, Novalis, Jean Paul e Hof-fmann, si dovrebbe paradossalmente rilevare che Berlioz è l’unico vero romantico: l’orrido, lo spaventoso, lo straordinario, il fantastico, il diabolico, l’allucinato sono i loro termini che sembrano appartenergli completamente. Certo parrebbe più essere un outsider o perfino un «inattuale» rispetto al suo tempo, giacché egli crea l’effetto, la spettacolarità, gli impasti orchestrali irruenti, le allucinazioni strumentali provocate ai limiti dei registri e tutto al fine di conquistare il pubblico: è prefigurato già Hollywood, ove kolossal & kitsch devono avere diritto di rappresentazione. Il suono trionfante e militaresco dei suoi ottoni, delle percussioni, rimanda invece, in barba a molta critica, alla figura romantica dell’eroe; come lo era stato poco prima il mito supremo dell’epopea francese: Napoleone, innovatore nella strategia della guerra e nella conduzione del potere. Non si dimentichi che Berlioz bambino, fino ai dodici anni, deve essersi imbevuto delle gesta mitiche del suo condottiero - cosciente o incosciente che ne fosse - anche se il Berlioz maturo avrebbe poi indicato la Germania come patria elettiva. Alla stregua di un generale voleva spesso schierate all’aperto, come armate sui campi di battaglia, le sue orchestre gigantesche: la Grande Messe non fu scritta per un eroe della Patria? Berlioz è stato anche definito decadente per aver introdotto il genere di musica a «programma» e il concetto di «idea fissa» collegata ai personaggi, quasi un’anticipazione del leitmotiv di Wagner, suo ammiratore. Resta comunque ancora il solo autore che abbia tradotto in musica in modo sublime il dramma di Roméo et Jiuliette: qui è un Berlioz più privato, meno pompier.
Un libro pregevolissimo, di quella qualità intensa e profonda diventata sempre più rara.

Guido Zaccagnini, Hector en Italie - Una lettura di Berlioz, Pendragon, 123 pagine, 12 euro
 

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