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Economia in libertà: la ricetta di Tremonti

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Giulio Tremonti è sicuramente un personaggio scomodo. Da politico e da accademico. Appartiene a una razza piuttosto rara nell'italico zoo superaffollato di gattopardi e camaleonti, che entrano-escono dai loro sepolcri imbiancati, in base a meschini calcoli di convenienza elettorale, troppo spesso facendo confusione fra interessi personali e del Paese. Riprova, questo «libretto», 111 pagine in tutto. Solo un professore «un po' matto» può avere il coraggio di scrivere cose del genere e metterle in circolazione alla vigilia di elezioni in cui «per eresia» potrebbe giocarsi una poltronissima ministeriale; fors'anche qualcosa in più se è vero che il «Giulio delle Montagne» (valtellinese, quindi scarpe grosse e cervello fino, come s'usa dire dalle sue parti), non perde occasione per farsi nemici. Basti pensare al duello col ringhiante mastino Antonio Fazio che sognava di sbranarlo. Gli avessimo prestato ascolto, la credibilità dell'Italia non avrebbe pagato un prezzo altissimo! Ma veniamo al libro dal titolo sferzante: Rischi fatali. Sia per l'Italia che per l'Europa. Siamo «vecchi» e non vogliamo rendercene conto, incalza Tremonti. Ragionamento lineare, partendo da un'eloquente immagine: l'Europa come un «Giardino delle delizie» coltivato con cura (e presunzione) da secoli. D'un tratto, una tempesta di portata storica (la globalizzazione), rompe i vetri, facendo intravvedere uno scenario in cui riemergono povertà e miseria.
Spiega Tremonti che i «giardinieri dell'Europa politica» hanno perso i contatti con la realtà. Non si sono resi conto dell'impatto derivante dalla caduta del Muro di Berlino (1989); ancora meno della nascita del Wto, l'organizzazione del commercio mondiale che fa cadere il «Muro di Pechino». Affermazione dal micidiale impatto per chi è in grado d'intendere: «Non è l'Europa che è entrata nella globalizzazione, è la globalizzazione che è entrata in Europa. Cogliendola impreparata». Credevamo (con l'eccezione della Gran Bretagna, che ha subito ripreso le distanze, «allargando» la Manica e «restringendo» l'Atlantico), di disporre di un modello di società, e ci siamo trovati fra le mani un giocattolo rotto. Può persino accadere che la saggezza popolare sia più avanti dei politici. Quale altro significato dare al rigetto franco-olandese della pseudo Nuova Costituzione, al generale scontento per una frettolosa introduzione dell'euro? Magistrale il capitoletto (da pag. 49) dedicato alle tecnocrazie europee. Dall'agricoltura ai servizi alla finanza, questi saccenti pretendono di regolare tutto, senza accorgersi che incanagliendosi con la curvatura delle banane, il diametro delle ciliegie, le ossessionanti etichettature non si va da alcuna parte. Eccetto una: la castrazione dell'imprenditorialità. Fenomeno che in Italia presenta notevole rilevanza, come dimostra la fuga nel sommerso, nell'evasione fiscale.
Sbagliato, tuttavia pensare a un Tremonti dal cupo pessimismo. Dipinti a tinte forti i «rischi fatali» con la grinta dell'economista, più apprezzato al di là delle Alpi che nella palude di Roma-capitale, emerge alla fine il politico. Coraggioso e presbite. In «sette punti», indica una serie di misure per risalire la china. In particolare sostenendo che occorre attrarre capitali esteri, emettere Eurobond per finanziare opere ciclopiche, spostare il prelievo fiscale dalle persone ai consumi. Infine, la «provocazione» (parola sua): «L'Europa, tanto a livello di singoli Stati quanto a livello aggregato, è soffocata da un eccesso di regole. Il nodo di Gordio non si scioglie, si taglia (...) Prevedendo che in Europa per cinque anni ogni iniziativa economica è libera, escluso ciò che è vietato dalla legge penale». Proclama elettorale? Lo fosse, si merita un applauso.
Giulio Tremonti, Rischi fatali. L'Europa vecchia, la Cina, il mercatismo suicida: come reagire, Mondadori, 111 pagine, 15,00 euro
 

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