
In questo spazio abbiamo specialmente indicato quei libri del Novecento italiano di grande importanza che non erano mai stati ripubblicati. Ci siamo anche rallegrati, invece, quando certe significative ristampe venivano realizzate dai nostri editori (un caso per tutti: la ristampa dei libri di Romano Bilenchi nella Bur). Oggi possiamo indicare con soddisfazione un esempio fuori della norma per l’importanza che è stata data giustamente a una ristampa. Si tratta di L’uomo della novità di Giulio Cattaneo. Il libro è stato scritto da Cattaneo nel ’67 e apparve presso Garzanti. Ora l’editore è tra i più prestigiosi del nostro tempo cioè Adelphi, e bisogna anche segnalare che il libro di Cattaneo ha suggerito un bellissimo articolo di Pietro Citati, grande critico di letteratura, uscito su Repubblica del 21 maggio u.s.., e non bisogna sottovalutare la bella recensione di Lorenzo Mondo uscita su «Tutti libri» della Stampa del 24 agosto u.s.. Chi sia Cattaneo è certamente noto a tutti: ha scritto libri di narrativa di grande interesse e ne citiamo uno per tutti Insonnia del 1984, ed è stato anche autore di biografie ideate da lui con grande originalità anche narrativa come Il gran lombardo del ’91 dedicato a Carlo Emilio Gadda e, appunto, L’uomo della novità.
Citati osserva che «Cattaneo ha il vero dono del ritrattista. Con pochi, rapidissimi tratti, rievoca il paesaggio toscano, l’ambiente storico». «L’uomo della novità» è stato Ferdinando Tartaglia: un sacerdote venuto in conflitto con la sua Chiesa, sostenendo la necessità di una «tramutazione» completa, perché le promesse del Vangelo non erano state mai mantenute e dunque «Dio aveva rifiutato la più grande aspirazione dell’uomo». Negli anni immediatamente successivi alla guerra, a Firenze Don Tartaglia ebbe un periodo di grande notorietà e di grande attività: interessò un gruppo di studenti universitari del quale faceva parte Cattaneo che stettero intorno a lui in quel periodo, e anche forze politiche estreme, anarchici, radicali, comunisti, cattolici di sinistra lo seguirono un po’ sperando che la predicazione di Tartaglia potesse danneggiare i cattolici della Democrazia Cristiana, che poi nel ’48 ebbe la maggioranza dei voti popolari.
Tartaglia era un affascinante oratore, conservatore, e scriveva con grande ispirazione: Cattaneo ha buon gioco a riportare bellissime citazioni dai testi di Tartaglia: ha lasciato «circa settemila poesie e altrettante pagine che trattano di argomenti di carattere filosofico, religioso, politico, scientifico, estetico». (A tutto questo materiale ha rivolto la sua attenzione l’editore Adelphi che ha già pubblicato un volumetto di Tartaglia, per la verità un poco deludente: Tesi per la fine del problema di Dio).
Il panorama fiorentino è descritto da Cattaneo con molta evidenza: rinasce in lui la vocazione ironica che sa trasformare certi personaggi in macchiette: una Firenze tumultuosa nell’immediato dopoguerra, indicando o accennando a certi personaggi del momento come Della Volpe, Casella, Garin, Capitini, l’amato De Robertis e altri ancora.
Presto venne la delusione, Don Tartaglia fu a poco a poco abbandonato dalle forze politiche, gli ultimi fedeli furono quegli studenti di cui si è detto, e così si ritirò completamente dalla vita pubblica. A seguito di molti ripensamenti rientrò in Chiesa ottenendo nel 1987 - un anno prima della morte - la revoca della scomunica. Mirabile la sua indicazione relativa ai funerali religiosi che chiese con grande fermezza.