Oggi, all'alba del Terzo Millennio, il servizio pubblico radiotelevisivo continua a essere per il nostro Paese un'esigenza ineliminabile. Questo non vuol dire andare contro una tendenza inarrestabile di cambiamento che proviene da un mondo delle comunicazioni in continua evoluzione. Non si può dimenticare che la televisione o è globale, e sa cioè confrontarsi con la dimensione planetaria, o non è. Non tanto in funzione di una concorrenza diretta, anche perché permane comunque il filtro linguistico, quanto per la presenza degli altri Paesi, di cui non si può non tener conto. C'è da dire però che l'allargamento dei confini di riferimento della televisione e la concorrenza creatasi con le reti commerciali non ha portato a una crescita della qualità. Ciò è avvenuto soprattutto perché è stata la televisione commerciale a trarre spunti e insegnamenti da quella pubblica e non viceversa, come a volte si tende a dire. Si è arrivati così a una situazione nella quale esistono due realtà, una commerciale e una pubblica, praticamente omologate. Non trovo elegante citarmi, ma sono costretto a farlo: i quasi dieci anni di direzione generale della Rai, in un periodo peraltro cruciale del confronto con la tv commerciale, mi obbligano a ricorrere a questa involontaria digressione su me stesso. Durante la mia direzione per la prima volta la Rai ha affrontato la concorrenza della televisione commerciale. In altre parole non è rimasta a guardare di fronte all'emorragia di ascolti che si stava verificando. Ma, si badi bene, non è mai venuta meno alla sua vocazione naturale, al suo scopo principale: essere servizio pubblico per i cittadini. E lo ha fatto rimanendo nel solco tracciato negli anni cinquanta e sessanta, nei decenni durante i quali fare servizio pubblico voleva dire, per esempio, insegnare l'italiano agli italiani. Non dimentichiamoci che nel Mezzogiorno, l'indice di analfabetismo, superava spesso il 50%. Nessuno, qualunque sia il suo orientamento politico e culturale, ricorda quegli anni senza una qualche forma di nostalgia. La Rai oggi ha la possibilità, mutatis mutandis, di rilanciare quell'esperienza? Io credo di sì, se si dà seguito a una seria ristrutturazione interna. E quando si ristruttura un palazzo, volendone mantenere le caratteristiche esterne, si demolisce completamente l'interno e si ridefinisce completamente la pianta, tenendo in piedi solo la facciata esterna. Ecco credo che quest'esempio sia particolarmente calzante.
Per capire la crisi di credibilità che la Rai sta attraversando in questo periodo basta far riferimento a quel che si usava dire fino agli anni ottanta: «lo ha detto la televisione», come per dire che una notizia era credibile. Ora il concetto si è ribaltato: «se lo dice la televisione...», come per dire che una notizia è da verificare. Mi pare che il cambiamento sia abbastanza eloquente. Ecco perché occorrono nuove basi sulle quali costruire il futuro e recuperare la credibilità perduta. Credo che l'aiuto non debba venire dalla politica. I politici fanno i loro interessi, giustamente. Seguendo le loro indicazioni la Rai pende da una parte un anno e dall'altra l'anno dopo. Così scade la qualità e l'offerta dei programmi. In altre parole si dilapida un patrimonio acquisito nei decenni precedenti. La ristrutturazione dell'azienda deve partire dall'iniziativa degli operatori. La Rai così come è oggi non può andare avanti. Ultimamente si era intravisto un progetto che sembrava andare nella direzione giusta: la creazione di una holding. Ma purtroppo chi lo portava avanti, Pierluigi Celli, si è perso per strada. Credo che la scelta della holding sia quella giusta. È la mia esperienza nella Stet che mi rafforza in questa convinzione. Quando presiedevo la Stet ero a capo proprio di una holding, la quale controllava decine di società, tutte o quasi in attivo. Il modello Stet era osservato anche all'estero come un esempio di una efficiente società a controllo pubblico, tanto da sbarcare a Wall Street. Perché non applicare questa struttura societaria alla Rai? È inutile dividersi per mesi sulla scelta amletica, una, due, tre reti. La cosa più urgente e giusta è mettere a punto il progetto di ristrutturazione. Se il progetto è valido qualunque soluzione potrà essere presa in considerazione. Anche il problema della privatizzazione ritengo non debba essere enfatizzato. Anche in questo caso voglio richiamare l'esempio della Stet: nonostante il controllo pubblico, durante la mia gestione la quota privata arrivò fino al 49%. Nello stesso periodo France telecom e Deutsche telekom avevano una quota privata del 7%. Eppure noi eravamo visti come il monopolista statale e loro come gli innovatori che privatizzavano! Comunque il vero nodo da sciogliere per il futuro della Rai è il duopolio. Ogni decisione presa sulla Rai si riflette come in uno specchio su Mediaset. Si deve avviare una seria riflessione sul servizio pubblico, il quale non tradendo la sua vocazione naturale dovrà necessariamente ristrutturarsi. Questo non vuol dire che occorra inventare alcunché. Io sono un giornalista. Ebbene, ciò che valeva nel 1950 per il buon giornalismo continua a valere anche oggi. Lo stesso si può dire per il servizio pubblico. Non credo si debba guardare all'estero, prendendo a esempio questo o quel modello. Ogni Paese ha le sue tradizioni e le sue esigenze. Non dimentichiamoci che nei decenni passati eravamo noi, era la Rai, a essere presa a esempio. Tanto che oggi gli altri servizi pubblici europei sono andati avanti proprio seguendo il nostro percorso. Purtroppo la Rai non si è evoluta altrettanto. Regna una grande confusione sugli obiettivi da perseguire. Si è ossessionati dall'audience e ciò penalizza i palinsesti. Io personalmente sento solo persone che si lamentano e mi dicono: perché non si trasmettono più le commedie di De Filippo? Perché non si mandano più in onda concerti di musica classica? Chi lo deve fare? Mediaset o altre reti commerciali? Certamente no. Queste sono tipiche prerogative del servizio pubblico, che dovrebbe svolgere così una funzione educativa. Un'educazione con la E maiuscola, che vuol dire per esempio evitare di trasmettere alle sei del pomeriggio immagini di persone che fanno l'amore. O ancora evitare il turpiloquio. Lasciamo agli altri questo «monopolio». Non capisco affatto la posizione espressa dal presidente Zaccaria in difesa di Celentano. È un'esperienza già vissuta. Celentano fece una trasmissione durante la mia direzione. Bastò fargli sottoscrivere un decalogo di comportamento. E non si parli a sproposito di censura. La censura è una cosa seria, non c'entra nulla con l'esigenza di tutelare i telespettatori dalla maleducazione e dal turpiloquio. Un altro problema che si ripropone periodicamente è quello della pubblicità e del canone. Vogliamo abolire la pubblicità? Aboliamola. O ancora si vuole abolire il canone? Benissimo. Lo proposi nel 1986. Ma chi si è opposto con tutte le proprie forze? La concorrenza. La verità è che il canone non serve alla Rai, serve soprattutto alla tv commerciale per mantenere la quota di mercato pubblicitario. Riportare in equilibrio il rapporto tra risorse disponibili e i riscontri di mercato, di pubblico, di qualità dell'offerta televisiva. Una sproporzione che continui a penalizzare il servizio pubblico non è solo un danno per la Rai: è una distorsione per l'intero sistema della comunicazione.
Certamente uno degli aspetti prioritari sui quali si dovrebbe intervenire è quello legislativo. La legge così come è oggi: «i consiglieri d'amministrazione sono nominati dai presidenti di Camera dei Deputati e Senato della Repubblica», ha fatto il suo tempo. Ricordo che qualche anno fa dall'allora presidente della commissione di vigilanza arrivò una proposta molto sensata che purtroppo non ha avuto seguito: la nomina dei consiglieri d'amministrazione che a loro volta eleggano il presidente dovrebbe arrivare dall'azionista, cioè dall'Iri. Credo che un sistema del genere garantirebbe di più l'autonomia dell'azienda e porterebbe a nomine più orientate all'opportunità e alla compatibilità professionale che non alla spartizione tra partiti di maggioranza e d'opposizione. Qualcuno si chiederà ma chi controlla? Non si alimenterebbe una logica troppo aziendalista, a discapito della funzione pubblica della Rai? Credo di no. Sono convinto comunque della necessità di mantenere un controllo sul servizio pubblico radiotelevisivo. Ma non inteso come controllo della politica sulla Rai e i suoi dirigenti. Ma al contrario un controllo dei cittadini utenti attraverso i loro rappresentanti deputati e senatori. Quando si dice: la politica ha troppo potere sulla Rai, non capisco cosa si voglia dire. Il problema è che oggi si hanno troppi vincoli e dunque nessun vincolo. Comunque tutto potrebbe essere ricondotto a un semplice principio di responsabilità personale. Chi va a ricoprire un ruolo di dirigente o di direttore di telegiornale dovrebbe dimostrare in quel momento tutta al sua professionalità. Beh, a me pare che sia una corsa a dimostrare la bravura a obbedire. E la cosa paradossale è che spesso nessuno ha ordito complotti o preordinato una trasmissione in un certo senso. Insomma, in conclusione si potrebbe dire che il «caso Rai» è irrisolvibile, ma nello stesso tempo di facile soluzione. Ogni problema trova nell'esperienza vissuta in questo mezzo secolo alle spalle una possibile soluzione, ma non v'è dubbio che per affrontare la sfida delle nuove tecnologie ci vogliono idee e fantasia. In altre parole ogni persona che abbia un ruolo di responsabilità, dal presidente al programmista regista, dovrebbe ritrovare l'orgoglio di ricoprire il proprio ruolo dando ogni giorno qualcosa all'azienda: solo così la Rai si potrà salvare. Ora è a terra, quando si è a terra risollevarsi è la cosa più difficile.
Biagio Agnes è stato direttore generale della Rai dal 1982 al 1990