Ormai di fatto leggo quasi solo letteratura americana. Non lo faccio per partito preso, o in conseguenza di chissà quale teoria, ma solo perché mi viene naturale. Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma devono essere eccezioni importanti. Dall’Eu-ropa accetto sul mio tavolo solo libri importanti, dall’America accetto anche libri sbagliati. Questo perché, soprattutto da un anno (11 settembre 2001) a questa parte, sono diventato più americano di prima. Non che sia filoamericano, semplicemente sono americano. Le mie giornate fanno i conti con l’America assai più di prima. Del resto, da mezzo secolo noi guardiamo l’Europa con occhi americani. E, anche se amiamo Proust e Joyce, non c’è dubbio che Hemingway ci è più familiare. La sua chiave di lettura, più cinematografica che ideologica, ha vinto. Forse per questo cresce di anno in anno, in me - ma anche in molti altri - la necessità di sapere come l’America si guarda. E leggo libri nei quali l’America si racconta (da DeLillo a Franzen, da McCarthy a Richler, da Philip Roth a Pynchon, da Potok a Bellow). Per capire me stesso.
Ho riletto il mese scorso due romanzi americani degli anni Sessanta, In principio di Chaim Potok (già recensito qui) e Herzog di Saul Bellow. E, con mia stessa sorpresa, ho scoperto che il romanzo del grande, compianto Potok (morto alla fine dello scorso luglio) regge alla prova degli anni ben più dell’opera del Nobel ’76, da molti considerato il massimo scrittore vivente. Si è molto riparlato di Bellow lo scorso anno, quando la fortuna di La versione di Barney di Mordecai Richler aveva richiamato - trattandosi di due scrittori di origine ebraica - molti paragoni tra i due. Richler è bravo, si diceva, ma mai come Bellow. L’idea narrativa di Herzog è senza dubbio eccellente: è il diario mentale - uno stream of consciousness ben ingabbiato nel recinto di una robusta Terza Persona - di Moses Herzog, ex-intellettuale di prestigio scaricato da moglie e amici, che rifiuta il lavoro intellettuale inteso come carriera (tutto è carriera, ormai, nella NY degli anni Sessanta) e si ritira nella sua vecchia casa di campagna, in mezzo ai topi e alle canne di jucca, a redigere tra sé e sé, tra sobbalzi della memoria e lettere mai spedite, la grande opera che manca all’umanità e di cui solo una mente completamente libera può garantire la riuscita.
Questa l’idea: per parlare di questo mondo occorre starne fuori, rifiutarne lo stritolamento. Bella idea, ma segnata dalle ideologie del tempo, sulle quali Bellow non riesce a innalzarsi con una scrittura a tenuta stagna. Così l’uscita dal mondo, il rifiuto delle sovrastrutture ecc. sa molto di marxismo all’americana, e tutto il romanzo si incanala ben presto nei modelli di un’utopia yankee post-kennediana: quella bizzarra speranza che accese la Guerra Fredda di un calore oggi difficilmente comprensibile, forse mai veramente studiato: quello, per intenderci, che creò l’icona Khruscev-Kennedy-Papa Giovanni. Il testo risulta interessante più per le stratificazioni lasciate dalle ideologie del tempo che per la temperatura narrativa. Che è poi quella che vince in un romanzo. Insomma, questi grandi autoritratti, che l’America affida periodicamente ai suoi scrittori (ultimo in ordine di tempo Le correzioni di Franzen) sono minacciati spesso dalla deteriorabilità dei materiali con cui sono fatti: idee, mode, tic, costumi, abiti mentali. Mantenere il passato nel presente è la scommessa di queste opere spesso mirabili. Una scommessa che può essere vinta solo dalla qualità delle domande che lo scrittore si pone. Proporsi di fare un ritratto, sia pure dell’America, è ancora una domanda troppo piccola.
Saul Bellow, Herzog, Monda-dori, 532 pagine, 7,80 euro