È un problema aperto in tutta Europa quello dei servizi pubblici televisivi. In Inghilterra come in Francia, in Germania come in Spagna - sia pure con prospettive diverse - i governi e l'opposizione ma soprattutto l'opinione pubblica si chiede cosa deve fare oggi il servizio pubblico televisivo di più e di diverso dalla televisione commerciale, per leggittimare in modo certo e strategico la sua esistenza. Anche da noi il tema è centrale. Nell'era della convergenza del digitale terrestre e della multimedialità interattiva, il «che fare» della Rai è una questione nazionale che qualunque governo non potrà eludere. E allora prima di provare a delineare qualche concreto scenario e far proposte per definire il ruolo della Rai in questo nuovo contesto, può esser utile fare un passo indietro. Intanto è necessario provare a definire il mai definito concetto di servizio pubblico. Oggi, nessuno si azzarda per davvero a definirne i contorni, meglio lasciarlo nella sua vaghezza e «usarlo» a seconda dei «venti e degli eventi». Eppure il servizio pubblico può e deve ancora giocare un ruolo decisivo nel futuro delle comunicazioni purché sia chiara la sua missione. Purché sia chiaro che il servizio pubblico non è una realtà immobile, definitiva una volta per tutte, fuori dal tempo, ma deve soprattutto essere un'idea guida in grado di trasformarsi nel corso degli anni, in rapporto ai contesti nazionali in cui è nato e a quelli internazionali con i quali oggi si deve confrontare. Terminata la prima fase, quella della fornitura di informazione, educazione e intrattenimento in regime di monopolio, realizzata con significativi successi (l'unificazione del Paese intorno alla sua lingua, la rilettura in chiave popolare e sceneggiata di quasi tutta la letteratura significative dell'ottocento e del novecento, la promozione della cultura, dell'informazione, del reportage come strumento della sprovincializzazione del telespettatore, eccetera), la Rai ha affrontato meno bene e con minor chiarezza strategica e capacità di progetto - anche se con le debite eccezioni - la sfida degli anni '80 e '90, cioè quella della concorrenza con la televisione commerciale.
Purtroppo in quegli anni, la lunga mancanza di una legge di settore, ha in parte indotto e in parte giustificato la scelta della Rai, miope sul piano strategico di essere solo «diga» contro Mediaset e la sua crescita impietosa. E mentre Mediaset interpretava una domanda reale del «sistema-Paese» di crescere più in fretta attraverso gli investimenti pubblicitari, la Rai, con la sua scelta di contendere al concorrente solo quote di mercato e risorse pubblicitarie senza sviluppare contemporaneamente un progetto editoriale nuovo (e fare di conseguenza i necessari investimeni in risorse umane), ha finito per inseguire un modello di programmazione fondato sull'omologazione invece che sulla diversità e quindi ha perso gran parte della sua legittimità. Tanto che oggi la sua legittimazione come servizio pubblico è affidata a un contratto di servizio dai contenuti incerti e ai sopravvissuti programmi del filone educational che altro non sono che dei fragili alibi che non giustificano certo nè il canone nel suo insieme, nè rispondono alla richiesta sempre più forte che viene da Bruxelles di sapere, attraverso la contabilità separata, che fine fanno realmente i soldi del canone. Il nuovo scenario tecnologico mondiale delle telecomunicazioni e i rapidi processi di globalizzazione dell'industrua dell'audiovisivo impongono ora, se non si vuole perdere una risorsa come il servizio pubblico (e nessuno lo vuole), un ripensamento radicale del concetto. Dicevamo del dibattito che sul tema del servizio pubblico attravesa l'Europa. Bene. Due concetti che molto dinamicamente attraversano questo dibattito possono essere le linee guida che caratterizzano il nuovo spirito del servizio pubblico anche in Italia. Il primo, come è noto, si ispira al principio inglese del «pluralismo regolato» che porta a creare una cornice istituzionale che pur favorendo i network privati riconosce che, lasciato a se stesso, il mercato da solo non assicura necessariamente la diversificazione e la pluralità nella sfera della comunicazione. È così forte e chiara questa consapevolezza in Inghilterra che neppure la signora Thatcher - sponsor di tuttte le privatizzazioni neoliberiste - ha mai pensato di toccare la Bbc.
In questo quadro istituzionale il compito del servizio pubblico è anche quello di lavorare molto nella direzione di assicurare una compensazione nell'offerta per eliminare il rischio della «frattura digitale» (a chi paga di più i progammi migliori, a chi meno - e sono i più - la spazzatura). La seconda, la più innovativa, è legata allo sviluppo del concetto di local. Nell'economia globalizzata infatti, l'esigenza di local, cioè di identita nazionale, è sempre più forte. In Francia col concetto dell' «eccezione culturale» applicato all'industria dell'audiovisivo, e con i severi vincoli di programmazione a favore della produzione di fiction nazionale ed europea imposte ai network privati, si è declinato lo stesso concetto inglese di «pluralismo regolato», elaborando per i prodotti leggi che favoriscono lo sviluppo nazionale dell'audiovisivo, in particolare della fiction con grande effetto sulla conservazione e lo sviluppo dell'identità nazionale.
Ecco, in questa direzione alla Rai non basta certo il «contratto di servizio» per rilegittimarsi, ma occorre uno sforzo di ripensamento del suo ruolo che parte da una riflessione che ha al centro il «prodotto», la sua evoluzione e le sue prospettive nell'era della globalizzazione e della convergenza multimediale. Questo significa che il «vantaggio competitivo» che le deriva dal canone, deve tradursi in qualità nella selezione e nella formazione cultural-professionale dei quadri (100.000 dipendenti per produrre in outsourcing l'80% di ciò che si trasmette sono una contraddizione insostenibile) nella elaborazione dei format non mondializzati e standardizzati, nella sperimentazione prolungata delle idee ritenute valide con una chiara scelta a favore della produzione. (Quasi nessuno dei programmi di successo di oggi in tutti i settori: la fiction seriale, l'informazione di approfondimento, l'intrattenimento di qualità sarebbero sopravvissuti con le regole della televisione commerciale della decapitazione immediata in uso oggi. Si sono sviluppati nel tempo grazie alla fiducia di chi li produceva e a una interpretazione corretta del ruolo di servizio pubblico).
È proprio il vantaggio competitivo dato dal canone che deve essere la marcia in più che permette/costringe a «tirare verso l'alto» il livello complessivo della programmazione televisiva sfruttando la possibilità di un giudizio differito del successo che il canone le consente. Qui sta la sua missione, la sua capacità di progettazione e la sua legittimità.Quindi più produzione: di fiction (siamo gli ultimi in Eruopa, 627 ore/anno contro le 1.800 della Germania, le 1.322 della Gran Bretagna le 1.199 della Spagna, ecc.) per raccontare e raccontarci. Più informazione, più documentari, meno format mondializzati di reality show, più sfruttamento della risorsa strategica della Rai, le teche. Meno pubblicità e più canone. E tanta ricerca nella direzione dei prodotti multimediali che saranno il futuro per chi produce prodotto. Basta pensare che per l'Umts sono stati spesi circa 40 mila milardi tra licenze e reti da costruire e 10 mila dovranno spendersene per i prodotti. Ma chi li farà se la Rai non fa della cultura multimediale nella progettazione dei prodotti un «asset» strategico della presenza sul mercato dei contenuti di qualità per l'immediato futuro? Perché una cosa è certa: in futuro o la Rai sarà una grande progettista/realizzatrice di contenuti di qualità per tutte le piattaforme della convergenza, o non sarà più. Al di là di tutte le buone intenzioni dichiarate.
Giovanni Minoli è stato direttore di Rai 2, dove ha curato e condotto il rotocalco Mixer, ed è stato direttore generale di Stream