Per la sinistra una delle maggiori colpe di Bettino Craxi fu il decreto del 20 ottobre 1984 con cui il leader socialista, presidente del Consiglio dall'agosto dell'anno precedente, cancellò le decisioni dei pretori di Roma, Torino e Pescara che avevano da qualche giorno oscurato le trasmissioni di Canale 5, Rete 4 e Italia 1. Quel decreto fu certamente un gesto di amicizia per Silvio Berlusconi. Ma tolse di mezzo gli ostacoli che impedivano all'Italia di avere una grande televisione privata. La colpa di Craxi, se mai, fu quella di permettere che la Rai, negli anni in cui la presidenza fu socialista, inseguisse la Fininvest sul suo stesso terreno e cercasse di conquistare l'audience con i mezzi e gli argomenti dei canali di Fininvest. Abbiamo da allora due reti gemelle: programmi d'intrattenimento, quiz, comici e ballerine, film, concerti rock, sfilate di moda, fiction televisiva. La Rai aveva, prima del 1984, una certa compassata e provinciale sobrietà. Per conquistare pubblicità e spettatori è divenuta da allora dialettale, vernacolare sguaiata. Questo non significa che tutto, nei programmi della Rai, sia mediocre e irrilevante. Basta accendere la televisione in certe ore della mattina, del pomeriggio o della tarda sera per constatare che la televisione pubblica può mettere in onda trasmissioni serie e interessanti sulla salute, la religione, la gastronomia, l'archeologia, la scienza, il turismo culturale e la storia dell'arte. Ma non appena l'orologio si avvicina a quello che tutti ormai chiamano spudoratamente prime time, lo schermo si riempie di zingare, pallottollieri, ballerine, cantanti e presentatori, probabilmente intelligenti, ma costretti dal copione a fare domande stupide a ospiti semianalfabeti. Personalmente ho smesso da un pezzo di guardare la Rai in quelle ore. Ma mi chiedo con quale animo tutto questo possa essere sopportato dagli onesti giornalisti e tecnici che la televisione di Stato ha allevato nel corso della sua storia. E continuo a meravigliarmi della infinita pazienza di cui gli italiani danno prova concorrendo a finanziare con i propri soldi questa indigeribile combinazione di spot e cattivo gusto.
I guasti prodotti dalla svolta della Rai sono considerevoli. L'Italia non legge libri e non compra giornali, ma passa una parte della sua giornata di fronte al piccolo schermo e trae dalla televisione gran parte delle informazioni, delle battute e dei luoghi comuni che circolano nei treni e nei bar della penisola. Siamo ciò che siamo anche perché qualcuno ci somministra dallo schermo le regole di un cattivo galateo. Non so quante persone guarderebbero i programmi di una televisione seria. Ma so che un canale pubblico potrebbe fornire al Paese uno standard di tono, stile e contenuti a cui gli italiani potrebbero ispirarsi. Che le televisioni commerciali siano piene di programmi ridanciani e scollacciati non mi sorprende e non mi scandalizza. Ma vorrei che gli italiani possedessero uno standard di riferimento e una scala del gusto su cui collocare le cose che vedono e che ascoltano. Per raggiungere questo modesto obiettivo la strada è quella suggerita da una sentenza dalla Corte costituzionale e da un referendum. Occorrerebbe vendere due canali della Rai e destinare il terzo all'informazione, alla cultura e all'intrattenimento di qualità. Continueremmo a pagare il canone, ma non saremmo più obbligati a vedere mediocri spettacoli intervallati da spot commerciali. É davvero così difficile privatizzare due terzi della Rai? Le vere difficoltà sono in buona parte inconfessabili. Il governo vuole controllare l'informazione.
I partiti vogliono disporre di una casa accogliente dove collocare i propri clienti e fiancheggiatori. Molti giornalisti e tecnici della Rai preferiscono la sicurezza e il lassismo del servizio pubblico ai rischi e ai rigori della gestione privata. Sono pessime ragioni che rendono il «danno Rai» ancora più grave. Non abbiamo soltanto cattivi programmi. Abbiamo anche, nello stesso pacchetto, interferenze governative, assunzioni clientelari e inammissibili pretese corporative. Il governo che privatizzerà due canali della Rai avrà reso al Paese un grande servizio.
Resta un altro problema: la qualità dell'informazione politica che verrà trasmessa dal canale unico della televisione pubblica. Sarà inevitabilmente, sostengono molti, una informazione di parte, obbediente agli interessi e alle direttive del governo. Ma tale convinzione riflette in realtà il cinico giudizio che gli italiani danno abitualmente di se stessi. Non credono all'obiettività dell'informazione perché ritengono che il Paese sia irrimediabilmente amorale, e sono quindi convinti che il direttore del telegiornale sarà in realtà un «portavoce». Forse. Ma se daranno un'occhiata ai notiziari della Bbc, della Cnn e di altre stazioni televisive, si accorgeranno che esiste uno stile distaccato e neutrale, vivace ed efficace con cui raccontare i fatti o moderare un dibattito politico. Nessuno, in Gran Bretagna, si attende che la Bbc attacchi il governo. Ma la scelta degli argomenti e l'equilibrio con cui vengono affrontati rendono la televisione pubblica inglese difficilmente criticabile. Perché questo accada, tuttavia, non bastano buoni giornalisti, desiderosi di conservare la loro indipendenza, e un governo privatizzatore.
Occorrono spettatori esigenti, desiderosi di notizie, allergici a qualsiasi forzatura partigiana, pronti ad ascoltare con attenzione le versioni discordanti di uno stesso avvenimento. Forse è una minoranza, ma abbastanza numerosa, soprattutto dopo le intemperanze dell'ultima campagna elettorale, per giustificare un canale pubblico, ricco di informazioni e libero da influenze governative. Avremmo così un modello di cui le altre televisioni dovrebbero tener conto. Se è davvero deciso a privatizzare, signor presidente del Consiglio, lo slogan potrebbe essere: «Una Rai più piccola per un Paese più informato».
Sergio Romano insegna Storia delle relazioni internazionali all'Università Bocconi di Milano