Robert Capa prima della televisione
di Renzo Foa
Attraverso una minuziosa indagine e numerose testimonianze ricostruita la vita
del grande fotografo per il quale l’immagine da cogliere veniva prima di se stesso
A leggere la sua vita, ora minuziosamente ricostruita da Alex Kershaw, Robert Capa era in primo luogo un instacabile uomo d’avventura. Né più né meno degli altri, da Hemingway a Steinbeck, che incontrò sulla sua strada. L’epoca, era nato a Budapest nel 1913, gli consentì di vivere nella stagione più drammatica e intensa del secolo. L’irrequietezza, la curiosità e un incredibile coraggio lo portarono quasi sempre in prima fila, lungo l’arco temporale e artistico che va dalla fotografia in cui ritrasse Leone Trotzkij durante un discorso a Copenaghen nel 1932 fino all’ultima missione, nel delta del Mekong quando fu ucciso, durante uno scontro tra francesi e vietminh, nel ‘54. Ma, soprattutto, senza di lui, senza questo ebreo cosmopolita - la cui vicenda è in qualche modo parallela a quella di Arthur Koestler - la storia delle immagini che hanno segnato la contemporaneità sarebbe molto diversa. Intanto la fotografia apparterrebbe al passato, sarebbe completamente schiacciata dalla televisione e dalla sua forza pervasiva. Invece, in una graduatoria immaginaria, accanto alla diretta dell’11 settembre o al piede di Armstrong sulla Luna o all’assassinio di Kennedy, c’è quell’icona universale che è «il miliziano colpito a morte», un istante colto sul fronte andaluso nel settembre del 1936 e ci sono i fanti del 116° reggimento che, fra le onde, puntano su Omaha Beach la mattina del 6 giugno del 1944, uno dei momenti cruciali del Ventesimo secolo. Per non parlare del vecchio siciliano che parla con il generale americano Teddy Roose-velt e dei volti entusiasti dei parigini che accolgono il generale Leclerc. Come dire che oggi mancherebbero alcuni dei simboli più significativi del nostro passato.
Ma non basta. Si può pensare anche al confronto con la scrittura. Non c’è una cronaca della seconda guerra mondiale, neanche quelle di Hemingway, che oggi siano più famigliari degli scatti di Capa. Così come quasi nessuno ricorda il diario di viaggio di Steinbeck nella Russia del 1947, mentre resta il lavoro del «fotografo più famoso del tempo» che era in missione con lui.
Prima della televisione, della forza emotiva e coinvolgente del suo racconto, c’era infatti lo scatto di un istante, c’era la capacità - o meglio l’arte - di coglierlo. E in quell’epoca di guerre, senza quei reporter dotati di Leica, l’informazione e quindi la cultura sarebbero state monche. Un’epoca in cui, come ha scritto Jean Lacouture, i fotografi «da solitari avventurieri sono diventati testimoni della realtà e combattenti della libertà». E Capa, nato con il nome di Emre Friedmann, ne fu l’indiscusso maestro.
La storia raccontata da Alex Kershaw, attraverso una minuziosa indagine, con la raccolta di molte testimonianze dirette, dice essenzialmente questo. Spiegando che quelle immagini non ci sarebbero state se chi le ha colte non lo avesse fatto non perché fosse un mestiere ma perché era un modo, il più attivo, di stare nel proprio tempo. In prima linea sui fronti spagnoli, nella prima ondata durante lo sbarco in Normandia, pronto a paracadutarsi su Roma se, nel settembre del ’43, ci fosse stata l’azione alleata sulla capitale e così via. Il contorno - solo curioso - è costituito dal racconto dell’irrequietezza di Capa: il gioco, l’alcool, gli amori - con la lunga e travolgente storia con Ingrid Bergman. Appunto il ritratto dell’uomo di avventura per il quale l’immagine da cogliere veniva prima di se stesso.
Alex Kershaw, Robert Capa, Rizzoli, 292 pagine, 17,50 euro