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L’“uomo intero” di Gramsci e di Bottai

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Bedeschi
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Nel suo bel libro Il Ventennio degli intellettuali. Cultura, politica, ideologia nell'Italia fascista, Giovanni Belardelli dedica acute osservazioni alla concezione gramsciana degli intellettuali (si veda il capit. VI: «L'intellettuale di Gramsci nel suo contesto»). L'interesse di queste pagine di Belardelli sta nel parallelo che egli traccia fra Gramsci e Bottai. A Gramsci, dice Belardelli, pur da una opposta sponda politica, la concezione del fascismo come «rivoluzione intellettuale», propria di Bottai e dei suoi collaboratori, doveva sembrare assai interessante. Il ministro fascista, infatti, mescolava consapevolmente elitismo e populismo, conformemente ai caratteri di fondo di un regime proiettato verso la conquista delle masse. Bottai per tutto il Ventennio ispirò la propria azione alla necessità di coinvolgere gli intellettuali nell'edificazione di una società totalitaria e di conquistare il consenso attraverso la costruzione di un'egemonia culturale.
L'azione svolta da Bottai non poteva non avere il più grande interesse per Gramsci. In una nota dei Quaderni del carcere, databile al 1933, egli scriveva (con palese riferimento tanto al regime fascista che a quello sovietico): «Nei Paesi dove esiste un partito unico e totalitario di governo [...] tale partito non ha più funzioni schiettamente politiche ma solo tecniche di propaganda, di polizia, di influsso morale e culturale. [...] In ogni caso è certo che in tali partiti le funzioni culturali predominano». Il problema di Gramsci (ma anche il problema di Bottai) era quello di far sì che l'individuo aderisse «liberamente» alla comunità totalitaria: si trattava, insomma, di «educare» o di plasmare le masse secondo i fini e i valori del regime totalitario, eliminando o rendendo minima la necessità della coercizione.
Di qui il positivo apprezzamento che nei Quaderni del carcere Gramsci esprime per due articoli (di Gherardo Casini e di Bruno Spampanato) apparsi sul numero del 1° gennaio 1933 di Critica fascista. In questi articoli gli autori polemizzavano contro gli esponenti della cultura tradizionale (gli Ojetti, i Panzini ecc.), i quali proclamavano un distacco assoluto tra spirito e politica, tra arte e vita. Nell'Italia fascista invece (scrivevano Casini e Spampanato), i legami tra l'individuo e la società dovevano essere strettissimi, sicché non poteva esserci distacco fra cultura e politica.
L'apprezzamento di Gramsci per posizioni di questo tipo era dovuto al fatto che egli condivideva l'avversione per l'intellettuale disimpegnato, al di sopra delle parti, non «organico» (nel senso che Gramsci dava a questa parola); e quindi sentiva come affine alla propria una concezione della politica che, finalizzata a creare «l'uomo intero» nell'ambito dello Stato totalitario, riservava un posto essenziale alla cultura concepita come strumento di creazione di valori etico-politici capaci di plasmare gli intellettuali grandi e piccoli, e - attraverso gli intellettuali - le masse.

Giovanni Belardelli, Il Ventennio degli intellettuali. Cultura, politica, ideologia nell'Italia fascista, Laterza, 308 pagine, 19,00 euro
 

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