
Nietzsche sostiene che «anche gli avversari» di Parmenide «soggiacquero alla seduzione del suo concetto dell’essere». Da parte mia rilevo che si può essere sedotti da qualcosa il cui senso più profondo sfugge a chi è sedotto. È quanto è accaduto a Parmenide e alla storia di Occidente. Popper, invece, pensando di essere tra i pochi a non essere stati sedotti da Parme-nide, crede che Parme-nide non solo sia stato capito, ma abbia anche sedotto perfino la maggior parte della fisica contemporanea, Einstein in testa. È la tesi riproposta da Paul Feyerabend nel suo ultimo libro, uscito postumo a cura della moglie Grazia Borrini Feyerabend (1999), Conquista dell’abbondanza. Per Feyerabend, Parme-nide, meglio di tutti coloro che gli sarebbero andati dietro, ha conquistato l’abbondanza dell’Essere, constringendola in una schema astratto che l’ha impoverita, obliata, vanificata. È strano che in questo libro eminentemente nietzschiano Nie-tzsche sia citato solo due volte e quasi per caso. Ma il discorso di Feyerabend è così intelligente che non è il caso di fargliene un rimprovero. Va invece sottolineato che in Feyerabend l’«ab-bondanza» è inseparabile dall’incessante innovazione e trasformazione dell’Essere. L’«abbondanza» è il divenire. Proprio perché il divenire non si acquieta mai in alcun definitivo punto di arrivo, il divenire è abbondante. Feyerabend sostiene di non voler sostenere alcuna tesi sul senso dell’essere. Ma non so che cosa resterebbe del suo discorso se egli rinunciasse alla tesi che l’Essere è divenire, sovrabbondanza, mutamento. Che l’Esse-re sia l’abbondanza del proprio divenire è, anche per Feyera-bend - come per l’intera cultura e civiltà dell’Occidente, e ormai di tutto il pianeta - l’evidenza originaria e assolutamente non smentibile. Le «astrazioni» con cui l’uomo si pone in relazione al divenire sono una «estrapolazione» delle cose dalla «totalità», e le «blocca» e le sfigura. Anche qui, le «astrazioni» di Feyera-bend corrispondono alle astrazioni e agli schemi di Nietzsche, che si presentano come «verità», ma che sono in effetti negazione della verità del divenire. Tutta-via, anche prima delle pagine che stiamo considerando, nel libro che Feyerabend ha continuato a riscrivere - Contro il metodo -, il «metodo» non è ap-punto lo schema, l’astrazione isolante, il blocco che rinchiude, frena, dissolve l’abbondanza del divenire. Che il divenire dell’«Essere» sia la dimensione fondamentale di questo libro - e di ogni forma della cultura contemporanea - è confermato anche dal carattere «creativo», trasformante, del conoscere e del comprendere umano: «comprendere una certa materia vuol dire trasformarla, staccarla dal suo habitat naturale e inserirla in un modello». L’«habitat naturale» è il divenire (giacché che cosa se non il divenire può essere «bloccato»?); ma è divenire anche la comprensione trasformatrice e isolante. Anche per Nietzsche gli schemi e i modelli sono forme della volontà di potenza (che tuttavia culmina in una figura - quella del superuomo - che, questa volta non trova udienza nel discorso di Feyerabend). Molto opportunamente Feyerabend è interessato a scoprire come mai «le idee che riducono l’abbondanza e svalutano l’esistenza umana possono divenire tanto potenti» - soprattutto l’idea della distinzione tra «apparenza» e «realtà». Ma anche nel discorso di Feyerabend viene lasciato in ombra il carattere inaggirabile della negazione dei modelli immutabili, la perentorietà, l’inevitabilità di questa negazione - ossia ciò per cui la filosofia contemporanea consegna definitivamente all’impensabile la tradizione della civiltà occidentale. Sì che anche queste belle pagine assumono spesso il tono della proposta senza pretese, dell’opinione intelligente, che però, quasi sempre accade, non sa discernere nel sottosuolo essenziale del nostro tempo - il sottosuolo che custodisce la potenza invincibile con cui il presente spinge al tramonto il passato.
Paul Feyerabend, Conquista dell’abbondanza, Raffaello Cortina Editore, 350 pagine, 27,50 euro