
Siamo debitori a María Zambrano (1904-1991) di alcune tra le più penetranti pagine sul destino dell’uomo occidentale che mai siano state scritte nel corso del Novecento. Eppure solo a tratti l’attenzione degli addetti ai lavori si concentra su questa particolarissima voce della filosofia spagnola, su questa pensatrice difficile da ascrivere a uno schieramento culturale, esempio raro di intellettuale ribelle a ogni forma di dogmatismo (materialistico e anche clericale), custode lucidissima della coscienza storica europea, di quella storia frutto dell’incontro tra antichità e cristianesimo che è entrata in crisi quando ha introiettato principi a essa estranei, come la categoria di «snascita» (traduzione di desnacer, parola di nuovo conio che significa creare a rovescio, distruggere per rifare). Discepola di Ortega y Gasset e influenzata dall’ascetismo tragico di Miguel de Unamuno, la Zambrano non fu attivista di alcun partito politico e se accettò di spendersi per il governo repubblicano sulla soglia degli anni Trenta lo fece solo per risollevare la Spagna dalla demoralizzazione subentrata dopo la crisi della politica estera. Della Zambrano è ora possibile consultare in italiano la fondamentale quanto essenziale prima opera, Orizzonte del liberalismo, pubblicata nel 1930. Il libretto si occupa di politica in senso forte, mostrando come sia impossibile un’attività pubblica svincolata da una qualsivoglia concezione dell’uomo; ma attenzione: una concezione autentica matura nel dialogo con la realtà, mentre le teorie sociali spesso inglobano e cristallizzano le passioni. La Zambrano ha una concezione vivissima della realtà, la vede in perenne movimento, in stato di creazione continua; ragione per cui intende come conservatore ogni tentativo di applicazione aprioristica alla società di formule (è l’esito del comunismo russo) mentre, viceversa, considera rivoluzionario il tentativo che parte dalla vita, dal sentire originale dell’esistenza. Il concetto di rivoluzione è sottratto all’ideologia politica e restituito alla natura delle cose e delle società che si muovono, che si riformano ininterrottamente. Sul piano del pensiero politico si confrontano, nell’opera, le due posizioni destinate a segnare l’epoca contemporanea, la religione della masse e la religione dell’individuo. Il liberalismo, fondato sull’esaltazione dei diritti del singolo, ha rappresentato la grande alternativa alla massificazione delle persone, ma non sempre è stato all’altezza del suo compito e anziché coniugarsi con l’ideale positivo di libertà ha preferito abbracciare la soluzione kantiana, dove la libertà è sinonimo di autonomia, di separazione del soggetto dai legami sociali e trascendenti. Un nuovo liberalismo politico, questo il giudizio dell’autrice, dovrà invece fondarsi sulla valorizzazione dell’uomo così com’è, sulla sua struttura di essere dipendente, determinata dai «conflitti del vivere quotidiano, gli ambiti del cuore, le domande sulla sorte individuale». Di conseguenza, il liberalismo di domani, che per noi è l’oggi, sarà autentica proposta politica a condizione di dare corpo a quelle esperienze di unità tra uomini (le chiama «organizzazioni superindividuali») che danno senso alla storia. La chiave interpretativa del piccolo ma prezioso libro è tutta qui, nella volontà di riallacciare la politica all’intuizione viva della realtà e di purificare il liberalismo dalle sue incrostazioni individualistiche più sterili, per riconsegnarlo da protagonista al movimento reale della storia. Una lezione che nel contesto europeo odierno torna di grande attualità.
María Zambrano, Orizzonte del liberalismo, Selene, 124 pagine, 10,89 euro