New York. «La globalizzazione non esiste. Oppure, se preferite, è sempre esistita. Quindi sarebbe ora di mettere da parte tutti questi discorsi su come governarla e sulla nuova architettura mondiale dell'economia. Lasciamo lavorare il mercato e le cose si metterano per il verso giusto». Milton Friedman ha deciso di aprire il secolo con una provocazione, sorridendo dell'affanno con cui alcuni suoi colleghi, e alcuni politici, cercano di mettere le briglie a un animale che per definizione non può essere domato.La storia di Friedman è un po' la storia del secolo che si è appena concluso, non solo dal punto di vista economico. Milton infatti nacque il 31 luglio del 1912 a Brooklyn, da genitori ebrei fuggiti negli Stati Uniti.
Oggi il loro Paese di origine si chiama Berehovo e sta in Ucraina, ma durante la sua esistenza ha cambiato padrone secondo i capricci della storia, passando dalle mani dei nazisti a quelle dei sovietici. È un caso, secondo Friedman, che quella terra straziata e contesa abbia potuto consentire a un suo figlio di diventare l'economista più influente della nostra epoca, così come fu un caso il suo incontro con la moglie Rose, ebrea scappata dalla Russia dopo un avventuroso passaggio in Polonia.
Ma come ogni buona sintesi della vita umana, Milton non è solo un simbolo delle follie che durante il secolo scorso hanno attraversato l'Europa. La sua esistenza, infatti, è anche uno dei molti esempi attraverso cui si spiega e si racconta il sogno americano, realizzato nell'era definita come il secolo americano. Infatti a Brooklyn, e poi in New Jersey, il padre si arrangiava dentro un negozietto, per tirare avanti la sua famiglia. E quando Milton riuscì ad arrivare alla Rutgers University, dovette accettare un posto da cameriere in un ristorante, per riuscire a far quadrare i conti alla fine del mese: «Stavamo uscendo dalla Grande depressione - racconta - e quindi non c'erano troppi soldi. L'accordo era che io servivo ai tavoli durante il pranzo e in cambio ricevevo un pasto gratis. La fine del mio turno, però, coincideva quasi con l'ora d'inizio di un corso che avevo deciso di frequentare e quindi dovevo ingozzarmi come una furia per riscuotere il mio salario. È strano come la vita lasci certi segni, perché da allora in poi non ho mai smesso di mangiare di corsa, anche ora che avrei tutto il tempo per farlo con calma». Quello studente cameriere sarebbe riuscito a prendere il dottorato alla Columbia University di New York e poi all'Università di Chicago, vincere il premio Nobel per l'economia nel 1976 e diventare il consigliere di due presidenti degli Stati Uniti e di parecchi altri capi di governo in giro per il mondo. Negli ultimi anni l'ho incontrato diverse volte per raccogliere i suoi giudizi, le sue analisi e i suoi racconti, che uso anche in questa intervista, frutto di un recente colloquio con lui e occasione di una riflessione più ampia sul secolo di cui egli è uno dei grandi personaggi.
Il giornale Washington Post ha pubblicato un editoriale in cui diceva che il secolo scorso, cominciato sotto l'influenza economica di John Maynard Keynes, si è chiuso sotto quella di Milton Friedman. Il «friedmanismo», secondo il Post, è diventato ormai un patrimonio universale, scalzando il keynesianismo. Magari qualche politico discute ancora le sfumature della dottrina del professore di Chicago, che nel frattempo è andato a vivere in California, ma le fondamenta del monetarismo sono state gettate ovunque, e quasi tutti le considerano con rispetto. Si sente davvero il trionfatore del secolo, sul piano economico?
Nella retorica forse, ma nella pratica no. Durante gli ultimi anni c'è stato un grande spostamento nei toni del dibattito, e tutti sembrano essere favorevoli a ridurre le dimensioni dello Stato, lasciare il mercato libero di agire, e usare la quantità di moneta circolante come strumento per accelerare o frenare l'economia. Ma sono chiacchiere. La sostanza degli atti dei governi è ben diversa, e lo dimostrano Paesi come il Giappone, dove i politici lanciano una politica keynesiana dopo l'altra. Anche in America, del resto, la vittoria è solo retorica. Le dimensioni dello Stato, infatti, sono aumentate durante gli ultimi anni e non so predire quando vedremo dei veri mutamenti di sostanza.
Il successo del «friedmanismo», insomma, è ancora un falso storico?
In realtà tutti i cambiamenti profondi devono essere preceduti da una fase di mutamento nella retorica. La storia ci ha insegnato che le novità economiche non si impongono mai di colpo. Per influenzare davvero il comportamento dei governi serve tempo, e il processo di trasformazione viene messo in moto prima di tutto dai cambiamenti nella retorica. Il socialismo, ad esempio, dominava il dibattito economico europeo già all'inizio di questo secolo, quando venne fondata la Fabian Society. Ma le prime forme di socialismo pratico, Urss a parte, le abbiamo viste comparire in Gran Bretagna soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dunque sono serviti quasi cinquant'anni, prima che la retorica si trasformasse in azione. Lo spostamento della discussione verso i temi che io ho sempre sostenuto è cominciato con la caduta del muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica: da allora sono passati poco più di dieci anni e quindi avremo bisogno ancora di parecchio tempo prima di capire se il mutamento è autentico o se si tratta solo di chiacchiere.
Proviamo a procedere con ordine. Durante la Grande Depressione lei era un ragazzo e stava cominciando la sua carriera universitaria. Poi però ha avuto la possibilità di studiare quello che forse è stato l'evento economico più traumatico del secolo scorso e ha dato la colpa soprattutto alla Federal reserve, incapace di usare bene gli strumenti della politica monetaria. Altri analisti, però, non credono che la Banca centrale americana abbia avuto tanta responsabilità nella Grande depressione, e distribuiscono i rimproveri, citando in generale i limiti del capitalismo.
Questo dibattito conferma il fatto che certe idee non sono ancora state digerite completamente. Negli anni trenta, gli economisti erano convinti che la politica monetaria fosse come un laccio: potevi usarlo per stringere e frenare, ma non per spingere e accelerare. La Federal reserve strozzò la circolazione della moneta e in questo modo contribuì a rendere drammatica la crisi, che altrimenti sarebbe stata superabile senza tanti danni. Oggi molti hanno capito che la politica monetaria si può usare non solo per frenare l'inflazione, ma anche per alimentare i consumi e la crescita, e quindi per tirare e per spingere. Nella pratica, però, c'è ancora chi non accetta questo consiglio. La dimostrazione più lampante è quella del Giappone che, dopo aver dato l'impressione di essere pronto a dominare il pianeta, è precipitato in una crisi lunga anni, capace di danneggiare un'intera regione del mondo. Le banche giapponesi sanno benissimo cosa dovrebbero fare per stimolare la circolazione della moneta, accettando un momentaneo aumento dei prezzi in cambio della ripresa economica. Però non si fidano e stanno ferme, arrendendosi piuttosto alle politiche keynesiane del governo. Il risultato è che Tokio da anni non riesce a rialzare la testa.
Lei stesso, però, ha avuto bisogno di tempo per convincersi. Nella sua autobiografia Two Lucky People, pubblicata da poco insieme a sua moglie Rose, lei dice di essersi sorpreso rileggendo le note di una testimonianza sulle condizioni dell'economia negli Stati Uniti, offerta al Congresso nel 1942. Quel discorso, infatti, era pieno di riferimenti keynesiani e non c'era neppure una riga dedicata all'importanza della moneta. Quando e come è avvenuta la conversione?
La conversione in realtà non c'è mai stata. La trasformazione delle mie idee è stata frutto di un processo progressivo e non è accaduta di colpo. Alla fine degli anni Cinquanta, però, la mia posizione era già chiara, e il libro Capitalism and Freedom che pubblicai nel 1962 racchiude ancora l'essenza delle mie teorie. Quanto a quella testimonianza del 1942, non so dirvi perché fosse così keynesiana. Probabilmente riflettevo il clima culturale di quell'epoca. Allora, del resto, mi occupavo soprattutto di statistica e quindi non avevo fatto abbastanza lavoro per muovermi verso i miei nuovi indirizzi.
Durante gli anni sessanta cominciò il suo coinvolgimento nella politica, con la collaborazione alla campagna elettorale di Barry Goldwater, candidato del Partito repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti. Il suo ingresso nello studio ovale della Casa Bianca, però, lo fece con Richard Nixon. Ci può raccontare come nacque questo rapporto, con il presidente forse più discusso nella storia del Paese?
Il primo incontro con Nixon lo ebbi quando era ancora presidente Eisenhower. Allen Wallis, un mio amico, era l'assistente speciale del capo della Casa Bianca, incaricato di lavorare con la Commissione per la stabilità dei prezzi e la crescita economica, guidata proprio dall'allora vice presidente Nixon. Non mi ricordo l'occasione dell'appuntamento, ma ricordo che ebbi un'impressione positiva. Nixon sembrava un uomo intelligente, disposto alla discussione intellettuale e personalmente gradevole. In quegli stessi anni lui sviluppò un rapporto di grande stima con Arthur Burns, mio ex professore, che ricopriva il ruolo di capo del Consiglio economico di Eisenhower. Quando nel 1968 Nixon lanciò la sua campagna presidenziale, chiese a Burns di guidare un gruppo che avrebbe dovuto consigliarlo sul piano economico, studiando anche i programmi da attuare in vista della possibile elezione. Burns mi reclutò e insieme chiamammo anche George Shultz, che poi sarebbe diventato segretario di Stato con Reagan. In questo modo cominciò la mia collaborazione diretta con Nixon.
All'inizio, dunque, sembrava una prospettiva interessante.
Senza dubbio. Ma purtroppo mi dovetti ricredere abbastanza presto. Dopo la vittoria nelle presidenziali, Nixon aveva stabilito il suo quartier generale provvisorio al Pierre Hotel di New York, dove andai a trovarlo per presentargli l'idea a cui avevo lavorato personalmente. Si trattava di una «Proposta per risolvere il problema della bilancia dei pagamenti americana», in cui suggerivo di approfittare dei primi giorni della nuova amministrazione per lasciar fluttuare il dollaro e liberarlo dal Gold standard, ossia l'impegno a convertire la moneta americana in oro, al prezzo fisso di trentacinque dollari per oncia. Nixon non mi diede ascolto. Ma poco tempo dopo, la richiesta britannica di rispettare il Gold standard lo mise con le spalle al muro. Quindi il 15 agosto del 1971, in condizioni ben più avverse di quando io gli avevo suggerito di agire, il presidente dovette cedere.
Secondo lei quella decisione, per aprire una parentesi sul presente, avrebbe dovuto significare anche la fine del sistema di Bretton Woods, e quindi la chiusura del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Questa sua convinzione resta valida anche oggi, con le crisi economiche che negli anni scorsi abbiamo visto esplodere in Asia, Russia e Brasile?
È ancora più valida. Il Fondo monetario internazionale venne creato al vertice di Bretton Woods con uno scopo preciso: garantire la stabilità dei cambi fissi. Una volta presa la decisione di abbandonare il Gold standard, i cambi fissi non esistevano più e quindi la sua funzione si era esaurita. Purtroppo, però, la storia ci ha insegnato che non esistono istituzioni più eterne delle grandi burocrazie, soprattutto se sono agenzie internazionali che sfuggono al controllo di un solo Paese. Quindi dal 1971 in poi, il Fondo non ha fatto altro che cercare nuovi compiti, per giustificare la sua sopravvivenza. Alla fine ha scelto di trasformarsi in agenzia di prestiti da ultima risorsa per i governi in crisi, e lungo la strada di questa trasformazione ha lasciato i cadaveri di molti disastri, che continua a provocare anche oggi.
Torneremo sulle crisi economiche internazionali e il ruolo dell'Fmi. Ma ora riprendiamo il filo del discorso su Nixon. C'è qualcosa che salva di quegli anni passati alla Casa Bianca?
Senza dubbio. Il progetto di cui sono più orgoglioso è quello che portò alla fine della leva militare e alla costituzione di un esercito di professionisti. Io ero assolutamente contrario alla leva, perché la consideravo una privazione del diritto di scelta del cittadino. Insieme ad altri, suggerii a Nixon di eliminarla e lui costituì una commissione per studiare il problema. In genere queste commissioni finiscono nel nulla e servono soprattutto ad accantonare i temi scottanti. La guerra del Vietnam, però, aveva reso troppo importante la questione della leva e quindi noi riuscimmo a portare a termine il nostro lavoro. Lo scambio più acceso lo ebbi proprio con il generale Westmoreland, comandante supremo delle truppe americane in Indocina. Durante una testimonianza disse che era contrario al nostro progetto, perché non voleva comandare un'armata di mercenari. Io lo interruppi e gli chiesi se preferiva comandare un'armata di schiavi. Lui rispose che non voleva sentir apostrofare i nostri patriottici soldati precettati come schiavi e io ribattei che non volevo sentir apostrofare i nostri patriottici volontari come mercenari. Westmoreland smise di parlare in quei toni e il 20 febbraio del 1970 noi completammo la nostra inchiesta. Il 27 gennaio del 1973 la leva venne abolita e gli Stati Uniti cominciarono a costruire un esercito professionale.
Nel 1973 Nixon era già stato eletto per il suo secondo mandato e il Washington Post stava cominciando a fare le prime rivelazioni sullo scandalo Watergate. Come ha vissuto lei quel dramma nazionale?
Dal mio punto di vista, Nixon ha fatto molto più male al Paese imponendo il controllo dei prezzi e dei salari nel 1971, che non con il Watergate. Quella decisione, infatti, fu presa in contemporanea con l'abolizione del Gold standard, perché era molto popolare. In sostanza serviva a mascherare la fine della conversione del dollaro, unendola a un provvedimento sbagliato di carattere interno. Sul piano economico, era una scelta che danneggiava il Paese. Sul piano politico, invece, mi fece capire che Nixon era pronto a sacrificare il bene pubblico, per garantire il suo vantaggio personale. Un altro episodio simile era avvenuto nel 1971, durante un incontro nello studio ovale. Da tempo il presidente stava facendo pressioni su Burns, affinché la Federal reserve abbassasse più rapidamente il costo del denaro. Le elezioni del 1972 infatti si stavano avvicinando e Nixon voleva che l'economia cominciasse a espandersi più velocemente, per favorire la sua vittoria. Io gli feci notare che un drastico aumento della moneta in circolazione non era desiderabile, perché avrebbe provocato un forte rialzo dell'inflazione. Lui mi rispose così: ci preoccuperemo di questo problema quando arriverà.
Ha avuto un chiarimento con Nixon, dopo il Watergate?
Ci siamo incontrati una volta, ma non abbiamo fatto una discussione molto profonda. Io ero un netto sostenitore di Nixon nel 1968, e un po' meno nel 1972, anche se lo votai lo stesso. A questo punto devo confessare di non essere sicuro che quel sostegno fosse giustificato. Pochi presidenti avevano dimostrato tanta intelligenza e pochi erano arrivati così vicini alla mia idea di gestione del governo: i risultati però sono stati molto inferiori alla retorica. In teoria Nixon era favorevole a uno Stato più piccolo e meno intrusivo, ma alla fine del suo mandato la spesa pubblica era rimasta invariata. L'esplosione della nuova attività regolativa del governo, poi, ebbe origine proprio durante la sua amministrazione e fra il 1968 e il 1974 il numero delle pagine dei regolamenti federali crebbe da 20 mila a 46 mila. La sua eredità è complessa come la sua personalità. Era un uomo intensamente privato, quasi timido, eppure visse tutta la sua esistenza in pubblico. Era ambizioso e pronto a sacrificare i suoi principi per ottenere vantaggi politici, ma sulla scena internazionale fu capace di decisioni molto coraggiose. Io non sono mai riuscito a unirmi al gruppo di chi odia Nixon. Piuttosto rimpiango il fatto che il suo talento non venne mai usato davvero e compatisco la tragedia personale a cui si è sottoposto per un eccesso di ambizione.
All'epoca in cui Nixon aveva lasciato la Casa Bianca, lei era tornato all'università di Chicago. E nel 1975 avvenne un altro episodio controverso della sua carriera: il viaggio nel Cile di Pinochet.
Ho cercato di chiarire questa vicenda in varie occasioni e ci proverò ancora. Io non sono mai stato un consigliere di Pinochet e della sua giunta e non condivido i sistemi autoritari che utilizzò. Il mio coinvolgimento con il Cile si limita a una visita di sei giorni, che feci nel marzo del 1975, su invito di un'organizzazione privata che si chiamava il Banco Hipotecario. Andai nel Paese sudamericano, feci alcune conferenze in diverse università e poi ebbi un solo incontro con Pinochet e alcuni membri del suo governo. Lui mi chiese di dargli dei suggerimenti per risolvere i problemi economici del Cile e io gli spedii una nota. Tutto qui.
E la vicenda dei famosi «Chicago boys»?
Da molti anni l'Università di Chicago aveva un programma di scambi culturali con l'Università Cattolica del Cile, sponsorizzato dallo stesso governo americano. Una volta tornati in patria, alcuni studenti cileni che avevano seguito le mie lezioni ricevettero importanti incarichi nel governo e di fatto scrissero il programma per il risanamento del Paese. Sul piano economico io condivido i provvedimenti che proposero, ma non ero io a gestirli.
Comunque questa collaborazione diretta o indiretta col regime di Pinochet le ha provocato parecchi guai. Per anni le manifestazioni di protesta l'hanno seguita dovunque andava, compresa la cerimonia per la consegna del premio Nobel. E diversi studiosi di altre discipline l'hanno attaccata in pubblico. Se potesse tornare indietro, non eviterebbe di dare consigli a Pinochet?
Assolutamente no. Io faccio l'economista e considero la mia professione un'attività tecnica, come quella del medico. Se Pinochet avesse chiamato un dottore perché stava male, il medico non si sarebbe potuto rifiutare di curarlo. Io non condividevo i metodi autoritari della giunta e durante i pochi giorni passati in Cile feci anche alcuni discorsi sulla fragilità della libertà. Questo però non significa che avrei dovuto negare dei suggerimenti tecnici a un Paese in difficoltà. In due occasioni, io sono stato ospite anche del governo cinese e mi sono incontrato di persona con il segretario del partito comunista, Zhao Ziyang. Credo che nessuno possa accusarmi di essere comunista e sono contrario alle privazioni della libertà imposte dal governo di Pechino ai suoi cittadini. Però come tecnico diedi i miei consigli anche ai cinesi e per ironia della sorte erano esattamente gli stessi che avevo suggerito a Pinochet: fermare l'inflazione controllando il flusso della moneta, liberare i prezzi, privatizzare le attività economiche dello Stato ed eliminare i controlli sul cambio.
Ma aiutare un regime che privava i cittadini della loro libertà non significava essere complice?
Direi di no, ma comunque guardiamo al problema nel lungo termine. Secondo me il governo di Allende stava trasformando il Cile in un Paese comunista e questo avrebbe provocato il collasso economico, con gravi conseguenze per la popolazione. Pinochet ha usato dei metodi che non condivido, ma ora non è più al potere. Il Cile invece possiede un'economia solida e questo è un vantaggio per tutti. Non è un vantaggio che bilancia le sofferenze di chi ha perso la vita, ma è un fattore.
Quindi cosa pensa della disputa ancora in corso sull'ex dittatore cileno? Dovrebbe essere processato oppure no?
L'arresto di Pinochet in Gran Bretagna era sbagliato, a meno che non siamo pronti a processare anche altri personaggi come Fidel Castro.
La polemica sul Cile la inseguì anche in Svezia, dove nel 1976 andò a ritirare il premio Nobel per l'economia. Aldilà delle proteste, però, ci pensò lei stesso a rendere elettrica l'atmosfera. Infatti quando le comunicarono che aveva ottenuto il più prestigioso riconoscimento intellettuale del mondo, lei si trovava a Detroit, per promuovere un'iniziativa finalizzata a ridurre le spese governative: un giornalista le chiese cosa provava e lei rispose che non considerava il Nobel come il picco della sua carriera. Perché lanciò quella provocazione?
Non volevo sminuire il premio, che andando in Svezia ho imparato a capire meglio. Però volevo dire che se avessi dovuto nominare un gruppo di persone a cui far valutare il lavoro della mia esistenza, probabilmente non avrei scelto quelle che formavano la commissione del Nobel. Non è una mancanza di rispetto, ma un fatto. Le persone che assegnano il premio non possono essere le migliori al mondo nel giudizio della medicina, della fisica e della chimica e io avrei tenuto di più al giudizio di altri studiosi.
Quindi il Nobel è sopravvalutato?
Non voglio arrivare a tanto, però di sicuro viene visto in una maniera distorta. Agli occhi dell'opinione pubblica, chiunque lo vince diventa un esperto autorizzato ad aprire bocca praticamente su tutto. Dopo aver ottenuto il Nobel ho ricevuto le domande più improbabili, compresa la richiesta di definire il valore di alcuni cimeli della presidenza Kennedy. Onestamente mi sembra un'esagerazione.
Dopo aver ottenuto il Nobel, lei rimase fuori dalla Casa Bianca ancora per quattro anni. Poi Ronald Reagan vinse le elezioni e la scelse come consigliere economico, avviando la vera affermazione delle sue idee. Come era nato questo rapporto di collaborazione?
La prima volta che incontrai Reagan fu nel 1967, quando io ero visiting professor all'University of California di Los Angeles, e lui stava cominciando il suo mandato come governatore di quello Stato. Parlammo soprattutto di istruzione e mi fece piacere capire che era interessato a una riforma profonda dell'università. Lui infatti voleva aumentare le tasse di iscrizione, per non penalizzare chi pagava le imposte statali e non andava all'università. Nello stesso tempo voleva accrescere il potere di scelta dei genitori. Tutti temi che io condividevo. Parlammo a lungo, ma poi ci ritrovammo a lavorare insieme solo nel 1973, quando Reagan decise di proporre un referendum per diminuire le spese dello Stato della California. Nel dicembre del 1972 io ero stato operato al cuore, ma lui mi chiese se potevo accompagnarlo nella campagna per il referendum. Siccome mi sentivo abbastanza bene, salii sopra il suo aereo e partii. Fu un'esperienza indimenticabile e fu anche l'occasione che mi permise di conoscerlo a fondo. Infatti quando nel 1980 Reagan avviò la sua fortunata campagna presidenziale, mi chiese di entrare nella commissione presieduta da George Shultz, futuro segretario di Stato, che doveva preparare i programmi economici. La sera delle elezioni la passai con mia moglie Rose proprio a casa di Shultz e la Bbc ci chiamò per un'intervista. Nello studio londinese c'era l'ex premier conservatore britannico Edward Heath, chiaramente scocciato per la vittoria di Reagan, come lo era stato per quella di Margaret Thatcher. Nei primi tempi, in realtà, fra i conservatori ci fu molta resistenza al reaganismo.
Una persona che lei ha accusato di aver frenato e poi bloccato queste politiche è George Bush padre, vice presidente e poi successore di Reagan alla Casa Bianca.
Io credo che aver scelto Bush come vice sia stato il peggior errore di Reagan, non solo nella campagna elettorale, ma nella sua intera presidenza. Bush era sempre stato refrattario al reaganismo e durante i nostri incontri sui temi economici non diceva mai nulla di significativo. Quando poi conquistò la Casa Bianca, si adoperò per cancellare gli otto anni precedenti. Il mio candidato favorito alla vice presidenza era Donald Rumsfeld. Se Reagan lo avesse scelto, Rumsfeld sarebbe diventato presidente, e ci avrebbe risparmiato il triste periodo legato ai nomi di Bush e Clinton.
I primi anni di lavoro con Reagan, però, furono pieni di soddisfazioni per lei.
Su suggerimento di Martin Andersen, suo consigliere di politica interna, subito dopo l'elezione Reagan formò il President's economic policy advisory board, il famoso Pepab che avrebbe influenzato le decisioni economiche del governo. All'inizio il responsabile di questa struttura era Shultz, sostituito poi dal presidente di Citibank Walter Wriston. Io ne facevo parte, insieme a personaggi come Alan Greenspan, Arthur Laffer e Arthur Burns.
Perché il lavoro di questa struttura fu così importante?
In quel periodo gli Stati Uniti erano colpiti ancora dall'inflazione e quindi il capo della Casa Bianca doveva decidere come rispondere. Le possibilità erano due: avviare un trattamento shock per ridurre drasticamente il costo della vita, oppure continuare a galleggiare. La prima ipotesi aveva il vantaggio di promettere i risultati più importanti nel lungo periodo, ma nei primi anni avrebbe provocato recessione, disoccupazione, e instabilità sociale. La seconda ipotesi era più conveniente nel breve termine, ma avrebbe danneggiato il Paese in modo molto grave. All'interno della Casa Bianca, in pratica, c'erano due fazioni: da una parte noi del Pepab, che favorivamo la cura shock ed eravamo contrari a qualsiasi aumento delle tasse e, dall'altra, alcuni consiglieri e membri del governo come Don Regan e James Baker, più sensibili alle reazioni politiche che stavano montando contro il trattamento drastico. Alla fine Reagan decise di percorrere la via più difficile, cioè quella della cura shock e io credo che fra i presidenti di questo secolo solo Franklin Delano Roosevelt avrebbe avuto il coraggio di fare altrettanto.
Come andò l'applicazione del trattamento drastico contro l'inflazione che voi favorivate?
L'abitudine della Casa Bianca, come aveva dimostrato anche Nixon, era quella di fare pressioni sulla Fed per ottenere un calo del costo del denaro, non appena la disoccupazione dava l'impressione di salire. Reagan invece rifiutò di piegarsi e incoraggiò Paul Volker a continuare la politica del rigore per spezzare la schiena all'inflazione. Come previsto, nel 1981 e nel 1982 ci fu una forte recessione, che fece crollare gli indici di gradimento del presidente. Reagan però resse e alla fine del 1982 si capì che aveva avuto ragione. L'inflazione fu ridotta della metà e, quando la Fed iniziò ad abbassare il costo del denaro, l'economia cominciò una ripresa solida e duratura. Nel 1984, forte anche di questo successo, Reagan venne rieletto a valanga.
Da quel momento in poi, però, le cose cambiarono.
Purtroppo sì. Il secondo mandato fu dominato da questioni non economiche, come la vicenda Iran-contras. Il Pepab cominciò a riunirsi sempre meno, incidendo poco sulla politica nazionale. Reagan, del resto, aveva impostato la campagna elettorale del 1984 sul sentimento di soddisfazione della gente, e quindi ritornò alla Casa Bianca senza i programmi rivoluzionari del primo mandato.
Anche lui, dunque, alla fine l'ha delusa?
No, nei suoi confronti non ho i sentimenti misti che provo verso Nixon. Le mie grandi aspettative del 1980, quando pensavo che la presidenza Reagan avrebbe davvero cominciato una nuova era di riduzione del peso dello Stato, vennero frustrate, ma non a causa delle sue scelte. Durante quegli anni, infatti, l'inflazione e la disoccupazione scesero in maniera netta, per la volontà del presidente di applicare politiche monetarie restrittive. Inoltre anche il volume delle regolamentazioni federali diminuì in modo consistente.
Eppure alla fine della doppia presidenza Reagan le spese dello Stato erano aumentate, in parte a causa dei forti investimenti nel settore militare, provocando la creazione di un vasto debito pubblico.
Questa è la versione che ci siamo abituati a sentire, ma è sbagliata. Reagan non potè ridurre le tasse e le spese del governo come avrebbe voluto, perché i suoi avversari democratici avevano la maggioranza in Congresso, e quindi lo frenarono sul piano legislativo. Però era riuscito comunque ad avviare questo processo, che avrebbe potuto ricevere una forte accelerazione dopo la fine della guerra fredda, se Bush non avesse cancellato la cosiddetta «reaganomics».
Le spese militari di quegli anni, compreso il progetto per le «guerre stellari», servirono anche ad accelerare il confronto con l'Unione Sovietica. Mentre lei era alla Casa Bianca con Reagan, aveva la sensazione che fosse cominciato il confronto finale con il comunismo?
Già in alcuni discorsi del 1961 Reagan aveva promesso che avrebbe fatto sparire il comunismo, come un «capitolo bizzarro della storia umana». Però prevedere i tempi era davvero impossibile. Io sono sempre stato certo che il comunismo avrebbe finito per crollare, perché lo ritenevo un sistema economico e politico inumano e inefficiente. Inoltre la sua sopravvivenza era difficile dal punto di vista pratico, perché era chiaro che non poteva reggere la concorrenza e il confronto ravvicinato dei Paesi capitalistici. Quando Reagan andò al potere, però, l'Unione Sovietica era in condizione di sopravvivere almeno altri venti o trent'anni. Le sue politiche economiche e soprattutto le sue sfide lanciate sul piano militare hanno determinato il crollo e lo hanno accelerato.
Come lei stesso ha ricordato, in passato il governo cinese l'ha invitata a visitare il Paese e a suggerire soluzioni per lo sviluppo economico della Repubblica popolare, che viene considerata come il mercato più importante del nuovo secolo. Lei ritiene che Pechino sia destinata a seguire la stessa strada di Mosca, abbandonando il comunismo?
La situazione è differente, perché le autorità cinesi hanno avviato da tempo una cauta trasformazione, che punta a potenziare l'economia, senza mettere in discussione il sistema politico. La concorrenza di Hong Kong e Taiwan sta avendo sulla Repubblica popolare lo stesso effetto che per l'Europa orientale ebbe la vicinanza con i Paesi del blocco occidentale, ma i mutamenti continuano a essere soprattutto economici. Alla lunga io penso che questo genere di liberalizzazione finirà per portare anche quella politica, però temo che il controllo autoritario da parte del governo continuerà ancora per un periodo consistente.
La Cina, con i suoi tassi di cambio controllati dal governo, è riuscita a tenersi fuori dalla crisi che ha colpito l'Asia tre anni fa. In pochi mesi, però, la malattia ha contagiato anche la Russia e il Brasile, spargendo ovunque il timore che la nuova economia globale sia incontrollabile. Chi ha la responsabilità di queste crisi e come si possono prevenire rischi del genere in futuro?
Le colpe delle crisi ricadono sui singoli Paesi colpiti, che hanno adottato politiche economiche irresponsabili. Quindi anche la soluzione sta nelle mani dei singoli Stati: nessun aiuto esterno li può salvare, se i loro governi non prendono i provvedimenti giusti che ormai tutti conoscono. Il Giappone, ad esempio, dovrebbe aumentare il flusso di moneta, e invece continua a fare l'opposto.
E Washington cosa dovrebbe fare?
Gli Stati Uniti naturalmente erano interessati a un recupero dell'Asia, che in parte è arrivato. Però una crisi come quella esplosa tre anni fa non si trasmette automaticamente all'America, anche se fa rallentare qualche settore della nostra economia. Noi, del resto, non abbiamo una cura magica da offrire. Una grossa parte della colpa, invece, ricade soprattutto sul Fondo monetario internazionale.
Lei ha già detto che dopo l'annullamento del Gold standard deciso da Nixon, il sistema creato a Bretton Woods non aveva più ragione di esistere, e quindi l'Fmi avrebbe dovuto chiudere. Altri analisti però puntano su una riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, proprio per costruire una «nuova architettura» che dia garanzie contro le future crisi.
L'Fmi ha fatto solo danni e non è difficile provarlo. Dopo la fine del Gold standard, infatti, il Fondo si è inventato una nuova collocazione come dispensatore di prestiti d'emergenza. In questo modo, però, è diventato il principale incentivo per la speculazione e l'azzardo. In Asia, ad esempio, le banche e gli investitori più spregiudicati hanno fatto una serie di operazioni ad alto rischio, perché tanto sapevano che, se le cose fossero andate male, l'Fmi le avrebbe salvate restituendo loro i soldi. Nella sua nuova funzione, in pratica, il Fondo è diventato l'assicuratore gratuito della speculazione. I suoi prestiti ai Paesi in difficoltà, infatti, servono principalmente a ripagare i debiti contratti con gli investitori stranieri, che quindi sono incoraggiati a rischiare perché sanno di poter contare su questa rete di protezione. In un quadro del genere, è inutile prendersela con gli speculatori: loro fanno la cosa più ovvia e cioè si curano dei propri interessi. Se però non ci fosse l'Fmi a garantire i loro azzardi, gli investitori userebbero più prudenza, e così eviterebbero molti disastri.
Lei dunque non crede che la globalizzazione abbia bisogno di una nuova architettura finanziaria internazionale, per governarla e per evitare i rischi che comporta?
La globalizzazione, come ho già detto, è un falso problema. Non esiste, oppure è sempre esistita: scegliete voi la formula che preferite. Certo, oggi ci sono dei sistemi di comunicazione e di trasporto molto più veloci del passato e questo incide sull'andamento dell'economia. Però l'Italia, per fare un esempio, commercia con tutto il mondo dai tempi dell'Impero romano. Gli scambi a livello mondiale sono sempre esistiti e la loro accelerazione non muta la sostanza della questione. Bisogna lasciare che il mercato trovi le soluzioni per i suoi problemi, e se lo lasceremo libero di funzionare le troverà.
In questi anni è nata anche la new economy, che secondo alcuni suoi colleghi assicurava un benessere permanente. La rivoluzione digitale, infatti, doveva liberarci dal vecchio ciclo economico. Poi, però, è arrivata la frenata degli ultimi mesi.
Anche il ciclo economico non è mai esistito, almeno nell'accezione usata da alcuni di questi esperti. Comunque se la new economy sta a significare l'inizio di un'epoca di benessere permanente, è una teoria totalmente sbagliata. I tempi e i ritmi potranno mutare, ma continueremo sempre ad avere dei periodi di espansione e di recessione.
Vuol dire che l'economia di Internet non è una cosa seria?
Al contrario. Io vivo in California, a due passi dalla Silicon Valley, e posso garantirvi che l'economia di Internet e dei computer è assolutamente vera: ha una portata simile a quella della Rivoluzione industriale. Forse lo strumento più forte per ridurre davvero il peso degli Stati sull'economia è proprio Internet, perché con la competizione internazionale che ha creato, sta rendendo sempre più difficile l'imposizione di tasse. Anche io, per studiare i dati della crisi asiatica, sono andato sul Web a guardare i siti delle banche centrali della Thailandia e del Giappone. Pochi anni fa, per fare lo stesso lavoro, avrei dovuto passare giornate intere dentro gli archivi. I cambiamenti provocati da questa rivoluzione, anche sul piano sociale, sono enormi: pensate, ad esempio, alle madri che oggi possono lavorare da casa con il computer, restando vicine ai loro figli. Tutto questo ha un impatto reale sull'economia, oltre che sulle vendite dei computer, e delle azioni delle compagnie informatiche. Però credere che stiamo andando verso un'epoca di benessere costante è semplicemente sbagliato.
Un importante soggetto delle nuova economia globale è sicuramente l'Unione europea. Cosa pensa della moneta unica?
Io non sono mai stato un sostenitore dell'euro, che considero come un grande gioco d'azzardo. Ma se l'Europa sarà fortunata, potrebbero trarne dei vantaggi utili anche agli Stati Uniti.
Perché la moneta unica sarebbe un gioco d'azzardo?
Nella pratica, entrando nell'euro, i Paesi membri hanno deciso di rinunciare ai meccanismi di aggiustamento disponibili fino a ieri, che servivano molto quando i fenomeni economici e politici interessavano i vari Stati in modo diverso. Facciamo l'esempio dell'unificazione della Germania. Quel processo è costato molto caro a Bonn e tutti i Paesi che avevano le loro monete ancorate al marco hanno sofferto. Italia e Gran Bretagna, invece, hanno lasciato fluttuare le proprie divise, superando molto meglio degli altri la situazione di crisi. Con la moneta unica questa autonomia non esisterà più. Quindi se avverranno nuovi shock, tutti saranno colpiti allo stesso modo, senza possibilità di scampo.
Non esistono altri strumenti per ripararsi dalle possibili crisi?
Se congeli il meccanismo di aggiustamento dei cambi, l'alternativa per rispondere a una situazione di crisi diventa avere una grande flessibilità dei prezzi, dei salari, e delle regole per le assunzioni e i licenziamenti. Nessun Paese europeo mi sembra in possesso di questi strumenti.
Una critica ricorrente, avanzata contro il trattato di Maastricht, riguardava la rigidità dei parametri. Molti osservatori ritengono che continuare a rispettare queste regole sarà complicato.
Io ho sempre creduto che i parametri di Maastricht non avessero senso. Se prendi la decisione politica di fare una moneta unica, non hai bisogno di tutti quegli accessori. L'euro, se non ricordo male, è il primo caso nella storia dell'economia di un processo forzato di unione monetaria.
Ma Paesi come l'Italia non avevano comunque bisogno di uno stimolo esterno per diventare un po' più virtuosi?
L'Italia ha fatto un grande lavoro per entrare nell'euro, e forse la moneta unica spingerà tutti a una maggiore responsabilità e flessibilità. Ora però l'interrogativo è quanti di questi progressi sono veri, e quanti invece stanno solo sulla carta. Comunque Roma, se vuole riuscire a restare nella moneta unica, deve fare obbligatoriamente due cose: rendere più flessibile la sua politica dei prezzi e dei salari e alleggerire il peso dello Stato.
Lei però ha detto che l'euro potrebbe portare anche dei vantaggi. Quali sono?
Dobbiamo chiarire un equivoco. Io penso che la moneta unica sia un progetto nobile, con uno scopo molto alto: favorire lo sviluppo di un'unione politica europea, in modo da rendere più difficili in futuro le guerre, che hanno dilaniato il Vecchio Continente durante il secolo scorso. Però non credo che la strada giusta per ottenere l'unione politica sia realizzare prima quella monetaria. Semmai bisognerebbe fare il contrario.
Ma il «funzionalismo» in Europa ha una lunga tradizione, anche relativamente fortunata. Perché l'euro non dovrebbe favorire la coesione politica?
Secondo me la rende più difficile. Supponiamo che domani avvenga una recessione in qualche Paese membro dell'euro. A quel punto, per difendersi, l'Italia potrebbe avere bisogno di una politica economica diversa da quella della Germania, tipo svalutare il cambio o aumentare la circolazione della moneta. Roma però non avrà più una banca centrale autonoma, in grado di mettere in pratica questa politica. Dunque l'Italia si troverà davanti a due scelte: o accetterà di soffrire in silenzio, o farà saltare l'Unione, avviando l'impossibile meccanismo per uscire dalla moneta unica. Situazioni del genere potrebbero provocare gravi contrasti, facendo correre proprio i rischi politici che l'euro vorrebbe prevenire. Per i governi, infatti, diventerà difficile controllare i cittadini, se la gente comincerà ad avere l'impressione che la moneta unica danneggia la loro vita.
Lei però non ci ha ancora parlato dell'altra faccia della medaglia, ossia i potenziali vantaggi dell'Euro a cui aveva accennato all'inizio.
Naturalmente questi scenari negativi del gioco di azzardo, che ho descritto, scatterebbero solo se si verificasse una crisi. Se invece l'Europa sarà fortunata, e i prossimi anni saranno tranquilli, la scommessa potrebbe funzionare. In quel caso i vantaggi economici sarebbero chiari: una moneta unica favorisce gli scambi e i consumi, diminuisce i costi, facilita gli investimenti, e quindi potrebbe promuove anche l'occupazione.
Tutto questo processo che effetti avrà sugli Stati Uniti?
Anche qui c'è un grande equivoco da chiarire. Quando il governo americano dice di essere favorevole a un'Europa forte è sincero, perché una moneta unica solida conviene anche all'America. Se Washington è preoccupata, lo è nella stessa misura di Bruxelles, come un alleato. Infatti se l'Unione non funzionerà, la prima a risentirne sarà l'Europa, che pagherà con recessione, disoccupazione e instabilità politica. Subito dopo però gli Stati Uniti accuseranno il colpo, tanto dal punto di vista economico, quanto da quello politico, perché il vostro continente resta il nostro partner principale.
Ma l'ex segretario al Tesoro Rubin non ha mai fatto mistero di volere un dollaro forte, e il suo successore O'Neill non l'ha ancora smentito: l'euro non potrebbe diventare un concorrente pericoloso sulla scena internazionale?
Questo è il terzo grave equivoco da chiarire: un euro forte non provoca automaticamente un dollaro debole e a Washington conviene per diverse ragioni pratiche. Infatti avere l'unica moneta globale in circolazione genera vantaggi, ma anche costi. Ad esempio le riserve in dollari delle bance centrali straniere sono fatte in titoli del Tesoro, su cui noi americani paghiamo gli interessi. Una moneta così forte e diffusa, poi, ci rende anche più vulnerabili e se avviene una crisi come quella asiatica ne risentiamo più rapidamente. Washington amerebbe condividere queste responsabilità con un euro solido: ma chi può giurare sulla direzione che prenderà la moneta unica europea?
Qualche indicazione già esiste. Nei primi tempi di esistenza, l'euro ha perso valore rispetto al dollaro. Come giudica questi segnali?
È davvero troppo presto per parlare, e chi pretende di valutare l'andamento di una nuova moneta dopo così poco tempo di vita, fa un lavoro superficiale. Nonostante il mio scetticismo, devo dire che la partenza dell'euro mi ha impressionato in modo positivo, perché i Paesi membri hanno fatto davvero uno sforzo notevole di allineamento e disciplina. A mio avviso, però, nel lungo termine la partita si giocherà tutta sulla flessibilità del mercato del lavoro. Se l'Europa agirà in questo settore, le possibilità di successo aumenteranno; se non lo farà, la moneta unica resterà soprattutto un gioco d'azzardo.
Bill Clinton si vantava spesso di aver creato milioni di posti di lavoro: il merito del buono stato dell'economia americana durante la sua presidenza era davvero del capo della Casa Bianca?
Il merito era della situazione politica, perché avevamo un presidente democratico e un Congresso a maggioranza repubblicana. Questo ha impedito a Clinton di far passare leggi e quindi ha consentito all'economia di svilupparsi in libertà.
In questi anni, però, è stato raggiunto il pareggio del bilancio e ora c'è un forte surplus. Di chi è qui il merito?
Il merito è dello scontro avvenuto fra il Congresso repubblicano e il presidente democratico, che nel 1995 portò al blocco delle attività dello Stato. Questa paralisi legislativa ha impedito ai politici di spendere i soldi del surplus. L'altro elemento che ha consentito di raggiungere il pareggio del bilancio, poi, è un sistema fiscale ingiusto, dove se il reddito di un americano sale del 10 per cento, la quantità di tasse da pagare aumenta molto di più.
Adesso dopo quasi dieci anni di crescita continua, l'economia americana ha cominciato a frenare. Cosa sta succedendo?
Negli Stati Uniti c'è un rallentamento che può diventare recessione. E, se arriva qualche guaio imprevedibile, potremmo anche scivolare nella depressione. Ma questo è successo anche nel passato e ne verremo fuori senza danni permanenti al Paese. La struttura della nostra economia rimane solida e ci sono tutte le condizioni per rimetterla in moto.
Perché non è d'accordo con i suoi colleghi, che prevedono il sorpasso dell'Europa?
Perché devono spiegarmi quali sono i fattori di lungo termine su cui basano questa previsione, a parte il rallentamento degli ultimi mesi. L'Europa continua ad avere una disoccupazione molto alta, la moneta unica resta debole e le riforme strutturali di cui avete bisogno non sono partite. Può darsi che il Vecchio continente si rilanci davvero, ma questo avverrà solo se comincerete ad affrontare sul serio problemi come la flessibilità, la struttura e il costo dei salari, le pensioni e le regolamentazioni varie che frenano l'imprenditoria.
Non lo dica all'ormai famoso «popolo di Seattle».
Non capiscono che il nuovo sviluppo economico conviene a tutti, compresi loro. Non capiscono che bloccarlo penalizza tutti, comprese le persone che in teoria vorrebbero aiutare.
Quindi lei non vede il rischio di una recessione globale?
Chi sta davvero nei guai, secondo me, è il Giappone. È andato alla grande negli anni ottanta, ma poi ha sbagliato tutto. Ora ha una politica monetaria restrittiva, deflazione, e un sistema bancario inefficiente che nessuno cerca di riformare. Il futuro per il Giappone potrebbe ancora essere brillante, ma senza questi interventi i problemi continueranno e aumenteranno.
Negli Stati Uniti c'è un nuovo presidente, che vuole un taglio alle tasse da 1600 miliardi di dollari. Secondo lei è davvero necessario?
È desiderabile, non necessario. Voglio dire che va fatto perché è giusto, non perché è uno strumento di rilancio dell'economia. Al momento, negli Stati Uniti il rapporto tra il reddito prodotto e le tasse raccolte è ai massimi storici, e quindi è ora di ridurlo. Se questo non avviene, il governo si ritroverà con una quantità enorme di denaro, che finirà per spendere nella maniera sbagliata, ingolfando l'economia invece di rilanciarla. Io mi fido molto di più dei singoli individui, e sono certo che se restituiremo i soldi con i tagli alle tasse, loro li spenderanno in un modo salutare per il Paese.
Negli ultimi mesi la Fed ha limato il costo del denaro. Se la riduzione delle imposte non serve al rilancio immediato dell'economia, per evitare o limitare la recessione serviranno altri tagli dei tassi?
Io mi fido del giudizio della Federal reserve, che non ha bisogno dei miei consigli. Però mi sembra che sia entrata in una nuova fase, e continuerà ad abbassare il costo del denaro fino a quando sarà necessario. Credo che questa sia la via giusta.
In America e in Europa c'è chi sta celebrando il funerale della new economy e di Internet. Hanno ragione?
No. Qui bisogna distinguere il problema finanziario da quello economico. In borsa c'era una bolla speculativa sui titoli tecnologici, che aveva gonfiato l'indice Nasdaq. Era un'esagerazione e ora quella bolla è scoppiata. Può darsi che alcune azioni scendano ancora, ma il grosso della correzione è avvenuto. Adesso si riparte, imparando dagli errori del passato. Sul piano economico, però, l'innovazione tecnologica rimane la forza trainante. Ci sono molti margini di progresso, ad esempio nelle biotecnologie, e Internet è solo all'alba del suo sviluppo.
Lei sarebbe favorevole alla flat tax del 15 per cento, ossia una tassa unica uguale per tutti, come proponeva il miliardario ed ex candidato presidenziale repubblicano Steve Forbes?
Sarebbe una buona cosa, ma non riusciremo mai ad averla, perché il sistema fiscale attuale serve ai politici per finanziarsi.
In questi ultimi anni, restando fedele al suo liberalismo, lei si è impegnato in alcune cause che hanno fatto discutere. Ci può spiegare, ad esempio, perché si è schierato a favore della legalizzazione della droga?
Perché i danni fatti dal sistema attuale mi sembrano chiari e dovrebbero essere chiari a tutti. La questione della legalizzazione della droga taglia gli schieramenti partitici e infatti ci sono persone di destra e di sinistra che la sostengono. La mancanza di una caratterizzazione ideologica di questo problema dimostra proprio che i danni del proibizionismo sono riconosciuti ad ampio raggio.
Un'altra battaglia che lei conduce da oltre quarant'anni, prima ancora del suo incontro con Ronald Reagan, è quella per la scelta nel campo dell'istruzione. Perché, secondo lei, lo Stato dovrebbe finanziare la scuola privata?
Lo Stato non dovrebbe finanziare la scuola privata, ma il diritto dei genitori di decidere dove mandare i loro figli. E dovrebbe farlo perché l'attuale sistema educativo americano è il più ingiusto al mondo: non c'è altro settore in cui i poveri e le minoranze siano più penalizzati. Chi ha i soldi, infatti, può scegliere quale istruzione ricevere, facilitando il proprio successo nella vita. Chi non li ha invece si deve accontentare dell'offerta pubblica esistente e in questo modo viene condannato a restare indietro, anche se paga regolarmente la sua quota di tasse allo Stato.
Come dovrebbe avvenire questo finanziamento della scelta dei genitori?
Sono stati discussi vari metodi, dalle detrazioni fiscali fino ai vouchers, ossia gli assegni consegnati dallo Stato alle famiglie, per girarli poi alle scuole private selezionate per i figli. Io preferisco i vouchers, perché sono contrario all'uso del fisco come strumento per indirizzare le politiche sociali. L'importante, del resto, è che esista un legame diretto e certo fra la concessione del finanziamento, e il suo uso per l'istruzione dei giovani.
Ma questo intervento dello Stato a favore della scuola privata non indebolirebbe gli istituti pubblici, penalizzando gli studenti che comunque sono costretti a frequentarli?
Assolutamente no. Sul piano della gestione dell'istruzione, un intervento del genere provocherebbe solo il rilancio della competizione fra le scuole pubbliche e quelle private. La competizione non ha mai fatto male a nessuno, e il suo risultato più probabile sarebbe produrre uno sforzo di miglioramento da parte degli istituti pubblici, per riuscire a reggere la concorrenza di quelli privati. Sul piano amministrativo, invece, la soluzione che io propongo finirebbe per rafforzare la disponibilità economica della scuola di Stato.
Ma come? I soldi a disposizione degli istituti pubblici non diminuirebbero?
In senso assoluto sì. Però aumenterebbe la percentuale di soldi a disposizione per ogni alunno. In America, infatti, per ogni studente lo Stato paga alle scuole pubbliche il doppio del costo di una retta presso un istituto privato. Quindi se una famiglia decidesse di optare per il voucher, ritirerebbe solo la metà dei soldi statali stanziati per il proprio figlio. Con quel voucher il ragazzo potrebbe pagare la sua retta per frequentare un istituto privato, ma lascerebbe metà dei soldi nelle casse della scuola pubblica. In questo modo la quantità totale dei finanziamenti a disposizione dell'istruzione statale diminuirebbe, ma dato che alcuni studenti andrebbero negli istituti privati, la percentuale di soldi a disposizione per ogni singolo alunno aumenterebbe. Ciò consentirebbe alla scuola pubblica di concentrare le proprie risorse su un numero di utenti più ristretto, avendo però più soldi per curarli. Se uniamo questo sviluppo allo stimolo provocato dalla concorrenza con l'istruzione privata, possiamo sperare non solo in una maggiore equità del sistema dal punto di vista delle scelte dei genitori, ma anche in un generale miglioramento del livello degli istituti statali. Sarebbe un passo molto importante non solo per una questione di giustizia, ma anche perché l'istruzione è lo strumento decisivo per avere successo e pari opportunità nella società contemporanea.
Quali sono gli ostacoli principali per raggiungere questo obiettivo?
Io e mia moglie Rose abbiamo creato una fondazione per promuovere questa causa e le resistenze principali vengono dal sindacato degli insegnanti delle elementari e delle medie, che non vogliono perdere il loro monopolio sull'istruzione.
Non c'è anche un problema di confusione fra Stato e Chiesa, se i finanziamenti pubblici dovessero arrivare anche alle scuole private religiose?
È un argomento che non regge. Quando alla fine della seconda guerra mondiale il Congresso approvò il G.I. Bill, che serviva a finanziare il ritorno agli studi dei militari impegnati nel conflitto, non c'era alcuna clausola che impediva a un ex soldato di iscriversi a università come Notre Dame o Georgetown. Perché allora dovremmo imporre un veto alle famiglie che vogliono mandare i loro figli a scuole elementari e medie gestite da religiosi?
Con questa discussione abbiamo attraversato un secolo di storia economica e politica, dalla Grande depressione del 1929 ai giorni nostri. Quando lei si iscrisse all'università, l'intellettuale che dominava il campo era John Maynard Keynes: oggi, secondo molti osservatori, lei ha preso il suo posto. Qualche tempo fa, un giornale americano ha pubblicato una vignetta su un ristorante cinese. Un cliente apriva un biscotto della fortuna e faceva questa battuta: «Ehi, la Repubblica popolare sta veramente mollando le redini! Il mio messaggio nel biscotto della fortuna è una citazione di Milton Friedman». Lei, però, ci ha detto che non si considera ancora il vincitore del dibattito economico del secolo.
Sul piano delle idee forse sono un vincitore, ma su quello della pratica no. Io non mi considero un conservatore, come molti mi etichettano, perché il conservatore vuole lasciare le cose come stanno. Credo piuttosto di essere un radicale, nel significato originario della parola, che vuol dire andare alla radice dei problemi. Sul piano delle idee, penso di essere andato alla radice dei temi che mi interessavano. Ma sul piano dell'azione dei governi, i cambiamenti non sono ancora avvenuti. Ci vuole tempo e bisogna avere pazienza.