L'Unione europea «dei quindici» è una formazione gigantesca composta di parti assai diverse: per metà una pura comunità economica con un libero movimento di uomini, beni e idee; mentre per l'altra metà essa è tendenzialmente uno Stato, il cui carattere è ancora in via di definizione. La stessa comunità economica non è affatto compiuta, e se l'Unione debba costituire politicamente una confederazione di Stati, uno Stato federale o addirittura uno Stato centrale resta oggetto di una serrata discussione. Tali parti o Stati hanno una forza economica estremamente diversa; sforzi volti a un riequilibrio appaiono indispensabili, anche se il perpetuarsi di vantaggi economici è semplicemente del tutto naturale. Tali problemi non mancavano neppure nella forma originaria dell'«Europa dei sei», la quale era relativamente omogenea sia sul piano economico che culturale. Una loro considerevole acutizzazione e complicazione si verificò già con l'«allargamento a Sud», vale a dire con l'ammissione di Grecia, Spagna e Portogallo, che hanno goduto in larga misura dei grandi finanziamenti compensativi forniti prevalentemente dalla Germania. Proprio a questa Germania, come contropartita per l'accettazione della riunificazione, fu imposta la rinuncia alla sua moneta e una ulteriore subordinazione politica alla Francia. D'altra parte la Germania era ed è incline a una concezione di uno Stato federale europeo assai più della Francia, nella quale di fatto è rimasta determinante per la maggior parte dei politici l'idea di de Gaulle dell'«Europa delle patrie». Il complesso dei pagamenti e dei sussidi del tipo più diverso è oggi appena intuibile, ma non appena sopraggiunga o sembri delinearsi una situazione d'emergenza è destinato a divenire il punto di partenza di difficili conflitti, non più composti solamente dietro le quinte. E in un momento in cui l'emergere di una tale situazione può essere temuto, l'«allargamento a Est» diventa l'obiettivo che deve condurre «verso l'Europa» i Paesi post-comunisti economicamente assai arretrati, come la Polonia, l'Ungheria e gli Stati Baltici. Entrambe le parti sono cariche di pesanti preoccupazioni: i Paesi del Sud non vorrebbero vedere decurtati i finanziamenti compensativi, di cui sono giunti a beneficiare, e per i Paesi dell'Est la speranza di finanziamenti di tale portata è la più importante ragione, anche se assolutamente non l'unica, per l'ingresso. In questi Paesi infatti l'idea di «Europa» ha conservato, durante l'epoca comunista, un aureo splendore, che da noi, nell'Ovest dell'idea dell'«Occidente cristiano», era andato perduto già durante gli anni Sessanta. Cionondimeno nei futuri Paesi elargitori non manca affatto il sentimento di un obbligo morale. La Germania teme piuttosto di trovarsi di fronte a una immigrazione in massa di forza lavoro a basso costo, per cui richiede di allungare i termini del regime di transizione, prima che la libertà di circolazione possa divenire la regola, la quale dovrebbe essere fondamentale per una «Europa senza confini». Ma anche i candidati all'ingresso guardano al futuro non senza serie preoccupazioni: l'economia polacca della piccola proprietà contadina non sarà distrutta dalla concorrenza delle più efficienti grandi imprese dell'Ovest? Non potrebbe presentarsi presto il momento in cui tedeschi fanno incetta di parti considerevoli di territori in Polonia e nella Repubblica Ceca, cosicché il «revisionismo tedesco» realizzerebbe gran parte degli scopi che esso non potè ottenere con strumenti politici? Tutti i partecipanti concordano sempre sul fatto che nessun tipo di unità dell'Europa può avere durata, se le differenze economiche ancora enormi non siano se non «rimosse», almeno bilanciate. Se i membri più forti devono dunque essere pronti a sacrifici sensibili, i membri più deboli devono tener presente il fatto che sarebbe una sciagura se in Germania e nel Nord-Italia o nei Paesi Bassi si dovesse affermare l'idea di sentirsi come quella divinità indiana, che aveva una dozzina di mammelle con le quali alimentava una dozzina di bambini. Determinati corpi collettivi di uomini come gli Stati si possono infatti paragonare a una divinità soltanto sotto assai limitati punti di vista, pertanto, diversamente che in una divinità, sarebbe probabile un grave danno al benessere e alla salute.
1. Ai problemi attuali si aggiungono le difficoltà che risultano da una lunga storia piena di tensioni, conflitti e guerre. Così come i francesi, avevano «colonizzato», nel corso del XIX secolo, le coste mediterranee algerine di fronte alla Francia, trasformandole formalmente in una parte del loro Stato, così i tedeschi già nel medioevo avevano «colonizzato» le zone abitate da slavi della successiva Germania orientale, prevalentemente per via amichevole, ma anche per via militare - inclusa l'assimilazione o l'espulsione dividendo con i confini a Est del Reich bismarckiano in Posnania e in Prussia occidentale divisero numerosi abitanti di nazionalità polacca dai polacchi nella parte russa e austriaca della grande potenza d'una volta divisa a partire dalla fine del XVIII secolo. Gli «avanposti» dei tedeschi si spinsero in profondità nel territorio russo, in particolare nelle province baltiche di Lettonia ed Estonia. Senza dubbio l'aristocrazia baltica serviva lo zar russo con grande lealtà, tuttavia con l'inizio dell'epoca «borghese» delle emancipazioni nazionali e sociali emersero tensioni, che - non diversamente da quanto sarebbe accaduto successivamente in Algeria - trasformarono la «decolonizzazione», in questa o quella forma, in un imperativo. I lavoratori della terra e i contadini lettoni ed estoni avevano ragione di lamentarsi dei latifondisti tedeschi, e tutti i polacchi condividevano l'odio contro le «potenze separatrici». Gli slavi austro-ungarici si trovarono nella vantaggiosissima situazione, delineatasi all'inizio del ventesimo secolo, di una «decolonizzazione» che si realizzò nella forma della inclusione con pari diritti nello Stato, allorchè il successore al trono, l'arciduca Francesco Ferdinando, la progettò come soluzione «trialistica». Tuttavia nella prima guerra mondiale, provocata dall'assassinio di quest'uomo, e nel periodo successivo caratterizzato dalla dissoluzione dell'Impero asburgico e dalla Repubblica di Weimar, nata dalla sconfitta, tutti i conflitti si aggravarono, anziché trovare la loro soluzione nella nuova indipendenza di Polonia, Cecoslovacchia e Repubbliche Baltiche. Quanto alla soluzione che essi trovarono nella seconda guerra mondiale e immediatamente dopo, equivalse a una catastrofe: la Germania nazionalsocialista tolse alla vinta Polonia molto più che alla Posnania e alla Prussia occidentale e trattò gli abitanti del «governatorato generale» alla stregua di «esseri inferiori»; i polacchi a loro volta, dopo la vittoria dei loro alleati, spinsero fuori dal Paese «la canaglia germanica» composta di molti milioni di persone. La Cecoslovacchia fu trasformata in un «protettorato», chiaramente in previsione di una futura germanizzazione; i cechi per parte loro, dopo il 1945, cacciarono tutti i tedeschi sudeti lasciandosi andare a terribili crudeltà. Addirittura l'alleata Ungheria venne occupata nella fase finale della guerra, e anche da lì alla fine si riversò un flusso di fuggiaschi nella Germania pressochè distrutta con quasi dodici milioni di profughi. Era immaginabile che un giorno ferite così spaventose si chiudessero e che i relativi popoli si ritrovassero insieme in una «Unione», che a essi non potesse offrire nessun risarcimento per i danni sopportati, ma tutt'al più bei principii? Principii, sulla base dei quali dovrebbero essere revocate le espulsioni, che tuttavia in realtà hanno così poche chances di realizzarsi quanto le richieste di ritorno dei profughi palestinesi nei confronti di Israele. Lo stesso dicasi per gli italiani profughi da Rijeka e dalla Dalmazia; al pari dei francesi di Algeria essi non hanno la possibilità di far valere i loro diritti. Sebbene tuttavia siano trascorsi più di cinquant'anni e le nuove esperienze - quelle della «democrazia liberale» da una parte e del dominio comunista dall'altra - abbiano avuto effetti salutari, l'oblio inerente alla democrazia e già constatato da Tocqueville non può essere affatto considerato del tutto positivo. Perciò oggi si può dire con qualche speranza che le ferite di una storia lunga un secolo non sanguinano più e che il grande processo di riequilibrio fra padroni e servi, fra nazioni progredite e sottosviluppate, fra colonizzatori e colonizzati, che prima del 1914 avrebbe potuto essere realizzato in un comune sforzo politico e intellettuale degli «Stati culturali» europei, alla fine è giunto con successo alla conclusione in un modo quasi automatico, alla fine di una via costellata di sangue e lacrime, sotto il segno della nascente «civilizzazione mondiale». In questo quadro il graduale costituirsi dell'Unione europea è stato senza dubbio uno dei fattori più potenti.
2. Per quanto siano risolvibili gli attuali problemi dell'«allargamento a Est» i compiti intellettuali più profondi sono stati riconosciuti solo in minima parte. La caratterizzazione del processo storico come di una via costellata di lotte durate un secolo per il potere sociale e statale è infatti insufficiente. Essa rivolge lo sguardo in modo unilaterale alla politica di potenza del Reich tedesco, che attraverso il regime nazionalsocialista ha conosciuto soltanto un inaudito acuirsi. Però che questa concezione sia estremamente potente e ben fondata risulta evidente già dal fatto che la Francia e i successivi Paesi del Benelux nel 1940 erano stati sconfitti e in gran parte occupati e che addirittura l'Italia, alla fine, ha potuto sperimentare la durezza di una politica di occupazione tedesca. Nulla era più naturale dell'odio che si rivolgeva contro la Germania, e già il più cauto ricordare che le debolezze e l'ingiustizia del «sistema di Versailles» avevano reso possibile il trionfo tedesco era considerato come una scellerata apologia, che sembrava assomigliare troppo alle concezioni di quei «collaborazionisti», che certo in Francia erano stati assai numerosi. Tuttavia, per quanto riguarda gli Stati orientali, l'opinione che domina in Occidente porta del tutto fuori strada. È senz'altro esatto che la Polonia fu «aggredita da Hitler»; tuttavia questa aggressione fu resa possibile solo dal patto di spartizione e di annientamento, che Hitler e Stalin avevano concluso insieme e che ebbe come conseguenza, anche se solo con un piccolo ritardo temporale, la conquista della metà orientale della Polonia da parte dell'armata rossa. È altrettanto esatto che nella parte della Polonia occupata dai tedeschi della Polonia in ogni caso fra la popolazione di origine tedesca, abbia dominato il giubilo e l'entusiasmo, mentre all'armata rossa a Leopoli e altrove da parte della popolazione ucraina e della Russia bianca e anche da numerosi ebrei fu riservata un'accoglienza amichevole determinata da speranze di una «liberazione dal giogo polacco». Immediate espropriazioni e deportazioni di molte migliaia di uomini, non limitate affatto ai polacchi, rovesciarono tale atteggiamento, e competenti storici hanno sostenuto l'idea che le condizioni per la popolazione nella parte della Polonia occupata dai sovietici non furono meno opprimenti di quelle nelle province occidentali separate e nel governatorato generale. Per certi aspetti esse furono addirittura ancora peggiori. Dopo che le autorità tedesche di occupazione ebbero cominciato a combattere l'iniziale resistenza polacca anche in via preventiva con esecuzioni di massa e a concentrare la popolazione ebraica in ghetti «per ragioni igieniche», l'Nkwd sovietico intraprese un'azione programmata di «genocidio», facendo assassinare a Katyn e in altri luoghi praticamente tutti gli ufficiali polacchi prigionieri di guerra - un genocidio che non può essere incluso nella successiva definizione delle Nazioni unite, per il fatto che si trattava «soltanto» di un gruppo sociale, per quanto gruppo dirigente, con l'annientamento del quale forse un'intero popolo perse la propria identità. Per quanto questo fatto sia stato compiuto in segreto, nondimeno è comprensibile che gran parte della popolazione soprattutto ucraina avesse accolto con gioia entusiastica le truppe tedesche, quando era iniziata la guerra tedesco-sovietica. Certamente questa gioia mutò assai rapidamente di fronte alle molte migliaia di cadaveri di detenuti assassinati dal Nkwd, in azioni di ritorsione collettiva e dunque criminale, quando «la» popolazione ebraica, la cui parte «borghese» era stata colpita altrettanto duramente dalle truppe di occupazione sovietiche, divenne oggetto di Pogrom. E non durò molto a lungo finchè i nazionalisti ucraini, che videro deluse le loro speranze di un proprio Stato, si attivarono contro i tedeschi come in precedenza contro i sovietici. Lituania, Lettonia ed Estonia, in conformità agli accordi stipulati con Hitler nell'estate del 1940, furono occupate dall'esercito sovietico e in virtù di votazioni manipolate annesse all'Unione Sovietica. Chi oggi visita il «Museum occupationis» a Riga, non può non essere profondamente toccato dalle numerose testimonianze dell'«anno del terrore»: le svariate testimonianze dei deportati nel Gulag, le tavole di ricordi con le indicazioni della brutalità delle eliminazioni rapide da parte dei sovietici e delle «pulizie» che ne seguivano, i registri mortuari, nei quali non solo innumerevoli singoli ma anche non poche famiglie sono registrate come vittime del Gulag. E costui potrà imparare molto dal fatto che diecimila fra lituani, lettoni ed estoni furono decisi a impedire un ritorno dell'«anno del terrore» con tutte le forze, e che essi si unirono con proprie formazioni alle truppe tedesche, non come «collaborazionisti», ma in virtù di una loro ben fondata convinzione, come «combattenti per la libertà». Il fatto che alcuni di questi uomini, anzi di queste formazioni, abbiano condiviso poi una responsabilità nell'«olocausto», si dovrà attribuire, a prescindere da casi eccezionali di sadica brama di sangue, più a capovolgimenti storici che - per isolamento dal conflitto più vasto - ai grandi crimini dell'epoca. polacchi, lettoni, lituani ed estoni conobbero ciò che prima soltanto una piccola parte di tedeschi, di francesi e di inglesi avevano conosciuto, e a partire dal 1939/40 fecero la viva esperienza che la maggior parte dei tedeschi e tutti i francesi e gli italiani nei propri Paesi non dovettero fare: il fatto che a partire dal 1917 in Russia, il Paese del mondo territorialmente più grande e più ricco di risorse, un regime ideocratico aveva conquistato il potere, annientando socialmente e in buona parte fisicamente grandi gruppi di popolazione; il fatto che lo stesso destino minacciava gli strati «borghesi» in primo luogo degli Stati vicini. È più che comprensibile il fatto che essi, in gran parte almeno, preferissero, se non altro con simpatie seminascoste, il nazionalsocialismo tedesco al comunismo sovietico, o che in Germania si sia affermato il partito contrario alla guerra civile, che rivolgeva il suo attacco distruttivo non contro i «borghesi», ma contro «comunisti ed ebrei». Il fatto che essi venissero quasi schiacciati fra due macine e che allo stesso tempo si siano tirati addosso anche colpe, appartiene alle grandi tragedie della storia universale. Tuttavia i popoli della Mitteleuropa orientale liberati dal comunismo e sofferenti per i danni che da esso sono derivati, anche come candidati a entrare nella Unione europea, non possono nascondersi che essi furono tanto vittime quanto attori in una guerra civile sovranazionale e ideologica. Se essi vogliono conservare questa coscienza - la loro «anima» contro la forza della interpretazione, che penetra dall'Occidente e soprattutto dalla Germania, interpretazione che sposta lo sguardo unilateralmente solamente sul nazionalsocialismo e sui suoi delitti, l'imminente entrata nella Unione europea per essi deve rappresentare lo stimolo per un lavoro intellettuale, che dovrebbe essere sostenuto dai singoli ricercatori e pensatori in Occidente. E questo in primo luogo, non perché i popoli, che hanno fatto tanto l'esperienza del comunismo come quella del nazionalsocialismo, solo così possono continuare a esistere nel rispetto di sé e nella dignità, ma perché tale duplice esperienza contiene molta più verità dell'interpretazione troppo ovvia e troppo unilaterale, che predomina tanto nella attuale Unione europea quanto in America. (Traduzione di Leonardo Allodi)
Ernst Nolte, professore emerito presso l'Università di Berlino, insegna storia moderna all'Università di Marburgo