Vivo da sempre nella scienza, con una forte curiosità e altrettanta attenzione a ciò che avviene nel mondo, e ai due ruoli della scienza. Il primo nella formazione della cultura. Il secondo quale base per lo sviluppo tecnologico, inteso come una miscela di rischi e di benefici da equilibrare fra loro. Sono convinto che la scienza sia sempre stata alla base delle grandi trasformazioni dell'umanità, in particolare nel secolo appena trascorso. L'economia, e spesso anche la politica, dipendono da quello che si inventa e si produce. Un Bill Gates, partendo da uno scantinato, con pochi soldi e molto cervello, può provocare un drastico cambiamento di scenario in interi settori: chi fabbricava telescriventi dovette fare i conti con lo sviluppo del fax e ora con internet, chi produce pellicole fotografiche deve scegliere quale condotta tenere nei confronti della fotografia digitale, il ministro delle Poste deve cimentarsi con lo sviluppo della posta elettronica. Difficile prevedere quello che può accadere, anche per chi ha diretta conoscenza dei fatti scientifici e tecnologici. Ma certo impossibile per chi al ruolo della scienza non dà la minima importanza. Riporto due esempi: un recente convegno di una importante istituzione scientifico letteraria sull'Italia in termini di «concretezza e attualità» vedeva in prima linea una serie di personaggi di estrazione umanistica, con la sostanziale assenza di esperti provenienti dal mondo scientifico e tecnologico, pur essendo la concretezza e l'attualità fortemente intercorrelate con lo sviluppo scientifico. Questo episodio non rappresenta un caso isolato, ma sembra essere la norma. Per aggiungere un altro, significativo esempio, nella primavera del '98 l'Ulivo ha nominato quattordici «saggi» cui è stata affidata la stesura del programma della prima convention. Di essi, cinque erano laureati in giurisprudenza, due in economia, due in lettere, due in scienze politiche, gli altri in antropologia, agraria, scienze sociali. Nulla di male, se non per il fatto che il mondo moderno trova nella tecnologia i motivi primari di trasformazione e di cambiamento, e forse qualcuno che conosca dall'interno il sistema tecnologico globale potrebbe essere utile. E verosimilmente proprio questo profondo deficit culturale è alla base del fatto che i nostri cervelli sono costretti a trovare altrove il clima adatto per realizzarsi e realizzare le proprie scoperte, con grave e secca perdita di competitività del nostro Paese: Crea, Faggin, Torresi, Zappacosta, Capasso, formatisi in Italia, hanno trovato negli Usa la loro base, e hanno ivi realizzato scoperte fondamentali per l'umanità che hanno dato all'economia statunitense un impulso formidabile. Vediamo come uno di essi, Federico Faggin, creatore di straordinari progressi nei semiconduttori, che si è trasferito negli Usa dopo aver ricevuto un netto rifiuto da una importantissima quanto sgangherata ditta elettronica italiana, racconta le circostanze della scelta. «Era il mio primo viaggio transatlantico. In California, oltre a imparare tecnologie sugli ossidi metallici semiconduttori, ebbi la chiara rivelazione di come la gente lavorava nelle industrie intorno alla baia di San Francisco. Ne fui immediatamente conquistato: qui le persone più importanti sembravano essere ingegneri, scienziati e imprenditori, non politici o pedanti professori umanistici come in Italia. Questo era il posto per me. Non sapevo come avrei fatto a tornarci, ma sapevo che sarei tornato» (dalla conferenza tenuta alla New York University il 18 ottobre 1997, nell'ambito di un incontro fra scienziati italiani e scienziati emigrati negli Usa).
È per questo che provo una seria curiosità nei confronti di chi, pur ritenendo di operare nel mondo avanzato della cultura, trascura totalmente il settore scientifico. Nel gran parlare che si fa degli intellettuali - sono di destra o di sinistra? possono o no considerarsi illuministi? - vale forse la pena di portare un punto di vista, diciamo così, esterno. La prima notazione è che gli scienziati non fanno parte, nella comune considerazione, degli intellettuali. Una robusta perplessità deriva proprio dall'assenza del tema scientifico dal panorama culturale dominante. È assolutamente impossibile - e qui veniamo al ruolo culturale della scienza - occuparsi della cultura dell'uomo, essere cioè dei veri umanisti, ignorando i contributi che la scienza porta a una sempre più profonda conoscenza della natura umana. L'evoluzione biologica e culturale, la genetica sono alla base di tendenze e istinti che esercitano una influenza sul comportamento, così come il biochimismo dei singoli può determinare in misura talvolta non trascurabile l'umore o l'atteggiamento, con problematiche non trascurabili sulla valutazione del libero arbitrio. Le ricerche sull'etologia colgono analogie fra animale e uomo, mentre le ricerche sul genoma stanno portando contributi essenziali al chiarimento del «programma» che è alla base del chimismo dell'uomo. E anche a notizie fondamentali sull'origine e sulla diffusione sul pianeta della specie umana. Pure, tutto ciò (che è solo una parte esemplificativa del tutto) non trova il minimo riscontro nelle dotte disquisizioni degli intellettuali che vanno per la maggiore e che sembrano intenti a parlarsi addosso in un sistema autoreferenziale intriso di saccente miopia.
Se questo è il quadro culturale, altrettanto si può dire per il quadro politico. Per decenni si è andato radicando, anche a seguito di abile propaganda, il concetto di una intelligenza fatta di primi della classe tenuti in panchina da un destino cinico e baro, che avrebbero, una volta in campo, risolto i problemi che i giocatori insipienti in campo non sapevano risolvere. Per decenni siamo stati bombardati da dichiarazioni e appelli (al punto che Luca Goldoni argutamente diede la definizione: «Gli intellettuali sono coloro che firmano i manifesti degli intellettuali») in genere contro una sola delle due parti - su Cuba, sul Vietnam, su Mao, contro la Nato, nulla invece sui russi in Angola o i cubani sul Corno d'Africa, e capitava di leggere, «né con lo Stato né con le Br». In altri termini, l'intellettuale in una certa fase dello sviluppo del nostro Paese è stato in un certo modo organico alla sinistra, a una delle parti, approvando qui quello che condannava lì, fornendo sponde e demonizzando a seconda dei protagonisti, degli interlocutori e della fase temporale. Per fare un esempio macroscopico, si provi a immaginare, ricordando quel che avvenne per Comiso, cosa sarebbe accaduto con i governi di allora, in occasione di iniziative belliche, anche nei confronti del «partito fratello serbo», con tanto di bombe a uranio e forse plutonio. Una incongruenza robusta cui occorre dare un minimo di attenzione, in quanto costituisce manifesta espressione di come si può «doppiopesare» a seconda della situazione. Ora questo mito, derivante da un atteggiamento assai diffuso nella natura umana per cui si tende a esaltare ciò che non si conosce (omnia ignota pro magnifica), sembra essersi trasformato, dopo la pluriennale prova sul campo, in una disillusione certamente benefica: non esistono i supermen, i Maradona, Falcao e Bruno Conti in panchina di cui si mitizzava. Dovremo, per cavarcela, contentarci del mediocre livello generale e darci da fare, contando sulle nostre forze e, soprattutto, su una genuina cultura, visto che quella imperante ha fatto flop, e che quella non imperante si è limitata a subire senza iniziative né coraggio una egemonia che era solo apparente. Non abbiamo bisogno di intellettuali come li definisce Goldoni, ma di persone capaci di prendere parte all'evoluzione del contesto socioeconomico che li circonda portando un loro contributo di cultura. Intendendo con questo vocabolo quell'insieme di conoscenze, di osservazioni, e anche di capacità di elaborazione che permette all'uomo di cultura di individuare, fra gli infiniti segnali che la vita quotidiana ci porta, quello che identifica una tendenza. A rischio di essere spesso un isolato, proprio in quanto in anticipo sugli altri nel diagnosticare quel che sta accadendo, e anche sgradito nel momento in cui le sue diagnosi saranno di generale accettazione, in quanto non gli si perdonerà di essere la vivente documentazione del fatto che a certe conclusioni si poteva anche arrivare prima.
Il problema di fondo è che stiamo affrontando i grandi mutamenti legati alla globalizzazione e al realizzarsi dell'Europa in un contesto di grave crisi politica, non solo, ma soprattutto di seria crisi culturale. Lo sconcerto nell'italiano è fortissimo: non vi è conversazione che non inizi con valutazioni negative e allarmate della situazione che va evolvendo davanti a noi. Alla base vi è la sensazione di una mancanza di progettualità, di schermaglie tattiche, di una eccessiva attenzione a temi interni al mondo politico con i suoi squilibri e le sue polemiche piuttosto che a una seria azione per risolvere i numerosi problemi. E non a caso si è verificata nel febbraio di quest'anno la prima, massiccia, convinta, trasversale protesta degli scienziati italiani dai tempi di Galileo e del cardinale Bellarmino, mentre in un sussulto di orgoglio venivano istituite ottocento e passa sale di bingo. In un momento in cui tutto cambia, tutto è in forse - oggi può essere diversissimo da domani - serve studiare, esaminare, viaggiare, leggere, capire, interpretare fra gli infiniti segnali che la vita quotidiana ci porta quelli che identificano una tendenza. Perché la globalizzazione non è uno scherzo, è un modello di sviluppo diverso da quello di sempre legato agli Stati nazionali, perché cambia la comunicazione, cambiano gli attori, cambia il modo di creare la ricchezza, la tecnologia gioca un ruolo primario, lo stellone, valido sul piano nazionale, vacilla in un contesto di parametri globali. Gli stessi termini «destra» e «sinistra» stanno assumendo significato incerto man mano che la globalizzazione sta portando a una egemonia del mercato come «pensiero unico», e alla concentrazione del potere economico in un numero sempre minore di mani. Per cui il problema è a questo punto capire come si andrà realizzando la convivenza (o forse l'inevitabile contrasto) fra Stati sovrani e potentati economici, bancario-industriali, transnazionali, e la reciproca limitazione fra mercato e solidarietà.
Problemi che in forma istintiva vengono percepiti e sottolineati dal «popolo di Seattle» mentre può capitare che governi cosiddetti di sinistra siano sostenuti da giornali padronali e si comportino come forti sostenitori del mercato come punto di riferimento, o anche che venga detto da operatori industriali altamente rappresentativi che occorre un governo di sinistra per portare avanti una politica di destra. Tutto questo genera incertezza in chi va alla sostanza e non si accontenta di una etichetta, e anche paura del nuovo, del futuro, perché se è vero, come è vero, che la accelerazione dello sviluppo economico che si sta verificando è legata soprattutto alla tecnologia, non siamo preparati per una serie di motivi che vengono dal passato e che sono legati al fatto che per decenni è prevalso, nella cultura in auge e nella politica, un atteggiamento, se non antiscientifico, quanto meno ascientifico. L'impressione è che non solo siamo indietro rispetto agli altri, ma anche che andiamo, per conto nostro, in altra direzione.
In uno scenario di questa fatta, appare avvantaggiato sull'intellettuale modello italico colui che vive nel mondo scientifico con una sana dose di umiltà intellettuale. Colui, cioè, che apprende dallo sviluppo della scienza quelle conoscenze sull'uomo che sono indispensabili per acquisire una solida e non settoriale cultura umanistica, e che al tempo stesso sa che la cultura è anche altro. In altri termini, colui che fa del metodo scientifico di cartesiana memoria una sorta di chiave di lettura della vita. Lo scienziato colto appare favorito nello sforzo per conoscere e interpretare a 360 gradi il mondo, rispetto a coloro che si nutrono di un approccio che prescinde dalla scienza. Anche perché lo sviluppo della biologia e dell'informatica sono alla base di mutamenti qualitativi e quantitativi enormi, che devono essere anticipati e interpretati per non trovarsi impreparati di fronte a novità in qualche modo sconvolgenti.
Luciano Caglioti insegna chimica organica all'Università di Roma