Nel suo celebre libro sulla Fine della Storia Fuku-yama sosteneva, nel 1989, che la storia stava finendo, perché tutto il mondo convergeva verso una forma comune di capitalismo democratico. Co-me tutte le profezie il libro contava di più per l'intelligenza dell'analisi dei fattori all'opera, che non per le previsioni. Ora Fu-kuyama propone di considerare come la manipolazione biotecnologia possa condurci verso uno «stadio post-umano della storia». Come ha scritto lo Scientific American, il libro è ripetitivo, condito di giudizi opinabili e confuso da pretese contraddittorie. Nondimeno il suo fascino consiste non solo nella provocazione, ma anche nella promessa di cogliere nessi inaspettati fra biotecnologie, politica ed economia. La sua tesi parte dalla considerazione che esiste una «natura umana riconoscibile» fondata più su fattori genetici che ambientali. In tal modo certe costanti culturali sarebbero state «programmate» dall'evoluzione. Poiché l'ingegneria genetica può manipolare alcune di queste caratteristiche culturali, essa può anche modificare il nostro comportamento politico. Innanzitutto si può giungere a manipolare l'età, riuscendo in non troppo tempo a raddoppiare la durata della vita umana. Ci si immagina così non solo un mondo di vecchi, ma di ultracentenari, in gran parte, secondo Fukuyama, donne, ormai non più dedite né al lavoro né alla famiglia. Un mondo di vegliarde conservatrici ma poco disposte a votare per chi vuole usare le armi, onde, ne conclude l'autore, le democrazie si troveranno sempre più esposte agli attacchi esterni, senza avere la volontà politica di replicare con la guerra. Una sorta di incubo «Repubblica-no»: un elettorato conservatore che però non vuole una Presidenza imperiale.
Fukuyama pensa anche a una società pervasa dall'uso di super-Prozac, o super-Ritalin (e magari anche super-Extasi). In una bizzarra estrapolazione si spinge pure a immaginare la fine della polarità dei sessi, verso una forma intermedia e androgina, che corrisponde all'ideale sociale dell'attuale «correttezza politica» americana. Infine l'alterazione della «natura umana» ha anche varie conseguenze in termini di Giustizia, essendo questa basata, per Fukuyama, su una certa precomprensione di tale «natura», il rispetto per la quale ci distinguerebbe dagli altri animali. La conclusione del libro poi è puramente moralistica e scritta per suscitare consenso: bisogna abbandonare il puro libero-mercato nella ricerca bioteconologica e costruire forti istituzioni politiche di controllo sui suoi sviluppi, specialmente sui tentativi di clonazione umana. E chi non lo crede? Insomma il libro di Fukuyama è scritto per fare impressione: dimostra più che altro l'ingresso sempre più prepotente della Sci-Fi nella saggistica. Stufi delle ricostruzioni storiche, annoiati dalle analisi del presente, i lettori si dilettano con gli scenari futuribili. Gli economisti sono stati i primi ad avviare questo genere di letteratura. Inutile pensare che gli altri intellettuali non li seguano. Il libero sfogo dell'immaginazione si dimostra un'ottimo sostituto: un Prozac della letteratura. Perciò il libro ha e avrà successo anche se sembra scritto da un turista superficiale della storia e del mondo. Una sfilata di John Galliano può fare più impressione. E Minority Report, il nuovo film di Spielberg con Tom Cruise, potrà anche rivelarsi più profondo.
Francis Fukuyama, Our Posthuman Future, Farrar Straus & Giroux, New York, 272 pagine, 25 dollari