Raffaele Costa da Mondovì, classe 1936, è un liberale doc; e come il miglior vino del suo Piemonte, mai tradisce. Con un bouquet, inconfondibile, che di stagione in stagione si ripropone: la caparbia denuncia dell'Italia degli sprechi, delle corporazioni, della complicità negli inciuci, nel fariseismo del predicare bene e razzolare male. Il tutto documentatissimo, perché vissuto all'interno del «sistema». Da deputato, sin dal 1976, parlamentare europeo, ministro (sanità, trasporti, politiche comunitarie e affari regionali). E il suo ultimo prodotto, L'Italia dei privilegi, è un Grand Cru. «Dizionario delle persone e delle categorie trattate meglio dei comuni cittadini», recita il sottotitolo. Nelle oltre 400 pagine che seguono, nessuno o quasi esce indenne: partiti, sindacati, avvocati, magistrati, diplomatici, pubblici amministratori. «Uno spaccato dell'Italia burocratica di oggi, zeppa di enti sovente inutili (comunque sempre pieni di personale), di aziende pubbliche, semipubbliche, parapubbliche, di monopoli, di oligopoli e di nicchie, di baracconi che operano accanto ad altre aziende private e in molti casi anche pubbliche, che lavorano silenziosamente, correttamente, senza riflettori, senza clamore, senza privilegi, nell'interesse vuoi dei titolari delle aziende, vuoi del cittadino utente», si legge nella pagina conclusiva.
Smaltita l'indignazione e relativo attacco di bile, al lettore «non» privilegiato viene spontaneo un interrogativo: in che modo s'è formata una simile palude, e perché mai anche coloro che sventolano la bandiera liberale (cioè l'attuale maggioranza di governo), faticano a contrastarla, dando persino, in alcuni casi, l'impressione di portare vasi a Samo? Oltretutto certe diffidenze internazionali nei nostri confronti, nascono proprio dalla stridente contraddizione fra un Paese pieno di energie, che lavora, e un'ammorbante atmosfera alimentata da quanti, per sopravvivere nel privilegio, succhiano sangue agli organi più vitali. Certo, ha ragione Costa nel sostenere che «il primo passo per superare certi privilegi, certe barriere è conoscerli». E il suo contributo è sicuramente importante. Tuttavia, onorevole: crede davvero bastino le denunce e i piccoli passi in chiave riformista? O non è venuto il momento di dirci che per spalare la palude, anziché il cucchiaio o la pala urge un'idrovora, che azzeri i privilegi partendo dall'alto, e giù giù, poi, senza eccezioni? Un ricordo ad esempio. Nel 1970 al varo delle Regioni, liberali e repubblicani ottennero la garanzia dell'abolizione delle province. Invece, sono passate da 80 a più di cento, con altre in dirittura di arrivo. Ancora: è esploso il problema dell'inflazione, dell'inadeguatezza delle rilevazioni Istat, e che succede? Anziché spingere l'acceleratore della concorrenza, delle liberalizzazioni, si pensa, insulto alla storia economica, al «controllo dei prezzi» e, il peggio non avendo mai fine, a speciali «osservatori»: autentiche greppie per chi riuscirà a infilarsi. Stimando Costa, sapendolo agile di penna, l'attendo pertanto al prossimo appuntamento politico-letterario: un «manifesto liberale» sul Che fare. L'Italia dei non privilegiati (sebbene, temo, minoritaria), non attende altro.
Raffaele Costa, L'Italia dei privilegi - Dalla A alla Z, dizionario delle persone e delle categorie trattate meglio dei comuni cittadini, Mondadori, 441 pagine, 18,40 euro