Non molto tempo fa diversi giornalisti e persino qualche storico polemizzarono furiosamente contro chi aveva rievocato la persecuzione, fatta di accuse e di violente denunce, di cui era stato oggetto per la sua opera scientifica lo storico Renzo De Felice. L'aspetto più piccante della polemica consistette nel fatto che tra coloro che più pervicacemente negavano che De Felice fosse stato attaccato vi erano molti degli antichi accusatori. Proprio al linciaggio di De Felice sono dedicate le ultime pagine della Fabbrica delle ideologie di Giuseppe Bedeschi. Se l'autore torna su vicende che non fecero onore agli intellettuali italiani non è però per riprendere una polemica ormai superata ma per cercare di spiegare come mai il dibattito scientifico fosse potuto scendere così in basso. E la ragione appare evidente dalla sua stessa opera, che necessariamente rappresenta tutti gli aspetti dello sviluppo delle idee politiche nel nostro Paese, anche quelli più meschini.
Non già, per fortuna, che sia stato sempre così. Nel rappresentare il panorama del dibattito all'inizio del Ventesimo secolo, Bedeschi dedica lunghe pagine a quell'età giolittiana che vide affollarsi le varie anime del socialismo: da quella che voleva seguire il riformismo su cui puntava anche il «dittatore di Dronero» a quelle estremiste e barracadiere, che avrebbero trovato il loro rumoroso alfiere in Mussolini e che, dopo la sua espulsione, avrebbero finito per trascinare il partito in una lunga serie di errori. Ma largo spazio viene dedicato ai socialisti anomali come Salvemini da un canto e i sindacalisti sorelliani dall'altro, protagonisti, non meno e forse più dei nazionalisti, dell'agitazione interventista.
È merito dell'opera mostrare come le idee politiche siano viste non soltanto con lo sguardo degli avversari ma anche con quello dei loro propugnatori: socialisti, nazionalisti, democratici e quindi, nel primo dopoguerra, fascisti, popolari, comunisti. Ma ancor più interessanti sono le analisi di pensatori contemporanei, come Croce, Gobetti, Amendola o ancora Salve-mini. D'altro canto Bedeschi sottolinea con molta finezza le «affinità» filosofiche di alcuni di essi, come Gentile e Gramsci. Quanto a Croce, del quale è riconosciuto il percorso, tutt'altro che sfavorevole al fascismo e a Mussolini sino al 1925, di lui viene ricordata la polemica con Einaudi a proposito del legame tra liberalismo politico e liberalismo economico, che il secondo a differenza del primo riteneva essenziale e necessario. Altra polemica significativa fu nel secondo dopoguerra quella tra lo stesso Croce e Ferruccio Parri la cui interpretazione dell'Italia prefascista come di una democrazia mancata riprendeva i motivi del pensiero gobettiano. Contro questa visione (che ha continuato per anni a inquinare purtroppo molte opere e molte università), il Croce rivendicava i meriti della classe politica risorgimentale e post-risorgimentale.
Nell'ultimo trentennio del Novecento non vi furono più i grandi dibattiti dell'epoca precedente: il Sessantotto fu in Italia prodotto di importazione e la crisi e la scomparsa del Pci furono il riflesso del crollo della casa madre. Tuttavia anche questi momenti (ad esempio quello del cosiddetto «eurocomunismo») meritano un attento esame per il riflessi che ebbero sulla fine della prima Repubblica. Perché il libro di Bedeschi è in definitiva una storia dell'Italia del Ventesimo secolo, vista attraverso il filtro delle idee e più spesso delle ideologie, che delle idee sono una sorta di sottoprodotto, in cui il pensiero si confonde con il mito e talvolta con l'utopia.
Giuseppe Bedeschi, La fabbrica delle ideologie. Il pensiero politico nell'Italia del Novecento, Laterza, 448 pagine, 25 euro