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Compagni rompete il silenzio (meglio Miriam di Alfredo)

Liberal Fondazione
di Giuseppe Bedeschi

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Vittorio Foa rivolge a Miriam Mafai e ad Alfredo Reichlin (che sono stati per lunghi anni dirigenti del Pci) alcune domande «provocatorie», tali da suscitare in essi risposte sincere e «non diplomatiche». Osser-va, per esempio, Foa, che in Italia pochi anni fa più di un terzo dei cittadini si dicevano comunisti. «Ora stanno in gran parte in silenzio, il loro passato è cancellato nella memoria». E chiede: cosa può essere questo silenzio? Forse l'elaborazione di un distacco? «Da che cosa vi siete distaccati? Da una certezza, da una speranza, da una possibilità, da un disegno di società giusta? Quale idea è rimasta vuota?». Se i comunisti non sono arrivati al governo prima della svolta di Occhetto, forse è perché si è pensato che se essi avessero preso il governo, non l'avrebbero mollato con metodi democratici? Nel pensiero di Berlinguer sulla differenza dei comunisti da tutti gli altri, non c'era forse, con l'affermazione del valore etico, anche un vuoto di democrazia? È possibile pensare oggi alla storia comunista italiana senza riflettere sul fatto che il Partito comunista ha seguito con ritardo la strada indicata, su punti decisivi, dal Partito socialista (rapporti con l'Urss, governo con la Democrazia Cristiana, posizione del primo Craxi sul declino del collettivismo e sul risorgere dell'individuo)?
Le risposte di Miriam Mafai e di Alfredo Reichlin a Foa costituiscono il testo di un interessante libretto. Le risposte della Mafai appaiono le più libere e le più intelligenti; quelle di Reichlin sono invece gravemente ipotecate dai vecchi miti, dal vecchio linguaggio, dalla vecchia ideologia. Il maggiore partito della sinistra, dice Miriam Mafai, nel corso degli ultimi 10-12 anni ha cambiato nome, simbolo, segretario, statuto, sede; ha elaborato un certo numero di «progetti» (socialdemocratico, riformista, liberale), senza tuttavia affrontare fino in fondo un esame del proprio passato.
Una vera e propria rimozione caratterizza dunque la vita attuale dei Ds. «E penso - aggiunge la Mafai - che questa rimozione non ci abbia aiutato a cambiare». «Oggi esistiamo - dice la Mafai - come una formazione dall'incerto passato e dalla discutibile genealogia. A chi ci chiedesse: «Chi son li maggior tui?», non potremmo dare una risposta soddisfacente.
E chi lo sa? Marx? Rosselli? Gramsci? Bernstein? Go-betti? Gandhi?». Questa incapacità di rivedere criticamente passato e presente fa tutt'uno con l'incapacità attuale dei Ds di percepire che la vecchia società - largamente fondata sulla fabbrica taylorista e fordista - è quasi scomparsa, e che è sorta una nuova «società degli individui», nella quale i bisogni, le esigenze, le aspirazioni sono radicalmente diversi. Craxi - aggiunge la Mafai - «aveva percepito il problema con la stessa naturale immediatezza con la quale Berlusconi ha percepito e raccolto gli umori di oggi di gran parte della società italiana».
Di fronte a ciò, Reichlin rispolvera, come dicevo, tutto il vecchio armamentario paleo-marxista e paleo-comunista.
Egli dice di essere stato fra quelli che dieci anni fa puntarono sulla svolta di Occhetto nella convinzione che la catastrofe del comunismo rendeva necessario rifondare la sinistra dandole un'altra prospettiva storica. «Ma pensavo anche - aggiunge - che ciò non cancellava il patrimonio grandissimo di idee, di esperienze e di passioni che avevano fatto del Pci un fattore di progresso per l'Italia repubblicana. E che riuscire, quindi, a ricollocare quel patrimonio all'interno di una nuova sinistra poteva rappresentare una grande risorsa, la condizione per dare base di massa al disegno di ricostruire una socialdemocrazia italiana». Così a Reichlin tornano tutti i conti, e passato, presente e futuro si collocano su una linea di piena continuità.
Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, Il silenzio dei comunisti, Einaudi, 105 pagine, 10,50 euro
 

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