Real Madrid: e, alla Eugenio Montale, il nome agì. La squadra più forte del Ventesimo secolo, la società che ha vinto di tutto e di più. Il club che è sinonimo di successo e di spettacolo. L'anno scorso l'ingaggio di Zinedine Zidane, quest'anno l'arrivo del campione del mondo Ronaldo: non si bada a spese, in casa madridista. Il presidente Fiorentino Perez Rodriguez intende ripercorrere il cammino dei suo predecessori, costruire, cioè, un altro Real capace di impartire lezioni di calcio e di stile. La formazione, d'altra parte, è in grado di mettere i brividi a qualsiasi avversario: oltre a Zidane e Ronaldo, ecco la fantasia del portoghese Figo, l'istinto del gol di Raul, che sembra un Paolo Rossi riveduto e corretto, la potenza di Roberto Carlos, l'esperienza di Hierro, l'astuzia di Morientes. La critica mondiale non ha dubbi: è un team destinato a conquistare persino l'impossibile. Per diventare, così, il più forte Real Madrid di tutti i tempi.
Possibile, il più forte per davvero? No, perché esiste un Real che è leggenda, che nessuno riuscirà mai a superare, un Real che ha scritto, all'epoca di un calcio romantico e sublime, dei campioni «principi della zolla», pagine di forte intensità, pagine di un romanzo costellato di vittorie, di assi indimenticabili e di un presidente-mito: Santiago Bernabeu. Quel Real conquistò dal 1955 al 1960 cinque Coppe dei Campioni consecutive, scudetti, una Coppa Intercontinentale nel 1960. Era la società modello della Spagna franchista, ma possedeva anche l'amore del popolo. E, oggi, è cantata da uno scrittore come Javier Marías. La figura dominante era quella di Santiago Bernabeu, che ripeteva: «Quello che vogliamo è fare contenta la gente».
Bernabeu diventò presidente nel '43, rimase in carica per 35 anni. Nel 1978, al suo funerale, partecipò tutta la città, anche i rivali di sempre, quelli dell'Atletico. Riposa nella sua terra, Almansa, mèta continua del pellegrinaggio di sostenitori, di appassionati, di persone cresciute nella fede di un club probabilmente unico. Lo stadio del Real porta il suo nome, ma gli sono state dedicate anche una via e una fermata del Metro. Bernabeu fu anche calciatore, una autentica «stella»: onorò la maglia bianca dal 1912 al 1916. Luis Del Sol, centrocampista ferrigno, stella dell'Invincibile Armata, e campione d'Italia con la Juventus nel 1967 (la formazione «operaia» del paraguaiano Heriberto Herrera), lo ha ricordato così: «Un uomo forte, coinvolgente, un vero trascinatore. Era nato per il football e sotto la sua guida sono cresciuti calciatori straordinari. Il Real era, per lui, casa, madre, culla. Passava intere giornate in sede, voleva conoscere ogni segreto, ogni angolo, ogni dettaglio della società. Poi, si fermava ad ammirare le tante coppe. E suoi occhi luccicavano, di una gioia infinita, quasi infantile. Il Real Madird di oggi è nato con Santiago Bernabeu».
Una formazione, quella che dal 1955 in avanti impartì lezioni di calcio al mondo, multirazziale, con il francese Kopa, gli argentini Di Stefano e Rial, l'uruguaiano Santamaria, l'ungherese Puskas. Fenomeni in mezzo ad altri fenomeni, vedi Gento, Munoz e il già citato Luisito Del Sol. La «stella» di prima grandezza era, ovviamente, Di Stefano, la saeta rubia, un calciatore universale, bravo come Pelé e Maradona. Ha scritto Eduardo Galeano: «Tutto il campo entrava nelle sue scarpe. Il campo nasceva dai suoi piedi e dai suoi piedi cresceva. Da porta a porta Alfredo Di Stefano correva e ricorreva per il campo: con il pallone, cambiando fronte, cambiando ritmo, dal trotterellare pigro al ciclone inarrestabile; senza palla, smarcandosi negli spazi vuoti e cercando aria quando gli spazi si intasavano». Così era Alfredo Di Stefano, la saeta rubia. Il suo era il calcio della potenza e della bellezza, le sue rovesciate sono icone della memoria. Del Sol non ha mai avuto dubbi: «Oggi parliamo, ovviamente, di Pelé e Maradona, due assi formidabili. Ma Di Stefano era, forse, il più completo di tutti. Lo potevi mettere in ogni zona del terreno di gioco: lui difendeva, attaccava, dettava il passaggio, sapeva vestire i panni dell'umiltà in maniera naturale. E poi era un trascinatore, possedeva carisma, gli bastava uno sguardo per farsi capire e obbedire». Di Stefano, davanti alla propria casa, ha fatto costruire un monumento. Una palla di bronzo con una targhetta che diceva: «Grazie, vecchia mia».
Il Madrid riceve il titolo di «Real» dal re Alfonso XII il 29 giugno 1920. «E, in effetti, siamo sempre stati e saremo per sempre Real», disse Emilio Butragueno, ala destra, protagonista di un'altra squadra da copertina, quella che compì mirabilie negli anni Ottanta. «El Buitre» lo chiamavano, cioè l'avvoltoio, perché volava sugli avversari senza pietà: e i suoi gol erano come stilettate, lampi micidiali. «È vero, tutto è nato con Santiago Bernabeu, con quei ragazzi indimenticabili. Certo, la nostra storia comincia molto prima, con il portiere Zamora, ad esempio. Ma la nostra leggenda prese il via in quel 1955. Con la Coppa dei Campioni. Con quelle cinque vittorie di fila. Noi ragazzini siamo cresciuti con quegli esempi, i tifosi, fuori dalla Ciudad Deportiva, ci dicevano: dovete vincere per loro, per i vostri padri. Gento, Di Stefano, Puskas: da mettere i brividi. E adesso sono io a raccontare ai nostri giovani quella favola senza fine, senza età, senza tempo». Va bene Zidane, Figo, Raul, Ronaldo, Roberto Carlos. Ma c'è chi avrà sempre un passo più di loro. Sono gli assi degli anni Cinquanta, guidati da Di Stefano: la saeta rubia che trasformò un pallone di cuoio in poesia pura. C'è il senso di una società «universale», nata in queli anni. Fabio Capello (che ha allenato il Real nella stagione 1996-97, conquistando lo scudetto) ha raccontato così, al Guerin Sportivo il mito di un club, di una squadra, di un movimento: «Per me, il Real ha la magia di Picasso. C'è stato il periodo blu, il periodo rosa, il cubismo. Così come c'è stato il Real delle cinque coppe, il Real della quinta del Buitre e, adesso, il Real di Figo, Raul e Zidane. Il museo, lo stadio dedicato a Santiago Bernabeu, quelle maglie bianche come se fossero pagine di un libro da scrivere. E poi il sentimento della gente, la vittoria come compagna di viaggio, sempre, comunque. Non un tatuaggio sulla pelle. Di più: un marchio nell'anima. Ho giocato nella Roma, nella Juve e nel Milan, ho allenato il Milan e alleno la Roma, ho vinto molto, mai, però, ho vissuto l'intensità del Madrid. Una roba che ti sequestra il cuore: non basta giocar bene, bisogna saper soffrire. Lo so, sembrano frasi fatte, facilmente riproducibili, quelle cose che noi allenatori recitiamo a memoria come gli scolari il Cinque maggio... Quando ci sono stato, ho capito: Bernabeu non è soltanto il fantasma dell'opera e se apre bocca Di Stefano, si mettono tutti sull'attenti. Perché l'idea di vecchio nel senso di obsoleto, di giurassico, non esiste, al Real. Vecchio è chi, per pigrizia mentale o agiatezza economica, non afferra il messaggio: e finisce con il trattare la milizia nel e per il Real come se fosse uno scatto di carriera e non una missione».