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Fate largo a Pacciardi

Liberal Fondazione
di Alberto Indelicato

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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E' noto che durante la guerra civile spagnola i rapporti tra Pacciardi e i suoi «alleati» comunisti non furono idilliaci. Era stato l'esponente del partito repubblicano ad aver avuto per primo l'idea di un corpo di volontari che accorresse in Spagna a dar man forte alla repubblica democratica e «borghese» minacciata dalla rivolta dei militari ribelli. Egli pensava a una «legione italiana» assolutamente apartitica, organizzata secondo il modello dei garibaldini che nel 1897-1898 avevano combattuto in Grecia contro i turchi o di quelli accorsi in Francia nel 1914 prima dell'entrata in guerra dell'Italia. A tutta prima i comunisti spagnoli - il cui partito, guidato per conto del Comintern dall'italiano Vittorio Codovilla, era pressoché insignificante - sembrarono non rendersi conto della gravità della situazione e dei vantaggi che potevano derivar loro dalla eventuale presa di posizione dei compagni stranieri in favore del governo legittimo. Benché già inserito nel sistema, quale componente del frente popular vincitore delle elezioni politiche, il partito comunista spagnolo si trovava come appiattito tra i partiti tradizionali e le formazioni estremiste sindacali e politiche - comunisti antistalinisti del Partido obrero de unificación marxista e anarchici - che pur non essendo rappresentate nelle Cortes erano molto attive nel Paese. Fu a quanto pare l'esule tedesco Willy Münzenberger, considerato a giusta ragione il genio della propaganda comunista internazionale: il «Goebbels del Comintern», a impadronirsi dell'idea di una partecipazione popolare internazionale alla guerra civile e a sottoporla ai dirigenti sovietici. Mosca approvò la proposta, chiarendo però che delle brigate avrebbero fatto parte comunisti stranieri. Non ci sarebbero stati «volontari» sovietici tranne quelli, evidentemente tutt'altro che volontari, incaricati di tirare sul posto, direttamente o indirettamente, le fila dell'operazione nell'interesse del Comintern: alti ufficiali dell'Armata Rossa, diplomatici e principalmente agenti delle varie organizzazioni di spionaggio. I volontari non comunisti sarebbero stati i benvenuti, tanto più che non bisognava dare l'impressione che in Spagna si affrontavano comunisti e anticomunisti: la guerra civile doveva essere presentata come un duello tra fascismo e democrazia.
Pacciardi, pur condividendo la visione della guerra civile spagnola come il preludio della sconfitta del fascismo italiano secondo lo slogan ottimistico lanciato da Carlo Rosselli («Oggi in Spagna, domani in Italia»), non poteva essere d'accordo sui veri scopi dei comunisti, che d'altronde per qualche tempo rimasero celati dietro il rispetto delle istituzioni «borghesi»: tutela della piccola e media proprietà, pluripartitismo, difesa dell'ordine pubblico (purché sotto il loro controllo) contro gli eccessi degli anarchici e degli altri estremisti. Il disaccordo sarebbe venuto alla luce quando apparve evidente che in realtà i comunisti, sotto le apparenze della comune lotta contro i franchismi, facevano una guerra tutta loro, il cui ultimo traguardo era la creazione di una «repubblica popolare» come quelle imposte dieci anni dopo nell'Europa centro-orientale. Dal canto loro i comunisti avevano le idee molto chiare sul loro «alleato», come risulta dai rapporti che i loro esponenti mandavano a Mosca, formalmente al Comintern ma in realtà ai massimi dirigenti sovietici, per informarli, oltre che dell'andamento del conflitto, dell'influenza che il loro partito e l'Urss riuscivano gradualmente a esercitare sul governo, sull'esercito e sui volontari. Da alcuni di quei documenti (Spain betrayed, Yale University Press) appare evidente la diffidenza e addirittura l'ostilità nei confronti dei volontari non comunisti, ai quali pure bisognava talvolta fare buon viso. Di Pacciardi parlava alla fine di luglio 1937 la relazione a quattro mani di un certo colonnello Simonov e del futuro maresciallo dell'Urss Kiril Meretskov a proposito del diffuso scetticismo sull'esito del conflitto, che regnava ormai in tutte le formazioni dei volontari stranieri. Molti uomini erano demoralizzati e in alcune brigate si erano avute numerose diserzioni. Nella XII^ brigata, comandata da Pacciardi, la situazione non sembrava così preoccupante, tuttavia i suoi membri, dopo aver partecipato a combattimenti durissimi, ritenevano di aver ben meritato di essere smobilitati. Il rapporto considerava tale stato d'animo come una conseguenza della battaglia di Brunete, durata vari giorni, che era stata celebrata come un grande successo dei repubblicani, ma che in realtà, mentre aveva lasciato la situazione strategica invariata, era costata loro 25 mila morti contro i 10 mila dei franchisti.
Il rapporto aggiungeva che Pacciardi aveva anche fatto sapere che intendeva dimettersi dal suo comando (il che non corrispondeva al vero) e taceva le vere ragioni per cui egli aveva chiesto di poter con i suoi uomini rimanere per un certo periodo lontano dal fronte. Per quello che lo riguardava personalmente, Pacciardi aveva invece fatto notare che, essendo stato ferito, aveva bisogno di un periodo di riposo. Quanto alle ragioni più generali della sua richiesta, esse sarebbero apparse più chiaramente da un altro rapporto al Comintern della fine dell'agosto successivo. Di questo secondo rapporto era autore un altro italiano, conosciuto con i nomi di Contreras o Alfredo. Si trattava di Palmiro Togliatti. Egli faceva anzitutto una specie di ritratto politico e psicologico di Pacciardi, non privo si direbbe di una punta di ammirazione e di invidia. «È un repubblicano - scriveva - un demagogo astutissimo, molto vicino ai suoi uomini, forse più di quanto non lo siano i nostri compagni...». Si riferiva quindi con più esattezza di quanto non l'avessero fatto i due militari sovietici alle motivazioni della richiesta di un periodo di tregua per i volontari: «Pacciardi propose il ritiro della sua brigata perché temeva che, dopo essersi fatta molto onore, essa a causa delle ingenti perdite subite e della difficoltà di trovare altri volontari italiani potesse perdere la rinomanza che si era guadagnata». C'erano nella brigata anche degli spagnoli, ma essi (secondo Pacciardi) «non sono buoni a nulla». E Togliatti commentava: «In generale costui tratta gli spagnoli con disprezzo».
Ciò che suscitava maggiormente l'indignazione di «Alfredo» era la circostanza che Pacciardi era ripartito per Parigi, dove aveva convocato una riunione dei partiti antifascisti italiani: repubblicani, socialisti e anche comunisti per sottoporre la sua idea, appoggiata da Nenni, di sciogliere la brigata, i cui uomini, riconosceva Togliatti, «sono in gran parte esausti». Ma anche «Alfredo» falsificava la verità, poiché nello stesso rapporto riferiva che in quella riunione Pacciardi aveva chiesto ai presenti se non pensassero che egli stesso dovesse rimanere comandante della «Garibaldi», il che conferma che egli voleva ricostituirla con l'apporto di nuove e più fresche energie. Questione, annotava Togliatti, che semmai doveva essere sottoposta in Spagna d'accordo con il partito (comunista) spagnolo e con i capi dell'esercito regolare. Pacciardi insomma aveva dato prova non soltanto di sapersi imporre anche ai comunisti italiani in assenza del loro capo, ma anche di un inammissibile spirito di indipendenza. Egli aveva ignorato la pretesa dei comunisti di esercitare il loro controllo sui volontari stranieri, a qualsiasi partito appartessero. Pretesa che è anche chiaramente formulata nello stesso rapporto nei seguenti termini: «Le brigate internazionali dovrebbero essere poste sotto il controllo di un comunista (Modesto)... Ogni comando di brigata dovrebbe essere rinforzato da un compagno spagnolo, se possibile membro del Comitato centrale del partito, in qualità di capo di stato maggiore o di commissario politico. Questa misura era stata decisa molto tempo fa, ma non è stata ancora applicata. Dobbiamo insistere perché lo sia». (Modesto era il comandante dell'armata dell'Ebro).
Il «caso Pacciardi» continuò a preoccupare i dirigenti comunisti per molto tempo. Il 14 dicembre su di esso ritornò un importante dirigente del Comintern, Manfred Stern alias Kléber, celebrato come salvatore di Madrid, ma anche criticato per le sue continue, pesanti interferenze nella politica interna della repubblica spagnola. In una sua lunga relazione egli, oltre a riferire sull'andamento delle operazioni militari, si difendeva da varie accuse, compresa quella gravissima di essere trotzkista rivoltagli da alcuni compagni, tra cui l'italiano Luigi Longo e il tedesco Franz Dahlem. Stern - sia detto per inciso - sarebbe stato, malgrado la sua autodifesa, «eliminato» in una «purga» appena rientrato in Urss. «Pacciardi - riferiva - non era un cattivo comandante, ma era certamente molto orgoglioso e capriccioso, aveva voluto fare sempre a modo suo, ignorando l'opinione del suo comandante di divisione (vale a dire dello stesso Kléber). Inoltre, malgrado la maggior parte dei suoi uomini fossero comunisti, aveva chiamato a far parte del suo quartier generale esclusivamente dei repubblicani, degli anarchici e dei socialisti». Se ne sarebbe dovuto dedurre che i brigatisti comunisti lo odiassero? Niente affatto, ammetteva tra lo stupefatto e lo scandalizzato Kléber, al contrario «molti di loro erano caduti sotto la sua influenza».
Proprio per combattere il «dominio» di Pacciardi sui suoi uomini, l'ispettore generale delle brigate, Luigi Longo, senza previamente interpellarlo, gli aveva messo alle costole come capo di stato maggiore un altro italiano, Felice Platone. Pacciardi se ne era molto risentito e lo aveva totalmente ignorato, tanto più, riconosceva lo stesso Kléber, che «il Platone era un buon comunista ma persona completamente incapace di svolgere il suo compito». Finalmente, a questo punto, in un inciso del rapporto appare un barlume di verità: «Dopo la battaglia di Brunete... e dopo gli avvenimenti di Barcellona del maggio precedente, l'atteggiamento degli anarchici italiani divenne apertamente ostile nei confronti dei comunisti». Che c'entrava Pacciardi con gli anarchici vittime degli «avvenimenti di Barcellona»? Lo spiegava Kléber: «Il capo della sezione operazioni, un anarchico di nome Braccialarghe (si trattava in realtà di Giorgio Braccialarghe, in seguito divenuto repubblicano) era diventato l'uomo nel quale Pacciardi riponeva la massima fiducia». Kléber riferiva di un colloquio durante il quale il comandante della Garibaldi aveva attaccato i comunisti «per la loro politica settaria». Sull'episodio c'è la versione di Pacciardi, il quale fa risalire la sua disputa al maggio precedente, quando i comunisti avevano deciso di attaccare anarchici e «poumisti» a Barcellona ed egli si era rifiutato di far partecipare la sua brigata a quell'impresa. I suoi uomini, aveva detto, erano in Spagna per combattere i fascisti, non per fare «servizio di ordine pubblico». Kléber forse per prudenza non aveva riferito questa frase, ma sosteneva di aver accusato il suo contraddittore di «avere con il suo comportamento alienato molti onesti antifascisti dalla causa della repubblica». Egli non si rendeva conto di contraddirsi e di contraddire quanto aveva scritto Togliatti a proposito dell'ascendente che Pacciardi aveva non soltanto sui suoi uomini ma anche sui comunisti.
A ogni modo Pacciardi partì, come si è detto, per la Francia; nell'attesa del suo ritorno si discusse sul suo sostituto. Kléber sostiene che Longo aveva proposto il nome di Ilio Barontini, un comunista assolutamente fidato, che si era distinto nella lotta contro i bordighisti e che si considerava un esperto militare perché in Urss aveva frequentato l'accademia Frunze. (Alla fine della guerra civile spagnola il Comintern lo avrebbe mandato in Etiopia per organizzare la guerriglia contro gli italiani e nel 1948 sarebbe stato eletto senatore). Egli però non piaceva per nulla a Kléber, che di lui scriveva: «Tutti sapevano che Barontini in battaglia aveva avuto paura. A Guadalajara, piangendo e tremando per il terrore, aveva fatto una misera figura ed era diventato lo zimbello dei suoi uomini». Alla fine fu scelto un altro italiano, Carlo Penchienati, un ex ufficiale dell'esercito che aveva lasciato l'Italia dopo la promulgazione delle leggi «fascistissime». Nell'emigrazione era stato considerato vicino ai comunisti e ciò spiega come questi pensassero di poter controllare attraverso lui la Garibaldi. Longo, infatti, fece nominare suo capo di stato maggiore il suo Barontini. Penchienati si accorse presto di esser stato posto sotto «sorveglianza» e si dimise non molto tempo dopo. L'esperienza ne fece un deciso anticomunista, come risulta da un suo libro del 1950 dal titolo inequivocabile Delitti della Ceka in Spagna (edizioni Echi del secolo, Milano), che nel clima di quegli anni fu sepolto sotto una pesante coltre di silenzio. Naturalmente al suo ritorno in Spagna Pacciardi non ebbe alcun comando. Fu assegnato, senza un compito preciso, a disposizione del comando della divisione e poi al quartier generale nell'attesa di un incarico operativo che non giunse mai. Di questa sua situazione egli, annotava Kléber, diede la colpa (evidentemente a ragione) ai comunisti italiani, Longo e Barontini in particolare. Dai rapporti al Comintern (che spesso giungevano sino a Stalin) salta agli occhi come, dietro le quinte della «generosa lotta antifascista», i comunisti tramassero intrighi e tirassero colpi bassi non soltanto agli alleati che erano andati in Spagna per difendere la democrazia, ma anche ai propri compagni di partito. Ma principalmente risulta confermata, ammesso che sia necessario, la volontà dei dirigenti del Comintern di imporre in ogni modo la loro egemonia sia sulle forze che si erano arruolate sotto le bandiere delle brigate internazionali, sia su tutto il fronte repubblicano, sia in definitiva sulla stessa repubblica «democratica» che dicevano di voler salvare.
 

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