Il caso di Giulay Sas o Julius Sachs, rivoluzionario e agente del Comintern, di cui si è parlato di recente per i suoi rapporti con Ignazio Silone negli anni Venti, solleva inquietanti interrogativi per la maldestra e disinvolta operazione di cui è stato oggetto e induce ad altre importanti considerazioni circa i rapporti tra i documenti d'archivio e lo storico che li esamina, e tra quest'ultimo e i mass media. Di Sas avevamo avuto occasione di interessarci un paio di anni fa durante la ricerca che vide poi la luce con la pubblicazione dell'Informatore. Silone i comunisti e la polizia; ora ne torna a parlare lo storico Mimmo Franzinelli in articoli apparsi sulla stampa nel maggio scorso e nelle introduzioni che ha scritto per la riedizione del saggio di Silone Il fascismo. Origini e sviluppo e per la recente pubblicazione della cosiddetta «rubrica di Bocchini», il capo della polizia sotto il regime fascista. Per Franzinelli, Sachs fu una spia del regime fascista. Un'affermazione grave che, se fosse vera, costringerebbe gli storici a tornare su alcuni importanti passaggi della storia del Comintern e del movimento comunista internazionale. Giulay Sas fu tra quei dirigenti comunisti che dedicarono la loro vita alla realizzazione dell'utopia rivoluzionaria. Pierre Broué, nella sua più recente opera sul Comintern, sostiene, avvalendosi degli archivi russi, che Giulio Aquila era lo pseudonimo di tale Gyula Sachs, e che Julius Sachs sarebbe lo pseudonimo dell'ungherese Gyula Szasz. Dagli archivi italiani, dai fondi della sezione stranieri, sappiamo che Sachs o Sas, uno dei protagonisti della rivoluzione ungherese di Bela Kun, di cui fu uno dei principali collaboratori, era nato a Vienna il 18 dicembre 1893. Dopo la restaurazione dell'ammiraglio Horthy, che abbatteva la Repubblica dei Consigli, Sas tornava a Vienna, per trasferirsi, nel marzo del 1920, in Italia con tutta la famiglia. Si stabilì in Romagna e venne impiegato alla Camera del Lavoro di Sant'Arcangelo di Romagna. Si trattava di un lavoro di copertura, poiché in realtà iniziò una intensa opera di propaganda nella zona romagnola, che indusse la polizia italiana, nel luglio del 1921, a espellerlo. Dal suo osservatorio romagnolo fu testimone della nascita e dello sviluppo tumultuoso del fascismo e potè studiarne i caratteri. Dovette rimanere lontano dall'Italia per poco tempo, poiché era di nuovo a Roma nel gennaio del 1922, dove terminava il lavoro sulle origini del fascismo, Faschismus an der Macht che, firmato con lo pseudonimo di Giulio Aquila, vedeva la luce, nel marzo del 1923, sul n° 24 della rivista del Comintern, Die kommunistische Internationale. Egli scrisse ancora sulla situazione politica italiana il saggio Die italianische Sozialistische Partei, un'analisi delle debolezze del movimento socialista italiano e di quanto esse contribuirono al successo del fascismo. La sua notorietà tra gli studiosi italiani continua tuttavia a essere legata allo studio che fece delle origini del fascismo.
Con l'avvento del fascismo, Giulay Sas lasciò l'Italia e si trasferì stabilmente a Berlino; qui, nel gennaio del 1923, lo incontrarono il giovane rivoluzionario Ignazio Silone e la sua compagna Gabriella Seidenfeld, quando, dopo aver lasciato l'Italia, anch'essi si trasferirono a Berlino. Nella capitale tedesca Sas collaborava con il rivoluzionario ungherese, Eugenio Varga, nella direzione dell'Ufficio del Comintern che si interessava del fascismo italiano. I rapporti tra Varga e Sas risalivano all'esperienza rivoluzionaria ungherese del 1919, quando entrambi collaborarono al governo di Bela Kun. Varga era uno studioso di economia proveniente dalle file socialdemocratiche. Nel 1918, aveva aderito al partito comunista, ed era stato, nel governo della Repubblica dei Consigli, commissario alle Finanze, poi presidente del consiglio economico. In questo periodo ovviamente i contatti tra Silone e Sas furono assidui. Il rivoluzionario austriaco fu anzi oggetto di alcune relazioni fiduciarie che Silone inviò alla polizia fascista. In una relazione dell'1 febbraio 1923 Silone riferiva che «esiste presso l'Ambasciata russa di Berlino, nell'Abteilung-Varga, uno speciale ufficio stampa e statistica dedicato all'Italia. L'ufficio è diretto dal comunista ungherese Varga, ex commissario del popolo per l'economia nella fu repubblica soviettista ungherese. Egli è coadiuvato da Sas, un altro comunista ungherese. L'ufficio trasmette a Mosca tradotto in russo e in tedesco tutto il materiale interessante preceduto da una relazione politica. Questo rapporto, come il materiale, serve nel testo russo al ministero degli Esteri russo e nel tedesco al Comitato esecutivo della Terza Internazionale». Alcuni giorni dopo, Silone, che evidentemente aveva una certa libertà di accesso all'ufficio di Sas, riusciva a mandare il programma costitutivo del «Comitato di Soccorso ai profughi e di lotta contro il fascismo», del cui direttivo faceva parte anche Sas, insieme ai comunisti italiani Bombacci, Misiano, Gennari e Ambrogi. All'ufficio berlinese di Sas accennano esplicitamente alcuni dei documenti sequestrati al Pcd'I depositati ora in alcune buste presso l'Archivio centrale dello Stato.
Da Berlino Sas collaborò alla rivista La Corrispondence internationale, ma il suo sguardo era sempre rivolto all'analisi del fascismo e alle vicende del comunismo italiano. Come documenta un repertorio bibliografico sulla Terza Internazionale, pubblicato a Berlino nel 1986, Im Zeichen der Solidaritat: Bibliographie von Veroffentlichungen der Internationalen Arbeiterhilfe in Deutschland 1921-1933, Sas intervenne sul fascismo in modo articolato ancora un paio di volte, scrivendo in collaborazione con Willi Munzenberg, in quegli anni autorevole dirigente comunista tedesco e del Comintern, Bericht uber die faschistische Bewegung e Die Entwicklung und der Stand der faschistischen Bewegung. Nel lavoro di Giuseppe Berti, I primi dieci anni di vita del Pci, vi è la testimonianza documentata che, come dirigente del Comintern, Sas intervenne anche sul dibattito interno al Pcd'I dopo il congresso di Lione, mandando alcune relazioni da Berlino a Mosca, al Comitato esecutivo del Comintern, sugli sviluppi della situazione interna del gruppo comunista italiano; lo stesso fece il suo capo, Eugenio Varga, responsabile ufficiale dell'Ufficio Varga, che continuava ad avere la propria sede a Berlino; cioè, la documentazione esibita da Berti, ci conferma che ancora nel 1926 Sas e l'ufficio di Varga da Berlino continuavano a svolgere lo stesso ruolo che svolgevano del 1923, cioè erano il tramite per alcune questioni tra il Comintern e il Pcd'I. Il contenuto delle relazioni di Sas e Varga non fu gradito da Togliatti che a Mosca faticò non poco nel cercare di correggere in Stalin e nel gruppo dirigente del Comintern le convinzioni che venivano formandosi sul partito comunista italiano con le informazioni fornite da Varga e Sas. Le relazioni di Sas e Varga risalgono al primo trimestre del 1926.
Sas continuò a risiedere a Berlino certamente sino all'ottobre 1931. Tracce della sua presenza a Berlino in questo periodo sono in alcune informazioni fornite dalla polizia politica fascista. A inviarle a Roma era la spia Helmut Huetter, un giornalista molto addentro ai movimenti socialisti europei, il quale accennava a lui già in una relazione dell'ottobre 1929, quando informava Roma sull'«organizzazione antifascista dei comunisti di Berlino (segretario Giulio Sass)». Una comunicazione dell'ambasciata italiana a Berlino segnalava ancora, nel novembre 1929, la presenza di Sas nella capitale tedesca, riferendo che Miglioli si faceva recapitare la sua corrispondenza presso il suo indirizzo. Nell'ottobre 1931, Huetter tornava a riferire su Sas, accennando a un suo incontro con Miglioli a Berlino, avvenuto «presso il comunista ungherese Julius Sas (Aquila)», (...) che, - precisava Huetter - «ora risiede stabilmente a Berlino». Quindi la documentazione consente di affermare che, tra il 1919 e il 1931, Sas visse a Budapest, Vienna, l'Italia, Berlino con qualche viaggio d'ufficio a Mosca, e che a Berlino risiedette per il maggior tempo nel periodo tra il 1923 e il 1931. Del lavoro di Sas sulle origini del fascismo si erano interessati, alla fine degli anni Sessanta, per motivi diversi, Paolo Spriano e Renzo De Felice. Questi non solo ripubblicò il saggio sul fascismo nel suo Il fascismo e i partiti politici, ma gli dedicò anche una certa attenzione nel suo successivo Le interpretazioni del fascismo, in cui sottolineava i meriti pionieristici del lavoro di Sas ma l'ortodossia delle conclusioni nell'analisi sui caratteri e sulle origini del fascismo, in linea con le posizioni allora dominanti nel gruppo dirigente del comunismo italiano, ispirate all'approccio schematico e scolastico di Bordiga.
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Sulla personalità politica di Sachs è tornato di recente Mimmo Franzinelli. Una prima volta con un articolo apparso sul Corriere della Sera del 25 maggio scorso; successivamente con l'introduzione al saggio di Silone Il fascismo. Origini e sviluppo, da lui curato e con quella che ha dedicato subito dopo alla pubblicazione della «rubrica del capo della polizia». Nella prima, scrivendo che «a un certo punto l'uomo del Comintern allacciò rapporti confidenziali con la polizia politica di Mussolini», e nella seconda informando che in essa non figurava il nome di «un altro esponente di rilievo del comunismo degli anni Venti: l'ungherese Julius Sachs (alias Giulio Aquila), responsabile dell'ufficio berlinese dell'Internazionale preposto allo studio dell'Italia e autore di significative monografie sul fascismo edite in russo, tedesco, francese e italiano. Silone conobbe i suoi studi e ne tenne conto nel libro Der Fascismus (....). Ebbene, nel 1929 Sachs allacciò lui pure un rapporto fiduciario con la polizia mussoliniana e per qualche anno trasmise da Vienna - siglate col numero in codice 257 - relazioni riservate sull'Internazionale, sull'attività degli esuli italiani, sui trotzkisti». Proseguiva spiegando che il nome di Sachs non appariva poiché «il filo segreto tra il comunista magiaro e la Divisione polizia politica si era spezzato precedentemente la compilazione della rubrica dei confidenti». In entrambe le pubblicazioni Franzinelli ha sostenuto dunque che Giulay Sas o Julius Sachs era una spia al servizio della polizia politica fascista e che, col n° 257, avrebbe riferito da Vienna sull'organizzazione internazionale comunista. Franzinelli giunge a queste gravi conclusioni in quanto il nome di un certo Julius Sachs risulta tra i 622 nomi delle spie fasciste che, a cura dell'Alto Commissario per le sanzioni contro i reati fascisti, vennero pubblicati sul supplemento alla Gazzetta Ufficiale n° 145 del 2 luglio 1946, dove a fianco del nome Sachs appare anche «non meglio identificato». Insomma l'Alto commissario non era riuscito a identificare la spia.
Un primo singolare aspetto della vicenda è che Franzinelli, che aveva già pubblicato in appendice al suo I tentacoli dell'Ovra del 1999 la lista completa dei 622 nomi, compreso quello di Sachs, non avesse mostrato in quella circostanza curiosità alcuna per il nome di Julius Sachs. Sarebbe interessante sapere cosa sia intervenuto tra la pubblicazione del 1999 e le sue ultime pubblicazioni a indirizzare l'attenzione di Franzinelli sul malcapitato Sachs fino a convincerlo che il nome della «lista dei 622» appartenesse al Giulay Sas autore del famoso Faschismus; una curiosità legittima, considerato che lo studioso non spiega affatto nelle due introduzioni le fonti di questa improvvisa epifania interpretativa, continuando a indicare la stessa, cioè la lista apparsa sulla Gazzetta Ufficiale del 1946, usata per I tentacoli dell'Ovra e che in precedenza non gli aveva suscitato particolari curiosità relativamente al nome di Julius Sachs, trattato allora da emerito sconosciuto. Insomma a convincere Franzinelli che il rivoluzionario Julius Sachs fosse l'uomo della lista dei 622 e quindi una spia fascista è qualcosa intervenuto tra il 1999 e il 2002. Facciamo notare al riguardo che l'unico lavoro uscito dopo I tentacoli dell'Ovra e prima di queste ultime sue sortite, che affronti in maniera più completa la figura del vero Giulay Sas, rivoluzionario comunista e antifascista, è stato lo studio di Biocca e mio, nel quale vi sono molti passaggi dedicati alla personalità di Sas e ai suoi rapporti con Silone agli inizi degli anni Venti. Inutile precisare che anche noi notammo allora la omonimia tra Sas e la spia Sachs, ma alcuni riscontri, su cui ci soffermeremo più avanti, ci consentirono di escludere la comune identità. Nell'introduzione al saggio di Silone, vi è un unico riferimento archivistico che rimanda a un fascicolo dei fondi della Polizia politica-Materia depositati presso l'Archivio centrale dello Stato, che dovrebbe contenere la prova documentale delle gravi affermazioni fatte nel testo a carico di Sachs. La busta indicata dall'autore è la n° 100 e il fascicolo dovrebbe essere quello che porta il titolo Comunismo internazionale. In esso vi sono contenute centinaia e centinaia di relazioni fiduciarie, risalenti al periodo 1929-1931, di moltissimi confidenti che, per lo più da Parigi, da Bruxelles e dalla Svizzera, forniscono notizie di scarsa importanza sul movimento comunista. Di relazioni del n° 257 ne abbiamo contate solo tre! Peraltro assai generiche (una è il riassunto di un articolo di giornale) e tutte provenienti da Vienna.
Un'osservazione preliminare: Sas risiede a Berlino e nella capitale tedesca è la sede del suo ufficio; ebbene, le centinaia di relazioni fiduciarie della spia Julius Sachs, presenti in archivio, che coprono un arco di tempo che va dal marzo 1929 al febbraio 1938, e che, per il lavoro che stiamo terminando sulle strutture repressive fasciste, abbiamo potuto esaminare, provengono tutte da Vienna, riferiscono molto sulla situazione politica austriaca e balcanica e molto poco, e in modo del tutto episodico, sulle organizzazioni comuniste. In realtà, su Julius Sachs, Franzinelli ha preso un abbaglio, scambiando due distinte persone per un'unica persona. La verità è in quelle carte dell'Alto commissario che Franzinelli forse ha esaminato troppo di fretta, e che, oltre che assolvere il rivoluzionario Giulay Sas dalle sue pesanti accuse, rivelano la vera identità della spia Julius Sachs.
Nel giugno del 1928, la direzione della Polizia politica fascista inviava a Vienna un suo agente, Valerio Benuzzi, che operava con il numero di copertura 158, per costruire una rete fiduciaria che si estendesse da una parte in Jugoslavia e dall'altra verso la Baviera. La decisione di inviare Benuzzi in Austria era stata presa dopo una missione segretissima e molto delicata affidata a Michele Kobilinsky, un vecchio fiduciario del ministero dell'Interno, attivo come spia ancor prima dell'avvento del fascismo, con obiettivo Innsbruck e Monaco di Baviera, proprio alla scopo di infiltrarsi negli ambienti politici, intellettuali e giornalistici dell'irredentismo e del pangermanesimo bavaresi. Per Kobilinsky s'era trattato della missione che, dopo le esperienze prefasciste, segnava il suo ritorno alla collaborazione con le strutture spionistiche italiane. A sondarne la disponibilità per questa missione era stato uno dei capi responsabili del Sim, l'alto ufficiale dei carabinieri Filippo Tagliavacche, a sua volta fiduciario della polizia politica fascista col n° 52. Nel maggio-giugno 1928, periodo in cui avveniva la missione di Kobilinsky, l'area Innsbruck-Monaco era del tutto scoperta essendo fallito da poco il tentativo di un'altra spia, Giovanni Liguori, attivo col n° 20, di costruire una rete fiduciaria che si irradiasse da Monaco di Baviera verso le aree limitrofe. Evidentemente Kobilinsky riportò dalla sua missione dati allarmanti, se venne deciso di impiantare stabilmente a Vienna una rete fiduciaria, che controllasse quel crocevia di vari irredentismi, tutti irriducibilmente ostili al governo fascista.
Benuzzi era di casa in Austria, dove aveva vissuto per anni prima e durante la guerra. Benuzzi operava allora sotto il controllo di Bice Pupeschi, spia e capogruppo di spie, nonché amante di Bocchini. L'ambizione di Benuzzi era di costituire in Austria un vero e proprio sottogruppo che rappresentasse la propaggine estera del gruppo della Pupeschi, con la segreta speranza di divenirne in seguito il capogruppo effettivo. L'idea di affidare a Benuzzi la costituzione a Vienna di una rete regionale era nata da una fortunata contingenza. Benuzzi aveva da poco reclutato, per la rete della Pupeschi, un abile agente del legittimismo asburgico, Joseph Zsack, ex addetto stampa presso la Legazione d'Ungheria a Roma e molto amico di un alto funzionario dello Stato austriaco, il barone Friedrich Wiesner, ex capo dell'ufficio stampa del ministero degli Esteri dell'ex impero austro-ungarico. Wiesner era un feroce avversario della Germania e della Jugoslavia e grande ammiratore di Mussolini. Wiesner era un personaggio illustre. Era stato durante la guerra il delegato del ministero degli Esteri austriaco presso il servizio informazioni del Comando supremo austriaco. Nel 1918, era stato a fianco del ministro degli Esteri austro-ungherese, conte Czernin, nelle trattative di Brest-Litovsk per la pace separata con i rivoluzionari russi. Era un esponente del movimento antigermanico in Austria, di cui sosteneva attivamente gli sforzi contro qualsiasi tentativo di anschluss, ed era amico del cancelliere Seipel. Wiesner era inoltre in contatto con tutte le minoranze slave che lottavano contro lo Stato jugoslavo, macedoni, albanesi e sloveni, e questo lo spingeva maggiormente a collaborare con il regime fascista. Aveva già indirettamente collaborato con la struttura poliziesca fascista, quando aveva impedito che il macedone Dusan Krivokapic, un agente della polizia politica fascista, arrestato dalla polizia austriaca, venisse estradato in Jugoslavia.
Adoperando assai abilmente le entrature di cui disponeva Wiesner, già dopo un mese di permanenza a Vienna, Benuzzi poteva comunicare, a metà luglio del 1928, di aver reclutato alcuni informatori, tra i quali segnalava un giornalista turco residente a Vienna. Benuzzi annunciava che da allora lo avrebbe indicato come n° 1 della sua rete in fieri. Era stato sempre il barone Friedrich Wiesner a far entrare Benuzzi in contatto con questo giornalista turco, di cui di lì a poco rivelerà il nome, Julius Sachs. Wiesner faceva più volte intendere che Sachs aveva servito in passato la polizia asburgica; ad allora risalivano i loro rapporti. Di questo Sachs abbiamo una descrizione fornita a Roma dallo stesso suo reclutatore Valerio Benuzzi. In una relazione fiduciaria a Roma, spiegava doviziosamente chi fosse il suo Julius Sachs, prima subfiduciario n° 1 della sua rete e, in seguito, fiduciario diretto da Vienna col n° 257; riferiva Benuzzi a Bocchini: «Allora S.E. W. (nota mia: sta per Wiesner) mi mise in contatto con un giornalista, domiciliato a Vienna da oltre trent'anni e tuttavia suddito turco. È un uomo che parla dieci lingue e ha una enorme rete di relazioni disponendo di un servizio informazioni suo proprio. Pare che lavori per nessuno. Egli mi fece scartabellare il suo archivio segreto ove trovai anche numerose informazioni militari in ispecie aeronautiche che ci riguardano. (Dai colloqui lunghi e frequenti ho potuto dedurre che queste informazioni erano giunte dall'Italia per il tramite postale provenienti da una persona della legazione di Bulgaria a Roma). (...) Il detto signore ha di già un elegante ufficio nel centro di Vienna, che fin d'ora è a nostra disposizione. (...) Il detto signore è in ottimi rapporti con la Polizia austriaca e ungherese. (...) Il detto signore conosce a fondo i Balcani e i diplomatici di quei Paesi. Conosce ed è in contatto con il movimento macedone». Come risulta chiaro dall'esame delle relazioni fiduciarie di Benuzzi, che giacciono nelle carte dell'Alto Commissario, Sachs operò prima, cioè dal luglio 1928 al marzo 1929, come subfiduciario di Benuzzi, riferendo sempre da Vienna, poi, con il ritorno nel febbraio del 1929 di Benuzzi a Roma, Sachs passò come fiduciario diretto e operò col n° 257 sempre da Vienna. Quindi Benuzzi ebbe il tempo di conoscerlo molto bene e i suoi accenni al passato del suo nuovo collaboratore rivelano una personalità ben diversa da quella del «rivoluzionario professionale» Giulay o Julius Sachs; a iniziare dalla nazionalità turca della spia e dal carattere stanziale della sua attività, che lo pone in stridente contrasto con il nomadismo del rivoluzionario comunista. Non vi è nulla inoltre nelle note di Benuzzi inviate a Bocchini che richiami le importantissime vicende politiche di cui si era reso protagonista Giulay Sas e il ruolo di grande spicco che l'ex collaboratore di Bela Kun, ancora nel 1928, stava svolgendo per il Comintern l'ex collaboratore di Bela Kun. È facile immaginarsi come Benuzzi avrebbe magnificato a Bocchini le grandi prospettive che una così illustre recluta apriva al servizio fiduciario fascista, se egli si fosse veramente trovato davanti il rivoluzionario Sachs o Sas con la possibilità che gli offriva di infiltrarsi nel cuore dell'organizzazione internazionale comunista.
Sulla scorta di una dubbia omonimia, Franzinelli identifica Giulio Sas, uomo di Bela Kun e poi del Comintern, con lo Julius Sachs di Benuzzi, giornalista e suddito turco, un professionista della delazione stanziale a Vienna da oltre trent'anni, già attivo collaboratore della polizia asburgica e, senza preoccuparsi di acquisire prove documentali più sicure sull'identità dei due, trascina il nome del Sas dirigente del Comintern in una brutta storia di spionaggio a cui questi fu del tutto estraneo. Ma forse questo sarebbe ancora il male minore, poiché incidenti simili possono capitare a chiunque; ciò che rende più inquietante la vicenda è un accenno di Franzinelli che rivela la sua intenzione di continuare a interessarsi della causa di questo suo involontario «falso storico», proponendone un'interpretazione storiografica che concilii diversi elementi, fino a ora fortunatamente tenuti distinti dalla ricerca storica. Infatti, dopo essersi chiesto se fosse «un caso che due dirigenti comunisti di spicco come Silone e Sachs abbiano entrambi gestito per un periodo non breve rapporti occulti con le strutture segrete fasciste» e dopo aver considerato l'analogia tra il caso di Silone e quello di Sachs «sconcertante», Franzinelli profetizza che «non mancheranno a breve altre rivelazioni sulla figura di questo rivoluzionario professionale, specializzatosi nello studio del fascismo italiano». A noi sembra più opportuno che «l'uomo di Mosca», Giulay Sas alias Julius Sachs alias Gyula Szasz, venga lasciato in pace.