Ancora una volta il curatore della «Maglia nera» sente il dovere di ringraziare le ultime raffiche dell'azionismo moralistico. Grazie ai neogobettiani, infatti, non si troverà mai a corto di argomenti. Anche perché i collaboratori di Micromega, di Critica liberale e soci vari non si limitano all'antiberlusconismo teologico ma si avventurano nelle zone alte della riflessione politica, con esiti talora esilaranti. L'«opinionista di Micromega», Pierfranco Pellizzetti, ad esempio, sul Secolo XIX del 7 gennaio scorso, denunciando «La torre di Babele» dei sedicenti liberali, inanella una tale serie di amenità da far rimpiangere i tempi in cui un deputato poteva suicidarsi per un errore di sintassi o di citazione dotta. Tanto per cominciare, vi si legge che Giovanni Malagodi «equivocava tra libertà e proprietà» e che i dirigenti del suo partito «esibivano una cultura da Baistrocchi». Sui giudizi di valore, non mi pronuncio, in ossequio all'antico detto de gustibus... (e oltre tutto, Malagodi, uomo, peraltro, di eccezionale cultura non solo economica, mi era pure antipatico...). Per quanto riguarda i fatti, ricordo al vero e non sedicente «liberale» che se il vecchio leader del Pli collegava libertà e proprietà non faceva che seguire la lezione dei classici, per i quali l'una non s'identifica con l'altra ma ne è la conditio sine qua non. (Tant'è vero che proprio il residuo rispetto della proprietà privata rese il nazionalsocialismo un po' meno totalitario dello stalinismo). Malagodi e i suoi non avrebbero capito che «il presunto socialista Keynes... è stato il più grande liberale dell'epoca»? Ma siamo seri, che il geniale economista inglese sia da annoverarsi tra i grandi pensatori del Novecento è indubbio ma che possa definirsi «il più grande liberale dell'epoca», può crederlo solo uno che non ha letto o ha letto superficialmente teorici come Hayek, von Mises, Popper, Einaudi. D'altra parte, cosa aspettarsi da chi fa del liberalismo una sintesi della libertà da e della libertà di, ignorando che, nella sua essenza, esso è sostanzialmente libertà come «assenza di costrizioni» e che sono altre, pur rispettabili ideologie - come la democratica, la socialriformista, la cattolico-sociale - a porre il problema della libertà come potere e capacità? Ma le perle dell'articolo sono le (presunte) citazioni storiche. In polemica con Baget Bozzo, il Pellizzetti afferma che la frase «la libertà è una dimensione dell'uomo in quanto inclinato verso il divino» è una «parafrasi del tip-tap reazionario e statalista di Hegel, secondo cui "la libertà è sottomissione alla legge"». Ora a parte il fatto, che la definizione è, semmai, di Montesquieu, cosa c'entra lo spirito reazionario con quello statalista? L'idea dello Stato moderno, da Hobbes in poi, non è la negazione radicale della tradizione, come non si stancano di ripetere i critici dell'89? Come in tutti i fuochi d'artificio che si rispettano, però, il bello viene alla fine. Pellizzetti attribuisce al Coriolano di Shakespeare le parole mormorate da Madame Roland, prima di salire sulla ghigliottina: Libertè que de crimes on commet en ton nom! Forse c'è una spiegazione per questa fantasiosa attribuzione. La ninfa Egeria dei Girondini, infatti, venne condannata a morte dagli antenati nobili della sinistra azionista, i giacobini. Già, ma allora perché sostituirla con un patrizio spietato come Coriolano che «cerca l'odio dei popolani con più grande cura di quanto essi possano renderglielo»? Non resta che un'ipotesi: Coriolano detestava la plebe, gli elettori di Berlusconi sono plebe, Coriolano fu un antiberlusconiano ante litteram e, pertanto, un vero liberale!