Quando morì, F.A. Hayek (1899-1992) era senza alcun dubbio il più importante portavoce del liberalismo classico e il suo teorico più conosciuto. Egli aveva condotto una vita immensamente produttiva, nel corso della quale aveva dato contributi significativi a un gran numero di discipline, su tutte l'economia, la teoria politica, la psicologia e la storia delle idee. Nonostante avesse conseguito il suo dottorato all'Università di Vienna in giurisprudenza, i suoi principali interessi erano l'economia e, sia pure in minor grado, la psicologia. Hayek aveva compiuto i suoi studi universitari con Friedrich Wieser e, di conseguenza, inizialmente adottò alcune delle visioni socialiste del suo maestro. Tuttavia, nel 1922 Ludwig von Mises pubblicò la sua devastante critica della pianificazione centralizzata (Die Gemeinwirtschaft), nella quale dimostrava che in assenza di mercato non esistono metodi per poter determinare i valori di beni e servizi e quindi quello che prima era il calcolo economico razionale diventa impossibile. Dunque, l'inevitabile fallimento del socialismo dipende da questo fatto centrale che, in assenza di un genuino sistema dei prezzi, che a sua volta ha bisogno di un mercato veramente libero, i pianificatori si rivelano incapaci di calcolare i costi reali. Soprattutto in conseguenza della lettura di Mises, Hayek abbandonò le sue iniziali posizioni socialiste e sviluppò una stretta relazione con Mises, i cui seminari prese a bazzicare. Nel corso di una visita durata un anno negli Stati Uniti, Hayek aveva cominciato a interessarsi in particolar modo della relazione esistente fra il credito bancario e il ciclo economico, e quest'interesse culminò nella sua nomina a direttore del neonato Istituto per le Ricerche sul Ciclo Economico. Lavorando nella cornice teorica già disegnata da Mises nella sua Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione, Hayek produce il suo primo importante lavoro, Teoria monetaria e ciclo commerciale (1929), nel quale mostra la relazione fra espansione del credito e investimenti sbagliati che sta alla radice dei cicli economici. Il lavoro ebbe un'eccellente ricezione e proprio per questo Hayek venne invitato da Lionel Robbins a tenere una serie di lezioni alla London School of Economics sul ciclo commerciale. Quelle lezioni, che vennero subito pubblicate in un libro, Prezzi e produzione, vennero recepite con un tale entusiasmo dagli altri professori della Lse che, come ha raccontato Ronald Coase, essi non poterono parlare di altro per mesi. Il risultato fu che a Hayek venne offerta una cattedra alla London School of Economics, che accettò, diventando professore in una delle più famose università del mondo ad appena 32 anni.
Il primato dell'ordine spontaneo
È senza dubbio in questo periodo che sbocciò la storia d'amore fra Hayek e l'Inghilterra. Hayek aveva già letto molto riguardo alla storia delle idee, ma fu mentre era in Gran Bretagna che le sue conclusioni sulla natura delle relazioni sociali e della leggi hanno raggiunto una più completa espressione. Perfettamente a suo agio con la storia del pensiero economico sin dagli albori, Hayek trovò negli scritti di autori come Adam Smith e David Hume la chiave per una teoria che fornisse un puntello filosofico alla società libera. Alla descrizione smithiana della mano invisibile come un meccanismo spontaneo di coordinazione della produzione e della distribuzione di ricchezza, gli autori dell'illuminismo scozzese (e in particolar modo Adam Ferguson), avevano - scoprì Hayek - affiancato una visione della nascita delle istituzioni sociali come prodotto di ordini spontaneamente generantisi. È la teoria, per riassumerla semplicemente, secondo la quale le norme sociali sotto le quali viviamo rappresentano un ordine di una complessità tale da non poter essere il prodotto di un calcolo deliberato ma sono, piuttosto, le conseguenze inattese di un numero sterminato di azioni individuali, nessuna delle quali mira alla pianificazione di istituzioni sociali coerenti e molte delle quali sono il prodotto dell'istinto e dell'abitudine. In sintesi, non c'è bisogno di un ordinamento per avere un ordine. Così, il linguaggio, il diritto, le morali, le convenzioni sociali e lo scambio di beni e servizi sono tutti esempi di ordini spontanei. È per questo motivo che Hayek considerava l'idea che le norme sociali dovessero essere controllate da qualche autorità centrale per paura di disordine e caos come un aprire le porte al totalitarismo, non importa se l'autorità direttiva fosse reazionaria o socialista. Sia il conservatorismo che il socialismo, sosteneva Hayek, hanno in comune questa mancanza di fiducia nell'azione sociale incontrollata, nello stesso modo in cui entrambi mancano di una reale comprensione delle forze dell'economia. L'idea della complessità degli ordini sociali era così centrale al pensiero di Hayek che essa lo portò a quella che forse è stata la sua più grande intuizione sul terreno dell'economia, cioè che in una società dirigista non c'è alcun modo per mettere assieme quei frammenti dispersi di conoscenza, posseduti dai vari attori economici, che rendono possible la coordinazione economica. In due brillanti saggi, il primo pubblicato nel 1937 (Economics and Knowledge) e il secondo nel 1945 (The Use of Knowledge in Society), Hayek sottolinea che questa divisione della conoscenza è in realtà il problema centrale dell'economia e che soltanto il libero mercato può fornire la necessaria struttura per la coordinazione di queste conoscenze disperse. La sfiducia di Hayek nei confronti di teorie sistematiche del governo e della società seguiva direttamente da questa nozione della straordinaria complessità delle norme sociali e della dispersione del sapere. La storia dell'idea di libertà in Inghilterra, scriveva Hayek, è stata essenzialmente empirica e asistematica e tendeva a poggiare sull'interpretazione delle tradizioni e delle istituzioni che avevano assunto quella loro particolare forma senza una direzione conscia. La maggioranza dei teorici britannici sapevano, osservava Hayek, che la libertà stessa era un prodotto forgiato da queste istituzioni e che non era più «naturale» o «innata» per l'uomo di quanto non lo fossero altre gualdrappe della civilizzazione. Le teorie «francesi» della società libera, invece, tendevano a essere più speculative e razionalistiche, basandosi sull'assunzione che la mente umana bastasse a comprendere la totalità delle norme sociali e che fosse possibile, se non altro in linea di principio, alterare queste istituzioni in modo coerente con quelle leggi della realtà che la ragione umana poteva disvelare. Nell'identificare anche geograficamente queste due tradizioni nella teoria della libertà - l'una britannica, l'altra francese - Hayek cercava di spiegare perché la dottrina politica continentale, partendo dalla tradizione francese, era scivolata con tanta facilità nella tentazione totalitaria. Se qualcuno è convinto che la ragione umana possa arrivare a partorire le leggi che governano le norme sociali, allora quel qualcuno potrà arrivare a ridisegnare impunemente una società secondo i suoi desideri. La tradizione inglese che Hayek ammirava così tanto è quella incarnata dagli autori dell'illuminismo scozzese: Adam Smith, Adam Ferguson e, su tutti, David Hume. Nello stesso filone di pensiero si collocavano alcuni loro contemporanei del Diciottesimo secolo fra cui Josiah Tucker, Edmund Burke e William Paley, e i teorici giurisprudenziali della Common Law. A costoro Hayek oppose gli intellettuali dell'illuminismo francese, etichetta sotto la quale metteva gli enciclopedisti, i fisiocratici, Condorcet e soprattutto Rousseau. Avvelenati dal razionalismo cartesiano e facendo appello all'orgoglio e all'ambizione degli uomini, questi autori consideravano tutte le norme sociali come il prodotto di un'intelligenza ordinatrice che a sua volta la politica poteva ridisegnare. Certo, come lo stesso Hayek ammetteva, non tutti gli autori della tradizione inglese erano poi così «inglesi», e non tutti gli autori corrotti dalla hubris razionalista erano francesi. Hobbes, Bentham e gli altri filosofi radicali, e i sostenitori britannici della rivoluzione francese, su tutti William Godwin, Thomas Paine, e Richard Price, per esempio, rigettavano le intuizioni dell'illuminismo scozzese. D'altra parte, vi sono non pochi liberali francesi riconducibili più facilmente a quella che per Hayek è la tradizione «inglese»: su tutti Montesquieu, Benjamin Constant e Alexis de Tocqueville.
Il liberalismo di Hayek
Mentre non nascondo di avere delle difficoltà ad accettare questo modello semplicistico di storia del liberalismo, credo che sia importante analizzarlo per capire dove Hayek collocava il proprio pensiero e perché si considerava un liberale classico. Come tale, egli non poteva non ammirare Locke, il cui empirismo gli riusciva affascinante. Senz'altro Hayek avrebbe messo in dubbio l'idea che il governo fosse in ultima istanza il risultato di un contratto sociale, ma il suo scetticismo sul tema del diritto naturale, come quello di Hume, era temperato da una comprensione piuttosto sofisticata della natura della giustizia. E se è vero che Hume, e Hayek dopo di lui, avrebbe considerato le regole che sostanziano la nostra nozione di «giustizia» come il prodotto di un sistema di convenzioni, queste regole non sono in ogni caso arbitrarie ma, di fatto, fondate sulla nostra natura di animali razionali nati in un universo di risorse scarse. Noi tutti condividiamo alcuni valori in virtù del nostro vivere in un ambiente comune, mentre i desideri di tutti gli uomini sono più numerosi dei mezzi per soddisfarli. È questa la condizione che fa emergere le fondamentali regole della giustizia - quelle che Hume aveva designato come «le leggi fondamentali della natura». Hayek non riuscì mai ad andare più vicino di così alla concezione di Locke di diritto naturale, ma vi si ritrovava vicino abbastanza da considerare Locke un vero «Whig». Hayek si concentrò nella critica all'approccio razionalistico alla politica che caratterizzava la tradizione liberale francese in una serie di saggi che attaccavano l'applicazione acritica della metodologia delle scienze naturali alle questioni sociali. Questa analisi «scientistica» della società, comune a tutti gli schemi di pianificazione sociali, sbaglia nell'assumere che tutte le questioni sociali possono essere studiate meramente in termini dei comportamenti osservabili degli individui e arrivare così a comprendere il tutto sociale, ignorando i loro stati mentali soggettivi, e asserendo che noi possiamo sfornare commenti significativi sui collettivi sociali indipendentemente dalle loro componenti costituenti. In una serie di articoli che apparvero originariamente in una rivista scientifica britannica, Economica, tra il 1942 e il 1944 (e che più tardi vennero riuniti nel libro L'abuso della ragione), Hayek dimostra che questo gigantesco errore metodologico sta alla base di tutti i tentativi di «ingegneria sociale». Rintracciando le sue radici nella visione espressa da molti pensatori dell'illuminismo francese che tutti i fenomeni sono in linea di principio riducibili alla fisica e tutte le malattie sociali curabili con l'applicazione della ragione, lo «scientismo» trovava la sua espressione più importante nella fisica sociale di Henri de Saint-Simon e Auguste Comte e nell'idea di Hegel di sviluppo storico dell'umanità. E attraverso Comte e Hegel, queste idee sono state ereditate da Karl Marx e dai suoi successori.
Hayek e Keynes
Le preoccupazioni di Hayek, quand'era alla London School of Economics, non erano certo confinate ai problemi della teoria sociale. Poco dopo essere arrivato a Londra, Hayek si ritrovò a doversi confrontare con l'economista all'epoca più celebrato in tutta l'Inghilterra (e, forse, in tutto il mondo), John Maynard Keynes. Il Trattato sulla moneta di Keynes era stato pubblicato nel 1930 e Lionel Robbins, all'epoca direttore di Economica, chiese a Hayek una recensione del libro. La recensione di Hayek, che venne pubblicata in due parti, era una critica pungente della teoria monetaria di Keynes che, spiegò egli, non era riuscita ad apprezzare l'importanza critica dei fattori monetari nell'alterare la struttura della produzione e nel determinare il ciclo economico. Keynes replicò alla prima parte della recensione di Hayek, che apparve nell'agosto del 1931 e, come direttore dell'Economic Journal, per rendere la pariglia scelse Piero Sraffa (dell'università di Cambridge) per recensire Prezzi e produzione. Recensione cui Hayek replicò, e poi ancora Sraffa rispose alla replica. Il dibattito tra Keynes e Hayek si diffuse in fretta in tutta la Gran Bretagna e alla fine contagiò tutti gli economisti più importanti attivi a quei tempi (inclusi Sir Ralph Hawtry, Arthur Pigou, Sir Dennis Robertson, Arthur Marget, Alvin Hansen e Herbert Tout). Sarebbe sbagliato dedurne, tuttavia, che si fosse sviluppata una marcata animosità personale tra Hayek e Keynes a causa dei loro dissidi intellettuali. Keynes, apparentemente, aveva una personalità eccezionalmente accattivante. Egli era acuto, immensamente spiritoso, eccellente raconteaur e, come la maggioranza di quelli che l'avevano conosciuto, Hayek venne subito conquistato dalla sua compagnia. Un'amicizia che sarebbe continuata quando la London School of Economics fu trasferita a Cambridge all'inizio della guerra, in conseguenza del bombardamento tedesco della capitale inglese. A dispetto del fatto che Keynes avrebbe poi riconosciuto legittimità a molte delle critiche avanzate da Hayek al suo Trattato, il dibattito tra i due economisti fu presto eclissato dalla pubblicazione della Teoria generale di Keynes. Data alle stampe nel 1936, al culmine della depressione, il mondo accademico trovò nelle raccomandazioni di Keynes sulla spesa pubblica e su un vigoroso interventismo statale una formuletta molto più attraente di quanto non fosse l'analisi di Hayek delle cause del ciclo economico e la necessità di lasciare il mercato correggersi da solo, senza maggiori interventi di politica monetaria. Il risultato fu che la teoria keynesiana del sottoinvestimento e del sottoconsumo durante i periodi di crescita economica lenta o negativa dominò la teoria economica per le decadi successive.
La via della schiavitù
Gli anni Trenta e Quaranta, che coincisero con la permanenza di Hayek come professore presso la London School of Economics, testimoniarono una massiccia crescita dell'interventismo statale in economia assieme a un'intrusione statale anche maggiore nella vita privata dei cittadini. La crescita del governo fu, ovviamente, assai accellerata a partire dallo scoppio della guerra nel 1939. All'epoca l'ortodossia americana e inglese prevalente vedeva il fascismo, e in particolar modo il nazional-socialismo, come filosoficamente antitetico alla socialdemocrazia, che veniva comunemente intesa come la benigna reazione capitalistica alle depredazioni di un'economia di mercato lasciata senza briglie. Hayek fu così allarmato da questa opinione tanto comune che si sentì costretto a scrivere il suo primo lavoro diretto a un pubblico più vasto, La via della schiavitù. Il saggio apparve nel 1944 e divenne in breve tempo un caso letterario, castigato dagli intellettuali su entrambe le sponde dell'Atlantico. In quell'occasione, Hayek sostenne che quelle sensibilità collettiviste che erano diventate tanto popolari nelle democrazie occidentali fossero intimamente correllate, a causa della loro sfiducia nelle forze del mercato e per il loro disprezzo delle decisioni prese singolarmente dagli individui, al fascismo e che tanto l'uno quanto l'altro paradigma politico avevano in comune le stesse radici stataliste e anti-individualiste. La pianificazione centrale, spiegò Hayek, distruggendo l'ordine spontaneo del mercato, necessariamente origina tutta una serie di conseguenze imprevedibili e indesiderate che, poi, conducono a una pianificazione ancora più tentacolare e a risultati ancor meno soddisfacenti. Il fatto che La via della schiavitù avesse avuto una così generosa ricezione negli Stati Uniti (dove il libro apparve anche in forma abbreviata sul Reader's Digest, grazie a Henry Hazlitt), diede la possibilità a Hayek di essere invitato per una serie di conferenze in America a metà del 1945. L'America che vide gli piacque, e così accettò un lavoro al «Committee on Social Thought» dell'Università di Chicago, di cui entrò a far parte nel 1950. La nomina di Hayek in questo comitato anziché al dipartimento di economia, la sua destinazione più naturale, era dovuta al fatto che gli economisti di Chicago consideravano La via della schiavitù e le altre pubblicazioni di Hayek degli anni Quaranta come lavori non centrali ai problemi della scienza economica, per come essi l'intendevano, e allo stesso tempo scritti rivolti a un pubblico troppo «popolare» per essere al tempo seri studi accademici. Hayek rimase a Chicago fino al 1962, anno in cui accettò la nomina di professore di economia presso l'Università di Friburgo.
La società libera
Mentre è vero che Hayek pubblicò poco nel campo dell'economia propriamente detta durante il suo soggiorno a Chicago, egli scrisse non pochi lavori importanti in tutta una serie di altre discipline, fra cui la psicologia (L'ordine sensoriale, 1952), la storia delle idee (L'abuso della ragione, 1952), la storia economica (il saggio introduttivo a Il capitalismo e gli storici, 1954) e la filosofia politica (La società libera, 1960). La società libera, un trattato teorico sulle fondamenta istituzionali della società libera, fu il lavoro più ambizioso di Hayek. Nelle sue 570 pagine, in cui Hayek mostrava una conoscenza davvero sorprendente di varie discipline, egli elaborava la sua teoria della correlazione fra il rule of law e la libertà individuale, e ribadiva la sua idea che le norme sociali sotto le quali vivono gli uomini sono il prodotto di forze spontaneamente generantisi. Con questo, senz'altro Hayek non voleva sottintendere che fosse inutile ogni forma di intervento dell'uomo per migliorare la nostra condizione o sviluppare al meglio le nostre istituzioni. Ciò che considerava folle era la presunzione degli uomini di radere al suolo alcune norme sociali e sostituirle con istituzioni che si ritenevano più razionali di quelle sopravvissute per secoli, prodotto di un incredibile numero di interazioni umane ciascuna delle quali portava qualcosa di specifico e di distinto al frammento di società in cui si era compiuta. Fu subito dopo la pubblicazione di La società libera che io conobbi Hayek ed ebbi il piacere di lavorare con lui. Era un uomo dall'aspetto estremamente distinto, con maniere impeccabili e il comportamento di uno studioso gentile. Confesso di averlo trovato un po' troppo formale, e nonostante vi fosse affetto tra di noi e ci fossimo visti molte volte anche dopo che io avevo conseguito il mio dottorato, ci fu sempre un muro, per quanto sottile, che separava il professore dallo studente. Non ho mai smesso di chiamarlo «professore» anche se l'ultima volta che lo incontrai avevo più di quarant'anni ed ero già io stesso «professore» da non poco tempo. Due cose che mi colpirono molto di Hayek furono la sua onestà intellettuale e la modestia con cui egli vestiva la sua immensa erudizione. Un caro amico, Ralph Raico, mi aveva preceduto al «Committee on Social Thought» di un anno ed era lì, lavorando con Hayek, quando La società libera fu pubblicato per la prima volta. Quando seppi di essere stato ammesso a compiere proprio lì i miei studi per il dottorato, Ralph si presentò da me con una copia del nuovo libro di Hayek, con una dedica dell'autore: «Come benvenuto al "Committee on Social Thought": F.A. Hayek». La mia risposta al gesto gentile di Hayek fu di dedicare i miei primi mesi a Chicago a scrivere un articolo che attaccava un aspetto cruciale della cornice teorica hayekiana, la sua analisi della relazione fra libertà, coercizione e rule of law. Non solo Hayek ebbe l'opportunità di leggere questo attacco ma lo stesso fecero moltissimi studenti, visto che apparve come recensione del libro in una rivista studentesca che Ralph e io avevamo fondato. All'epoca, non mi sembrava così inappropriato per un dottorando appena arrivato tentare di fare uscire allo scoperto gli errori nel ragionamento filosofico del suo professore, e non solo Hayek lesse la mia critica e la discusse con me, ma si offrì di rispondere, nero su bianco, ai miei commenti. Fu solo dopo che io stesso ero divenuto professore che arrivai ad apprezzare fino in fondo la modestia e l'amore per la vera conoscenza che Hayek aveva mostrato nei miei confronti, uno studente saltato su ad attaccare lo stesso uomo con cui aveva deciso di studiare. Poiché l'università di Chicago non si decideva a concedergli delle garanzie per il suo pensionamento, Hayek decise di tornare in Europa nell'autunno del 1962 e assunse la cattedra all'università di Friburgo. Ho già menzionato il fatto che Hayek era innamorato dell'Inghilterra. Una delle cose di cui era più fiero era l'essere diventato cittadino britannico durante il suo periodo d'insegnamento alla Lse e fu dispiaciuto di non avere l'opportunità di tornare in Gran Bretagna. Durante gli anni in cui io studiavo a Oxford, mi capitava spesso di incontrarlo a Londra, dove tornava occasionalmente. Riuscivamo a incontrarci per bere qualcosa o andare a pranzo assieme e mi raccontava aneddoti sui suoi anni in Inghilterra, come e perché considerava gli inglesi il popolo più civilizzato che ci fosse sulla terra. È in Gran Bretagna, più che in qualsiasi altra nazione, sosteneva Hayek, che si è compreso come la vera libertà origini dall'apprezzamento per il rule of law e le istituzioni che si sono evolute per proteggere l'individuo dal potere arbitrario. Gli inglesi hanno un intenso (ma non cieco) rispetto per le regole non scritte che governano le modalità con cui gli uni si rapportano agli altri, le quali consentono loro di essere un corpo coeso anche in tempo di crisi, senza dover aspettare comandi espliciti di questa o quella autorità politica. Ma, oltre a ciò, Hayek era stato conquistato dal coraggio tranquillo e dalla dignità elegante che gli inglesi avevano dimostrato durante la Seconda guerra mondiale e specialmente durante il bombardamento di Londra. Un giorno era a colazione al Reform Club - mi raccontava - e mentre stava pranzando con alcuni colleghi sentì un rumore che suggeriva che una bomba stesse per piombare se non sul club, molto vicino a esso. Il rumore continuò a crescere e a crescere, finché, quando la conversazione divenne impossibile, tutta la sala si zittì e rimase in silenzio finché la bomba non fu atterrata ed esplosa. In quel momento, spiegava un Hayek ammirato, ciascuno riprese i suoi commenti dal punto esatto in cui erano stati interotti. Non ci furono sirene d'allarme, non ci furono corse alle uscite di sicurezza, non ci fu panico e nessuno, cosa ugualmente importante, s'improvvisò a dare ordini agli ospiti e ai camerieri. Nel frattempo, il club che stava immediatamente a ovest del Reform Club, fu totalmente distrutto.
Per qualche ragione, quest'evento e il grande orgoglio di Hayek di non essersi alzato da tavola neppure lui, mi sono sempre sembrati cifra della sua modestia e della sua dignità. Quando Hayek divenne un cittadino britannico, smise di farsi chiamare Friedrich August von Hayek, un nome che sapeva di Europa centrale, e divenne F.A. Hayek, o «Fritz», come lo chiamavano gli amici più cari. Egli amava la gente d'Inghilterra e, su tutti, i suoi filosofi della libertà, dai Whig del Diciottesimo secolo ai grandi liberali che li seguirono, specialmente Macaulay, Gladston e Lord Acton. Tutti i suoi scritti di filosofia politica testimoniano la sua ammirazione per le «cose britanniche». Fu in qualche modo sorprendente che egli sia stato riconosciuto dal comitato che assegna i premi Nobel per i più brillanti contributi alla scienza economica, ma non sia mai stato fatto cavaliere dalla Regina. Ma, senza dubbio, il suo disappunto per questo era temperato dal fatto che ha avuto la fortuna di vivere abbastanza a lungo per testimoniare il collasso completo dell'Unione Sovietica, lo sbarco delle idee liberali nell'Est europeo e per realizzare, come hanno spiegato un gran numero di intellettuali e accademici dell'Est, di aver giocato un ruolo cruciale nelle rivoluzioni che sono esplose nel blocco di Varsavia. Se oggi il mondo è un posto migliore di quanto fosse vent'anni fa, almeno un po' del merito va riconosciuto a Hayek. E oltre a questo, tutti noi siamo stati arricchiti dai contributi di Hayek alla nostra comprensione di ciò che rende libera una società libera.
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(Traduzione di Alberto Mingardi)