Si può forse dire che Hayek ha elaborato una teoria sull'ordine sociale, una visione globale della società come sistema determinato e autorigenerantesi, allo stesso modo in cui l'hanno elaborata Hobbes o Marx, sebbene forse nessun altro abbia ipotizzato una (seppur semplice) teoria sull'ordine sociale? La domanda è una domanda ponderosa poiché, se è vero che Hayek è l'esponente più autorevole del liberalismo nel Ventesimo secolo, la forza e la penetrazione di una dottrina normativa liberale dipendono in misura tutt'altro che insignificante dalla forza di persuasione del suo pensiero: quanto meno è coerente, tanto più il liberalismo diventa vulnerabile a essere eroso e invaso da elementi a esso incompatibili. È difficile, probabilmente più difficile di quanto non lo sembri a prima vista, essere sicuri di ciò che si intende dire con «ordine sociale». Hayek stesso normalmente usa il termine «ordine» nell'ambito della discussione delle sue idee sull'ordine spontaneo. Tuttavia, il significato che egli dà all'ordine come tale è assimilabile a quello di modello o schema - tale che se se ne analizza soltanto una parte o una fase, risulta comunque possibile fare delle ipotesi sul tutto. È come dire che, trovando un pezzo di un puzzle che rappresenta uno zoccolo fesso, saremmo in grado di dire che il puzzle, una volta completato, molto probabilmente rappresenterà una mucca, una capra o persino il demonio, ma comunque certamente non una signora con il parasole. La mia tesi è che Hayek ci mostra soltanto alcuni pezzi di un puzzle complesso, che sono affascinanti e stimolanti, ma che comunque non ci permettono di prevedere, una volta ricomposte tutte le tessere, se la figura completa raffigurerà una mucca, una capra o il demonio. Se ho in qualche misura ragione, egli non ha una teoria globale sull'ordine sociale a sostegno delle sue raccomandazioni liberali. Comunque le si guardi, queste ultime sono alquanto incongrue poiché egli ipotizza che qualsiasi forma di ordine che sia superiore, avrà spontaneamente la meglio attraverso una «selezione di gruppo». Il che significa che raccomandarla risulterebbe alquanto fuori luogo tanto più se sapessimo che non è superiore, e ancor di più se non ci fosse dato saperlo. Hayek ci indica forse come orientarci? Ci sono, a mio parere, almeno tre aree del puzzle nelle quali egli ha tralasciato dei tasselli. E dove invece egli ha fornito tutte le tessere, queste non combaciano. Una di queste aree è la distribuzione del prodotto sociale, l'altra è il problema dei beni pubblici e la terza è l'idea stessa della casualità dell'ordine spontaneo che caratterizza l'intero puzzle.
Come rendere attraente la Società libera
Una delle idee normative più conosciute di Hayek è che non può esistere nessuna «giustizia sociale» o distributiva. Questo concetto è semplicemente un errore di categoria: «non ci può essere una giustizia distributiva laddove non c'è distribuzione». A ragione, Hayek sostiene che le condizioni degli scambi volontari sono determinate in modo oggettivo e non sottostanno alle buone intenzioni di nessuno né all'opinione che il contraente più ricco ha di quanto dovrebbe ricavarne quello più povero: nessuno «distribuisce». Ciò che egli chiama «ordine di mercato» implica una forma di distribuzione che non è né giusta né ingiusta. È tuttavia efficiente e, in quanto tale, ha un valore funzionale e può servire altri fini preziosi. Per Hayek, questi fini sono imperniati intorno alla massima probabilità che un individuo preso a caso possa condurre la propria vita in modo proficuo. La giustizia distributiva non figura tra i fini che la ricchezza creata da un ordine di libero mercato si prefigura. Una lunga lista di altri autori, da John Stuart Mill a A. Mueller-Armack e altri ancora, si sono schierati a favore della ben nota posizione secondo la quale l'ordine di mercato segue «leggi economiche» e non risulta essere né giusto né ingiusto seppure la ricchezza creata dalla sua efficienza può essere utilizzata dalla «società» con il fine di soddisfare, tra l'altro, i requisiti dei parametri di una giustizia distributiva. Sia la posizione di Hayek che quella di Mill, per quanto diverse, sono in netto contrasto con le tesi più rigorose secondo le quali l'ordine di mercato di fatto produce una distribuzione che è giusta, a condizione che la distribuzione della proprietà in una determinata situazione iniziale fosse giusta e che gli scambi siano liberi e non viziati dall'uso della forza o dalla frode. Hayek, insistendo sul fatto che l'intera questione sia categoricamente irrilevante rispetto all'ordine di mercato, lascia un buco vuoto nel luogo dove altri mettono la tessera della giustizia distributiva. E dall'assenza di tale tassello, ne consegue un invito a che siano questi altri a riempire il vuoto. Tuttavia, quando Hayek discute il significato stesso del concetto di giustizia distributiva già si occupa del problema della redistribuzione. Egli fa notare che tutte le società moderne, senza eccezione, si organizzano in uno Stato sociale - è questa la «selezione culturale» al lavoro? - e che tale evoluzione è coerente con «norme generali di giusta condotta». Lo Stato sociale è un conglomerato di molti elementi diversi, alcuni dei quali potrebbero «rendere una società libera più attraente» (ibid., pag. 259). Per cominciare, il governo deve garantire «un livello minimo di sussistenza» per i più deboli e questo livello minimo non dovrebbe essere assoluto ma piuttosto relativo, e crescere insieme al tenore di vita della società (ibid., pag. 285). Inoltre, una tale garanzia non può limitarsi ai poveri che ne hanno effettivamente bisogno, ma deve essere estesa a tutti (ibid.). Come corollario, ne consegue che è riconosciuto dovere del settore pubblico obbligare tutti i cittadini ad assicurarsi, o comunque a mettersi al riparo dai «comuni rischi della vita» (ibid., pag. 286).
Risulta abbastanza chiaro che un reddito minimo garantito, una volta concesso, non sarà mantenuto a lungo al livello della semplice sussistenza, ma tenderà ad aumentare fino ad assumere le caratteristiche di una posizione di difesa contro una «privazione relativa». È altrettanto chiaro che se la gente non ha più incentivi a premunirsi contro la sfortuna e la vecchiaia, viene imbastita la necessità di istituire una previdenza sociale obbligatoria. Ciò che risulta meno chiaro è perché Hayek pensi che queste cose siano ineluttabili e che debbano accadere su una scala vieppiù ampia in conseguenza del progresso economico, e che inoltre non ci sia nulla di negativo in tutto questo. Di fatto, la sua difesa di misure sostanzialmente redistributive, come il reddito minimo garantito, è accompagnata dalla raccomandazione che tali misure non debbano avere uno scopo redistributivo! Eliminando sia la giustizia che l'utilità dai suoi fini, l'unica giustificazione che ci fornisce è che un certo grado di redistribuzione (se non è intesa a fini redistributivi) «rende una società libera più attraente». Tuttavia, perché mai si dovrebbe cercare di rendere una società libera più attraente? Non risulterà comunque più attraente, nella selezione culturale, in virtù della sua capacità di prevalere su società meno libere (ipotizzando che si siano risolte le ambiguità insite nel significato di «prevalere»)? È chiaro che Hayek pensa che abbia bisogno di una mano. Ci è dato presumere che, abbellita dalle istituzioni tipiche dello Stato sociale, un maggior numero di cittadini la sceglierà (voterà), o un minor numero di persone la abbandonerà a favore di quelle alternative totalitarie per cui Hayek provava sincero orrore. Questo significa che la società libera non è il risultato di un ordine sociale che s'impone grazie alle sue caratteristiche intrinseche che fanno sì che venga adottato da gruppi più cospicui di persone - ma piuttosto che la società libera è un ordine sociale che s'impone solo se e perché le sue caratteristiche si adeguano a ciò che di volta in volta piace alla gente (anche se ciò non implica che i gruppi che l'adottano siano più prosperi e numerosi)? Se è vera l'ultima ipotesi, che cos'è che distingue la teoria sociale di Hayek, o almeno quella parte che egli ha esplicitato, dalla teoria della democrazia intesa come un sistema nel quale vengono compiute scelte sociali mettendo insieme i voti a favore di proposte - le quali si rivelano «superiori», non a causa dei loro benefici ma soltanto in virtù della loro capacità di raggranellare più voti?
Tra anarchia ordinata e statalismo
C'è una certa inconsapevole ironia nell'appello di Hayek per «un atteggiamento più netto rispetto [ai beni pubblici] di quanto non sia mai stato preso dal liberalismo classico» (1978, pag. 144). Il liberalismo classico affiderebbe allo Stato la responsabilità di produrre un solo, specialissimo bene pubblico - e cioè «l'applicazione di norme generali di giusta condotta» (ibid.). Ci sono tuttavia una moltitudine di altri beni pubblici «altamente desiderabili» che «non possono essere forniti da meccanismi di mercato» poiché «non possono essere lasciati soltanto a coloro che sono disposti a pagarli» (ibid., il corsivo è mio). Dunque o i mezzi con i quali si forniscono possono derivare dal potere coercitivo dello Stato, oppure essi non possono essere prodotti affatto. Il liberale potrebbe auspicare che si lasci aperta la possibilità di una loro produzione privata, qualora si scoprisse il modo in cui farlo (1978, pag. 145) ma, fin quando non si sarà scoperto, è legittimo se non addirittura doveroso che lo Stato (o le autorità locali) imponga delle tasse alla società, in modo da metterla in condizione di fruire di beni così altamente desiderabili. La posizione di Hayek risulta poi tanto «più netta» di quella del liberalismo tradizionale? I beni pubblici hanno un'importanza cruciale nella teoria sociale e politica. Se non possono essere prodotti per mezzo di transazioni volontarie e ciononostante ne abbiamo bisogno, lo Stato diventa necessario. Se invece possono essere prodotti privatamente, diventa possibile l'esistenza dell'anarchia ordinata, in quegli spazi che lo Stato usurpa ma i quali, in sua assenza, sarebbero propri delle transazioni volontarie. Si potrebbe sostenere che la tutela della proprietà privata e la possibilità di far rispettare i contratti sono condizioni necessarie perché possa verificarsi qualsiasi transazione volontaria. Si potrebbe altresì sostenere che si tratta di un bene pubblico che solo lo Stato può garantire. Questa, in breve, è la classica visione liberale di uno Stato «minimo», i cui compiti sono limitati alla tutela dei diritti individuali. Può rivelarsi una buona teoria oppure no, ma è piuttosto chiara. Teorie ancora più recenti suggeriscono che persino il rispetto delle obbligazioni contrattuali può essere garantito su base volontaria da coloro che si aspettano di trarre beneficio dall'adempienza ai loro contratti e non esistono prove che organizzare uno Stato affinché ne garantisca il rispetto risulti più efficiente e meno costoso, in termini dei costi complessivi della transazione, di quanto non sia provvedervi privatamente e in modo decentralizzato.
Hayek sembra essere stranamente inconsapevole del ruolo cruciale della teoria dei beni pubblici per la scelta tra anarchia ordinata e statalismo, e tende a esaminarla in modo frettoloso. Senza neanche rendersi conto delle conseguenze, egli accetta la divisione da manuale dell'universo dei beni e servizi in due categorie: pubblici e privati. I beni privati sono escludibili e dunque possono essere prodotti per mezzo di transazioni volontarie mentre i beni pubblici sono non-escludibili e dunque non possono essere prodotti per mezzo di transazioni volontarie, nelle quali i beni sono scambiati per risorse considerate a essi equivalenti o non sono scambiati affatto. In realtà, non esiste una tale divisione esogena. Niente è «escludibile» senza conseguenze; poiché niente può essere venduto senza che l'acquirente sostenga i costi relativi all'esclusione di coloro che non sono disposti a pagarne il prezzo. Non si può prescindere dal costo di esclusione di un bene destinato a essere venduto, come non si può prescindere dal suo costo di produzione o di trasporto. L'esclusione di qualsiasi cosa comporta un costo che può essere alto o basso, a seconda di una serie di circostanze, tra le quali le caratteristiche fisiche del bene sono soltanto alcune delle tante. Nell'universo dei beni, il costo di esclusione è una variabile permanente. La società traccia una linea di demarcazione tra il bene pubblico e quello privato sulla base di una scelta endogena, la cui definizione deve essere demandata alle scienze sociali. Fornire un bene «pubblicamente» risparmia il costo di esclusione. Questo vantaggio può essere compensato parzialmente, interamente o più che interamente dai costi che derivano da un uso dissipatore che fa del bene il consumatore che può avere senza doverlo pagare, o da altri rischi meno diretti. Qualora le scelte sociali fossero di norma «collettivamente razionali», i beni sarebbero forniti pubblicamente a condizione che il risparmio dei costi di esclusione risulti maggiore degli svantaggi e dei costi aggiuntivi che la produzione pubblica comporta. Così come stanno le cose, se un bene diventa pubblico o rimane privato viene deciso dal «pubblico» attraverso un processo politico che non è strutturato e che difficilmente sarà «collettivamente razionale» nel senso indicato sopra. Alcuni beni sono pubblici perché si crede che la gente non dovrebbe essere obbligata a pagarli e altri lo diventano perché la gente si rifiuta di pagarli. È un meccanismo che ormai tutti conoscono e già era noto quando Hayek espresse la sua opinione dicendo che lo Stato dovrebbe provvedere a fornire «beni pubblici altamente desiderabili».
L'insieme dei beni pubblici è di fatto un insieme che noi riempiamo. Risulta così contenere innumerevoli beni che sono desiderabili solo se e perché sono pubblici, così che il costo marginale a carico del consumatore è nullo o impercettibile, come un «pasto gratis», cioè qualcosa in cambio di niente. Stando così le cose, l'osservazione che si tratti di beni altamente desiderabili è il prodotto di un ragionamento circolare. Fin tanto che un bene rimane un bene, ogni potenziale consumatore voterà immediatamente affinché venga fornito pubblicamente, qualora non lo fosse già, e che venga fornito più generosamente qualora sia scarso. In che punto si dovrebbe tracciare la linea di demarcazione? Come dovrebbe una società liberale valutare i voti espressi a favore dell'avere sempre più beni pubblici, come anche i voti contrari alle imposte che servono a pagarle? Quale che fosse la valutazione, a tale società rimarrebbero relativamente poche probabilità di rimanere liberale. C'è un tassello mancante nella teoria di Hayek che dovrebbe contenere i principi che una società liberale dovrebbe adottare per tracciare la linea di divisione tra pubblico e privato, pur rimanendo liberale. A differenza della teoria liberale classica, che limita l'intervento dello Stato alla fornitura di un unico bene pubblico, vale a dire il mantenimento di legge e ordine, l'ordine sociale di Hayek risulta essere meno chiaramente definito: permette, se non addirittura demanda, allo Stato di produrre beni pubblici in qualsiasi numero o quantità; ne consegue dunque che il posto occupato dallo Stato nella società è ad hoc, aperto, indeterminato e nessuna quantità di infausti avvertimenti contro il socialismo, il costruttivismo e la perdita della libertà lo renderanno più rigorosamente definito. Una teoria dell'ordine sociale è incompleta a meno che non faccia un tentativo serio di valutare le forze a lungo termine che fanno crescere o diminuire il peso dello Stato. Tuttavia, ciò non può essere fatto senza riferirsi a una precisa teoria dei beni pubblici. Hayek non sente la necessità di una tale teoria. Stranamente, la questione sembra non aver suscitato in lui alcun interesse.
Chi garantisce l'applicazione dell'ordine?
Perché dovrebbe importare a Hayek, o a chiunque altro, che un ordine sia o no spontaneo? Il fascino della spontaneità è sia morale che prudenziale. Sebbene non sia chiaro se Hayek gli desse più che un valore funzionale, egli sottolineava che, in un ordine spontaneo, gli elementi «si collocano da soli» invece di essere collocati in base a un «orientamento unificato» (1960, pag. 160). Quando questi elementi sono degli esseri umani, con il loro patrimonio e le loro scelte, nessuno è obbligato a subire le disposizioni volute da un altro. Ognuno sceglie da solo ciò che gli pare meglio e ciò vale per tutti. Ogni scelta è indipendente e resa reciprocamente compatibile dall'esistenza dei diritti di proprietà e dai successivi scambi su base volontaria. Nessuno è padrone e nessuno è schiavo. Ciò conferisce all'ordine in questione un lasciapassare morale laddove ordini non spontanei, costruiti in modo da imporre una qualche alternativa ai partecipanti tramite l'autorità o la minaccia dell'uso della forza, risultano moralmente deficitari a causa del loro carattere coercitivo. Quando essi debbono farsi passare come legittimi, devono poter dimostrare di «dare qualcosa» in cambio dell'erosione della libertà. In altre parole, gli ordini sociali spontanei hanno una legittimazione morale prima facie. Gli ordini pianificati devono prima guadagnarsela oppure farne a meno. Il fascino degli ordini spontanei in termini prudenziali nasce dalla credenza, fortemente sostenuta da Hayek e anche sufficientemente bene documentata dall'evidenza storica, che poiché le conoscenze necessarie per riuscire a progettare un ordine complesso sono o irrimediabilmente sparpagliate o latenti o ambedue le cose, l'ordine pianificato corre il grave rischio di essere inefficiente, se non addirittura complessivamente controproducente. A prima vista, l'ordine spontaneo di Hayek appare come un gioco di coordinamento: egli delinea le regole che, se universalmente rispettate, rendono tutti i membri del gruppo che rispetta le regole «più efficaci», «in quanto danno loro l'opportunità di agire nell'ambito di un ordine sociale» (1978, pag. 7, il corsivo è di Hayek). Queste regole sono create a caso, sulla base di un'analogia con la mutazione genetica. Alcune vengono selezionate attivamente in un processo di «trasmissione culturale... nel quale prevalgono quelle modalità di comportamento che conducono alla formazione di un ordine più efficiente» (ibid., pag. 9), perché l'ordine più efficiente aiuta il gruppo che vive nel suo ambito a «prevalere» sugli altri gruppi. Tutto sarebbe andato liscio se Hayek avesse limitato il suo concetto di ordine spontaneo ai casi di rispetto volontario delle norme, rappresentati dai giochi di coordinamento, e cioè dove la creazione dell'ordine dipende dal fatto che alcuni membri di un gruppo adottino la stessa norma di comportamento ma, una volta fatto, l'ordine si autoregola: ogni membro viene continuamente incentivato ad aderirvi e può solo raggiungere risultati peggiori se invece decide di non obbedire alle regole. Tuttavia è ovvio che ci sono delle regole importanti che non funzionano in questo modo. Una volta che sono rispettate dalla maggioranza della gente, generano un incentivo affinché un membro singolo del gruppo le violi. Forse «l'ordine spontaneo» più semplice, come lo chiamerebbe Hayek, che funziona in questo modo perverso, sono le code. Qualsiasi membro di un gruppo che si è dato una regola per mettersi in coda invece di girare intorno agli altri e spintonarsi, trae un beneficio dal fatto che tutti gli altri membri rispettino la regola. Tuttavia, il membro che salta la coda ci guadagna di più di quello che la fa: egli può abusare del civile riserbo degli altri. Saltare le code vince sul farle. Lo stesso vale per l'ordine spontaneo che è al centro della teoria di Hayek, ovvero il «mercato». Non funziona a beneficio di ogni partecipante a meno che non si applichino due norme di comportamento chiave, il rispetto per la proprietà altrui e il mantenimento delle reciproche promesse. Tuttavia, se queste regole vengono applicate soltanto da alcuni, questo stesso fatto fa sì che altri siano tentati di rubare, usurpare, trasgredire e essere inadempienti ai contratti. Queste comuni forme di infrazione delle regole offrono un maggior «premio» che non il rispettarle, il che ovviamente fa sì che l'esservi ligi diventi un modello di comportamento potenzialmente autodistruttivo. Né fare la coda né il mercato e né alcun altro ordine apparentemente spontaneo sono realmente spontanei come invece i giochi di coordinamento strutturati secondo modalità di autoregolazione come il far uso di denaro, parlare la stessa lingua o guidare sullo stesso lato della strada. Hayek si rende conto che è così che stanno le cose e che quegli aspetti nei suoi presunti ordini spontanei nei quali la strategia prevalente è il non-rispetto delle regole, necessitano di qualcosa di più dell'efficienza delle loro regole di comportamento per sopravvivere. Poiché non si autoregolano, hanno bisogno di un qualche appoggio attraverso l'applicazione coercitiva delle regole. A un certo punto, egli suggerisce che il gruppo più efficiente, sebbene non sia consapevole di quali regole gli diano il margine di superiorità, «accetterà come membri solo quegli individui che osservano le regole che esso accetta per tradizione» (1978, pag. 10). Il gruppo di Hayek dunque estromette ladri e bari. Usa l'ostracismo per punire e scoraggiare qualsiasi violazione delle proprie norme. L'ostracismo è uno tra i tanti venerabili meccanismi coercitivi volontari che sono stati impiegati sin dall'alba dei tempi per garantire la sopravvivenza di convenzioni benefiche ma fragili, incluso il rispetto delle consuetudini e delle leggi patrimoniali e contrattuali, laddove è la convenzione stessa a generare l'incentivo a infrangerla. L'ostracismo può in tal modo essere inteso come una convenzione ausiliaria, un satellite al servizio di una convenzione principale fragile e non in grado di farsi rispettare di per sé. In assenza di tali convenzioni di sostegno, l'insorgere e l'allargamento della divisione del lavoro, del commercio e dell'accumulo di capitali sarebbero incomprensibili. Altrettanto lo sarebbero quelle istituzioni culturali, legali e politiche che devono i loro mezzi di sostentamento proprio a questi sviluppi.
C'è una qualche scusante nel sostenere che un ordine spontaneo che ha bisogno di essere rispettato in modo coercitivo è pur sempre un ordine spontaneo, qualora il fatto che venga rispettato è di per sé spontaneo, la norma di una convenzione volontaria. Coloro che vi si conformano lo fanno sulla base di una scelta volontaria: essi «preferiscono» mettere in atto azioni costose e spesso sgradevoli mirate a escludere, punire e dissuadere i trasgressori e non hanno bisogno di ricevere minacce di esclusione, punizione e dissuasione per essere indotti a comportarsi così. Più realisticamente, forse non «preferiscono» agire contro i trasgressori ma piuttosto desiderano evitare di venire meno alle tradizionali aspettative dei compagni del loro gruppo che si affidano al loro aiuto e al cui aiuto si vogliono reciprocamente affidare. Tuttavia, mi sembra che sia stiracchiare un po' troppo il significato di spontaneità definire spontaneo un ordine che si basa sul «rispetto coercitivo» delle sue regole, vale a dire se i membri del gruppo, o un sottogruppo tra questi, puniscono e dissuadono i trasgressori delle regole non perché essi pensino che ciò sia nel loro mutuo interesse o semplicemente che sia giusto agire così, ma perché sono minacciati da sanzioni esogene se non lo fanno. In quest'ultimo caso, se far rispettare una norma a un dato livello dipende dal fatto che essa sia fatta rispettare a un livello superiore, chi sarà poi a garantirne l'applicazione in ultimo grado? Hayek è convinto che, mano mano che la civiltà si è evoluta, l'entità della coabitazione umana è cambiata in ordine di grandezza, da piccola a grande. C'è stato un passaggio dal tribalismo della face-to-face society verso la «Grande Società». I membri del piccolo gruppo erano vincolati da legami di diverso tipo e questi rapporti dettero vita alla solidarietà di gruppo. I membri dei gruppi grandi sono liberi da legami e anonimi. Essi riescono a trarre benefici dalla divisione del lavoro, e le economie di scala sono rese possibili dal loro «ordine esteso» e non dal fare affidamento su rapporti personali di fiducia, reciprocità e solidarietà - ma dal rispetto di un equo numero di «norme generali di giusta condotta».
Ma poi, a chi spetta far rispettare le norme di giusta condotta? I diritti patrimoniali e contrattuali non si fanno rispettare da sé. Al contrario, essi tendono a generare incentivi per la loro stessa violazione. Venendo meno la reciprocità, non esiste altra convenzione volontaria per l'applicazione delle regole, seppure si possa dire che la dottrina liberale classica è l'unico ambito nel quale la coercizione è legittima (1978, pag. 109). In effetti, se la Grande Società funziona nel modo che pensa Hayek, in modo anonimo e sulla base di accordi volontari, l'applicazione delle regole non può avvenire spontaneamente poiché viene messa a repentaglio dal problema del free-rider e da sistemi di incentivazione perversi, esattamente come i problemi patrimoniali e contrattuali e tutti gli altri «dilemmi del prigioniero». I garanti devono essere obbligati a fare applicare le regole. Parlando fuori dai denti, si potrebbe invece dire che i garanti debbono essere pagati per far applicare le regole, e perché ciò accada i contribuenti debbono essere costretti a pagare le tasse. Non vi è alcun dubbio che quando parla della necessità di imporre delle norme di giusta condotta, Hayek vede nello Stato il loro necessario, sufficiente e legittimo garante. Qui di nuovo vediamo che mancano dei tasselli importanti nel puzzle. Prendiamo per esempio l'ordine di mercato, la cui efficienza da sola aiuta il grande gruppo a prevalere. Si tratta di una rete di scambi di ogni tipo, la maggior parte dei quali viene ripetuta indefinitivamente. Spesso accade che le due parti dello scambio hanno luogo simultaneamente. Tali relazioni si rivelano autoregolantesi, ed esse possono pure essere anonime. Tuttavia, in altri casi, spesso sono necessari complessi contratti che diventereranno esecutivi in futuro, e c'è bisogno di un terzo che sovrintenda a che vengano rispettati. Nella Grande Società, è probabile che la maggior parte della gente sia anonima rispetto a tutti gli altri poiché non vi sono opportunità che favoriscano le conoscenze; ma poiché non hanno tali occasioni, poco importa che rimangano anonimi. Tuttavia sono pochi, se non addirittura nessuno, quelli che possono rimanere anonimi rispetto alla manciata di altre persone con le quali interagiscono nel far funzionare l'ordine di mercato. Quella manciata di persone viene prescelta spontaneamente ed è sempre un «piccolo gruppo». Non esiste un'interazione anonima in un gruppo grande perché sarebbe troppo numeroso per permetterla. I suoi singoli membri interagiscono in una serie di «piccoli gruppi» che possono in parte condividere gli stessi membri e in parte no. Dunque, ogni piccolo gruppo è aperto ad altri piccoli gruppi e le appartenenze talvolta si incrociano, talvolta no.
La verità è che nella Grande Società, grandi gruppi interamente omogenei sono rari se non del tutto assenti. I loro membri possono, in qualsiasi momento, sciogliersi e convogliarsi in gruppi più piccoli. Poiché il grande gruppo è sempre la somma di piccoli gruppi, è anche vero il contrario: piccoli gruppi possono sempre aggregarsi per formare ciò che, da un determinato punto di vista, rappresenta un grande gruppo. Le dimensioni stanno solo negli occhi dell'osservatore. Se si sceglie di vederlo solo come un grande gruppo, come fa Hayek, si deve dire qualcosa circa il problema dell'esistenza di un ordine non spontaneo che sorge per via delle sue caratteristiche: se Hayek non ci dice chi fa rispettare il rispetto delle regole, altri faranno addirittura troppi nomi. Il problema essenziale dell'aver tralasciato dei pezzi importanti del puzzle della teoria sociale è che il vuoto viene riempito da una concezione falsa dello Stato. Tale concezione è tutt'altro che compatibile con i principi liberali. Di fatto, è tutt'altro che compatibile con quello stesso ordine di mercato che Hayek vuole che sia spontaneo e selezionato culturalmente in modo da far prevalere quei gruppi che lo adottano e fallire quei gruppi che lo deformano deliberatamente. Sebbene, a rigor di logica, la teoria di Hayek non escluda altre alternative, ci porta tuttavia, dritta dritta come una freccia, verso la facile conclusione che lo Stato è indispensabile ed esso solo può garantire la proprietà e il rispetto dei contratti. Questi esistono grazie alla società che agisce attraverso l'autorità politica. Essi funzionano nel modo prescelto dalla società. Il coro di molte voci che si è levato dalla sinistra e dal centro, cantando che la proprietà è un fascio di privilegi concessi o negati dalla società e che la libertà di contratto è subordinata all'ordine pubblico, è amplificato dalla stessa teoria che avrebbe dovuto sconfessare questo coro con voce più chiara e potente.
(Traduzione dall'inglese di Valeria Beltrani)