Internet è un'autostrada telematica talmente ramificata, che alle volte basta sbagliare uscita, non imbroccare il casello, per ritrovarsi nei luoghi più impensati. È successo a chi scrive, quando è inciampato in una pagina web dove sono elencati, ed è una lista lunghissima, economisti e biologi, scienziati sociali e professionisti della politica, uno sgraziato solfeggio di nomi e cognomi che in comune hanno nulla: solo, si tratta di figure di spicco, personaggi importanti, che hanno pubblicamente ammesso di «dovere qualcosa» a Friedrich von Hayek. Di aver maturato il proprio pensiero grazie a quella semina feconda che è stata la sua predicazione. Premi Nobel per l'economia come John Hicks, Ronald Coase e Milton Friedman, il Nobel per la medicina Gerald Edelman. Tycoon col vizio della politica, tipo il multimilionario Steve Forbes. Ministri: Ludwig Erhard (l'artefice del miracolo economico tedesco), Keith Joseph (mentore della Lady di Ferro), il cancelliere dello scacchiere Nigel Lawson. Una sfilza di presidenti e premier: Margaret Thatcher e Ronald Reagan, certo, ma pure il ceco Vaclav Klaus, l'estone Mart Laar, addirittura il cinese Zhu Rongji. Eppoi il giudice della Corte Suprema William Rehnquist e il «boss» della Federal Reserve Alan Greenspan. Firme note quali lo storico Richard Pipes e il romanziere Mario Vargas Llosa. Persino Michel Foucault, avanguardia di una sinistra attenta alle intuizioni della Scuola Austriaca.
Planiamo sulla terra. Non appena scomparso, a tracciarne un ritratto approfondito e commosso fu Valentino Parlato: il suo «nome probabilmente dice poco (e questo torna a merito di von Hayek) alle giovani generazioni, ma dice moltissimo a quelli della mia età. E, per quanto possa apparire scandaloso sulle colonne del manifesto, sento doveroso fare l'onore delle armi a questo uomo, che è stato, e rimane, il più grande avversario della direzione cosciente dell'economia, cioè della pianificazione» . Siamo tutti hayekiani? Sembrerebbe di sì, e non solo per questo riconoscimento sincero che viene da una parte politica certo lontana dalle sensibilità di Hayek. Anche perché, più di recente, egli è riuscito a scrollarsi di dosso l'etichetta di «estremista» appicicatagli da certi critici maliziosi. È stato riconosciuto come un pensatore in grado di parlare a tutti: destra, sinistra, centro. Ciò è accaduto ovunque, ma non in Italia: dove, nonostante l'opera meticolosa di divulgazione delle sue idee condotta con rigore e passione da studiosi di rango, all'intellighenzia viene più facile liquidarlo come ideologo del thatcherismo (che certo a Hayek deve non poco) che confrontarsi con quanto ha scritto. Se altrove nel mondo si hanno le idee più chiare, non è merito soltanto di chi ha saputo avvicinarlo da coordinate politiche all'apparenza inconciliabili. Parte del merito va ascritto anzi a quanti, pur coltivando posizioni vicinissime, attigue a quelle di Hayek, hanno saputo superarlo in coerenza. Di chi, liberale, ha riconosciuto quanto il liberalismo gli deve (tanto, tantissimo), eppure ha voluto e saputo spingersi oltre - denunziando a chiare lettere le «risacche» di statalismo che riverberano in alcune delle sue proposte politiche. Si tratta di posizioni ancora inedite in Italia, dove si continua a immaginare in Hayek la punta più avanzata del pensiero liberale. Ecco perché liberal ne propone una lettura controcorrente, un ritratto del tutto nuovo. C'è, insomma, chi è più liberale di Hayek. Prima di approfondire i contorni e le sfumature di questa polemica, è il caso di inquadrare il contesto in cui si sviluppa - e capire perché la sua stessa raison d'être si nasconde in una frequentazione assidua del pensiero hayekiano. Sono passati due lustri dalla morte di Hayek. Era il 23 marzo 1992 e l'anziano economista (insignito con il Premio Nobel nel 1974) se ne andava in punta di piedi, sulle spalle novantatré anni nei quali aveva assistito alla fine dell'Impero austroungarico e all'ascesa di Hitler, all'apologia del piano e al fragoroso tonfo dell'Unione Sovietica. Una vita intensa, importante. Hayek è stato assieme grande studioso e uomo d'azione - per quanto lo può essere un intellettuale. Campione del liberalismo schierato in prima fila contro ogni «presunzione fatale» e Cassandra per contratto nei lunghi anni in cui il keynesismo s'era fatto signoria del pensiero. Quando ogni vagito, ogni sussulto liberale veniva liquidato come insostenibile nostalgia di un Ottocento naïf e strapaesano - allora Hayek aveva (come ha scritto Murray Rothbard) «il coraggio di stare fianco a fianco con il suo maestro, Ludwig von Mises, contro i mali gemelli di keynesismo e socialismo» .
Non si accontentò di essere vox clamantis in deserto, provò a spezzare il cerchio del silenzio. Fondando nel 1947 la Mont Pèlerin Society, prestigioso cenacolo di pensatori devoti agli ideali della società libera, finì per innescare una reazione a catena. Egli diede a studiosi di Paesi e orientamento diverso un tetto, sia pure metaforico, sotto il quale ripararsi dalla sanguinosa tempesta dello statalismo novecentesco: e questi presero a parlare, a confrontarsi, a invitare amici e interlocutori, a immaginare nuovi spunti, ad azzardare uno scatto d'orgoglio. Allo striminzito nucleo originario s'aggiunsero accademici, giornalisti e imprenditori, una pattuglia agguerrita. Negli anni Cinquanta, un ex pilota della Raf, Antony Fisher, s'avvicinò a Hayek per domandargli come poteva fare per invertire la marcia della storia, per schiacciare il pedale del freno e fermare la corsa dell'Inghilterra verso il socialismo reale. «Devo entrare in politica?», chiese. L'economista austriaco gli suggerì un futuro diverso: Fisher di lì a poco avrebbe fondato l'Institute of Economic Affairs, nato come sgabuzzino delle idee dal quale la creatività di Ralph Harris (poi Lord Harris of High Cross) e Arthur Seldon trasse uno a uno quei princìpi che avrebbero ispirato il conservatorismo d'assalto di Margaret Thatcher. Risposta a distanza alla «Fabian Society» dei coniugi Sydney e Beatrice Webb, l'Iea è stata l'antesignana dei think-tank liberali: razza destinata a proliferare, soprattutto Oltreoceano, dove oggi fra conservative e libertarian ce n'è un variegato arcipelago - dalla Heritage Foundation al Cato Institute, dal Ludwig von Mises all'Acton Institute, tanti quanti sono i modi di amare la libertà . Certo poi la palla passerà alla politica, cadranno dazi e frontiere (salvo erigerne di nuove, sotto mentite spoglie), e si comincerà a respirare la parola «globalizzazione». Però se c'è una convinzione profonda, si direbbe un valore, che Hayek condivideva con il suo carissimo nemico John Maynard Keynes era questa: «le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto si ritenga comunemente. In realtà il mondo è governato da poco all'infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da qualsiasi influenza intellettuale, sono usualmente schiavi di qualche economista defunto. (...) presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male» .
La vita di Hayek è stata tutta un seminare idee a manciate, in un terreno all'apparenza brullo e pietroso, che ha reso frutti migliori di quanto fosse lecito immaginare. Allievo di Friedrich von Wieser e poi discepolo e sodale di Ludwig von Mises a Vienna. Professore a Londra alla London School of Economics degli anni Trenta, assieme a Lionel Robbins e a un plotone di futuri keynesiani osservanti, sui banchi il giovane Ronald Coase. A Chicago, arrivato in America sull'onda di una popolarità improvvisa e spumeggiante, dovuta a La via della schiavitù (1944), pamphlet destinato ai «socialisti di tutti i partiti», di cui Henry Hazlitt approntò una sintesi efficacissima per i tipi del Reader's Digest. Quindi a Friburgo, di ritorno in Europa, ormai più che studioso «guru» per due generazioni di liberali. Queste e altre le tappe di un percorso biografico, che su liberal viene affettuosamente ripercorso da Ronald Hamowy - allievo di Hayek presso il Committee on Social Thought dell'Università di Chicago. Una testimonianza bella e sentita, senza per questo fare dell'apologetica di un pur amatissimo maestro. Come già detto, questa sezione che liberal dedica a Hayek non cede alla tentazione di una celebrazione fine a se stessa. Incensarlo ormai va di moda, è fra gli sport preferiti di quanti ieri l'altro lo dileggiavano. Da «rottame» a «profeta» il passo è più breve di quanto s'immagini. Di qui l'esigenza di caricarsi sulle spalle, certo, l'arsenale delle idee hayekiano - che passa dallo sviluppo delle tesi del suo maestro Ludwig von Mises, all'enfasi posta sul problema dell'uso della conoscenza nella società (1945), alla distinzione fra individualismo vero e falso (1949), alla critica serrata all'abuso della ragione (1952), elementi che emergono con grande chiarezza nel saggio di Hamowy. Ma anche la necessità di una lettura critica di quegli aspetti del suo pensiero che risultano più deboli, soprattutto per quanto attiene la teoria politica: se l'Hayek generale e ammiraglio e sergente di fanteria nella battaglia delle idee ha combattuto sempre nella medesima trincea, l'Hayek più propriamente accademico è stato maestro pure di eclettismo. E il suo eclettismo talvolta ha tenuto a battesimo, come nota Andreas Winterberger , una concezione della libertà che si rivela «un passo indietro» rispetto a quella formulata da autori a lui precedenti o contemporanei (su tutti, Murray Rothbard).
Un pensatore spregiudicato quanto geniale come Hans-Hermann Hoppe è andato oltre, arrivando a scrivere che le visioni di Hayek riguardo il ruolo del mercato e lo Stato non sono facilmente distinguibili «da quelle di un moderno socialdemocratico» . Le motivazioni di una tale affermazione sono le medesime che animano i contributi di Anthony de Jasay e Gerard Radnitzky. Autori, soprattutto quest'ultimo, che sono stati umanamente vicini a Hayek come pochi e ne hanno grande stima: ma non si mette la parola «fine» a un sistema di idee articolato e complesso come il liberalismo, e non ce l'ha messa neppure Hayek. Altrove il dibattito è già fiorito: lo schematismo hayekiano nella storia delle idee, l'alternanza obbligata tra tradizione inglese e tradizione francese (frutto di quell'eterna storia d'amore con la Gran Bretagna di cui dà conto Hamowy), è stato messo in dubbio da quegli stessi studiosi che sono maturati con Hayek nel periodo del suo insegnamento a Chicago. Ronald Hamowy, appunto, e Ralph Raico soprattutto. Sul piano della proposta politica, è stato più volte sottolineato come Hayek non ci abbia lasciato una teoria della libertà e della coercizione degna di questo nome. È parso ondivago nella sua critica ai precetti artificiosi della giustizia sociale. Non è riuscito a superare la categoria dello Stato, cui egli ancora riconosceva il ruolo di produrre beni e servizi pubblici. Allo stesso modo, se la sottolineatura che egli ha puntualmente posto sull'importanza delle istituzioni spontanee e di una legge abbarbicata alle spire della società anziché scritta dai parlamenti (retaggio, quest'ultima considerazione, della frequentazione con il genio di Bruno Leoni) è senz'altro un importante monito rispetto alle presunzioni della modernità, è altrettanto vero che il medesimo scetticismo di Hayek riguardo l'arroganza delle istituzioni democratiche non ha avuto un esito coerente. Egli non ha mai abbandonato l'idea della possibilità di efficaci limiti costituzionali all'esercizio del potere: eppure la storia, quella stessa storia nei confronti della quale Hayek esibiva il massimo rispetto e grande attenzione, ci insegna che tali limiti non vengono mai rispettati se non per un ridottissimo periodo di tempo. Gli Stati «liberali» hanno vita precaria e difficile, vanno incontro a un'immancabile evoluzione socialista: alla fine la domanda popolare, che è tutta buon senso, quis custodiet ipsos custodes, non riesce a trovare risposta. Senza contare che è perlomeno ingenuo pensare che le Costituzioni possano limitare efficaciemente il raggio d'azione dei politici, quando sono comunque essi stessi (o dei tecnici al loro servizio) a scriverle.
Questi e altri argomenti sono sviscerati nei saggi di Anthony de Jasay e Gerard Radnitzky, i quali vogliono essere un contributo alla discussione e, sì, un omaggio vero a Friedrich von Hayek . Contributo alla discussione perché ce n'è bisogno, e soprattutto è il momento più opportuno: la ricezione di Hayek in Italia passa attraverso l'attivismo di Bruno Leoni (e la rivista Il Politico) fino alla prematura scomparsa di quest'ultimo. Poi è stata la volta degli sforzi pionieristici di Sergio Ricossa, anche se libri come La società libera e L'abuso della ragione, stampati da Vallecchi nella collana «Cultura libera» (diretta da Renato Mieli), finirono presto al macero dell'Abuso della ragione se ne vendettero dodici copie soltanto). Negli anni Ottanta si è colmato un vuoto, con la pubblicazione per i tipi del Saggiatore di Legge, legislazione e libertà, a cura di Angelo Maria Petroni e Stefano Monti-Bragadin. Da allora, la diffusione dell'opera hayekiana si è compiuta grazie soprattutto agli sforzi puntuali e generosi di Dario Antiseri e Lorenzo Infantino, tant'è che oggi (il pronostico di Valentino Parlato s'è dimostrato sbagliato: il nome di Hayek «dice qualcosa» ai più giovani) il lettore italiano ha finalmente a disposizione tutte le più importanti opere del Nobel austriaco. Grazie alle iniziative di Antiseri e Infantino, questo autore ha conosciuto un'insperata fortuna persino nel nostro Paese, che apre la strada all'opportunità di soppesarne le tesi e valutarne con attenzione gli ammonimenti. Considerando non solo le critiche di quanti lo hanno inopinatamente accusato di essere esponente di spicco di un individualismo «estremista» e anti-sociale, ma anche le osservazioni di coloro che gli hanno rinfacciato semmai di non aver compiuto con la necessaria coerenza il proprio percorso di liberale. Di chi vede in lui non un «liberista selvaggio», semmai un liberista-ma-non-abbastanza, ancora troppo lontano da quella formulazione coerente che il liberalismo, dopo troppi passi falsi e compromessi inutili, ha finalmente trovato nei teorici libertari.
Omaggio vero perché è difficile credere che un pensatore come Hayek, così aperto alle ragioni del dibattito, così affascinato dai meccanismi della discussione e dell'apprendimento, si sarebbe accontentato di un'adulazione sterile. Egli, in occasione del primo convegno della Mont Pèlerin Society, ebbe occasione di tracciare un profilo ideale del liberale che stimava, e del quale c'era (c'è) bisogno: «Non è sufficiente che i nostri membri abbiano quelle che si usano chiamare opinioni "sane". Il vecchio liberale che aderisce a un tradizionale credo semplicemente per tradizione, per quanto ammirevole sia il suo punto di vista, non è di grande utilità al nostro scopo. Ciò di cui abbiamo bisogno sono persone che affrontino gli argomenti da un altro versante, che abbiano lottato con essi e combattuto loro stessi da una posizione da cui possono nello stesso tempo rispondere alle obiezioni e giustificare le loro opinioni». Gli affettuosi critici libertari di Hayek rientrano pienamente in questa categoria. Ovviamente, una discussione franca sui limiti del pensiero hayekiano non deve sottrarre spazio a un altrettanto onesto riconoscimento dei grandi meriti dell'economista viennese. Le ricerche per le quali ottenne il Premio Nobel, certo - una onorificenza che fece giustizia alla Scuola Austriaca, appena un anno dopo la scomparsa di Ludwig von Mises. Ma anche l'aver contribuito a focalizzare l'attenzione del liberalismo contemporaneo, come ha notato Raimondo Cubeddu, sull'idea del sistema degli scambi volontari come «processo di scoperta»: acquisizione così importante per una «teoria dell'ordine» che sia «fondata sulla libertà individuale». Per non citare i numerosissimi contributi rilevanti dati da Hayek alle più disparate discipline, dalla storia delle idee alla psicologia. Il modo migliore per ricordarlo è attenersi a uno dei suoi insegnamenti più preziosi: «dobbiamo fare della costruzione di una società libera una volta di più un'avventura intellettuale, un atto di coraggio. Ciò che manca è un'Utopia liberale, un programma che non sembri una mera difesa delle cose così come sono, né una sorta di socialismo diluito, ma un radicalismo sinceramente liberale, che non risparmi le suscettibilità dei potenti (inclusi i sindacati), che non sia troppo severamente pratico e che non si limiti a ciò che appare oggi politicamente possibile. Abbiamo bisogno di leader intellettuali che siano preparati a resistere alle lusinghe e all'influenza del potere e che siano disposti a lavorare per un ideale, per quanto piccola possa essere la prospettiva di una sua immediata realizzazione. Essi devono essere uomini che vogliano difendere i princìpi e combattere per la loro completa realizzazione. I compromessi pratici dobbiamo lasciarli ai politici». Continuare su questa strada può essere difficile e faticoso - è un sentiero irto e periglioso. Ma è l'unico che conduca verso una società libera davvero.