
Le Conferenze sullo sviluppo che si susseguono nei decenni - la prima fu quella di Stoccolma nel '72, poi (oltre ad altre minori) Rio nel '92, Johannesburg nel 2002 - hanno come caratteristica comune la presa d'atto della situazione, con diagnosi e valutazioni in genere robustamente diversificate a seconda dei movimenti, delle Ong, degli Stati, e le dichiarazioni di intenti, a loro volta tanto severe quanto velleitarie, prima del «tutti a casa». Con una caratteristica costante: evitare - o sfumare - temi troppo spinosi, in primis quello della popolazione mondiale, dei diritti della donna, da un lato, e anche di trascurare, in una marea di parole, dichiarazioni e proclami, gli aspetti tecnologici che sono alla base di qualsiasi coerente prognosi e azione. Ne consegue che non si trae un'idea concreta sulla effettiva situazione, in termini di azioni possibili e di risultati ottenibili, ma semmai si compie un inventario di «fughe in avanti» che non tengono conto della fattibilità tecnologica, dei costi, dei fondi disponibili (o meglio, non disponibili). Più che mai profetiche risultano le frasi pronunciate a Stoccolma, fin dall'inizio, quindi, da Indira Gandhi, che centrò subito il problema dei problemi: «Non sono forse la povertà e il bisogno i più grandi inquinatori? Come possiamo parlare a coloro che vivono nei villaggi e nei bassifondi di tenere gli oceani, i fiumi e l'aria puliti, quando le loro stesse vite sono contaminate fin dall'origine?...Non si può migliorare l'ambiente in condizioni di povertà. Né può la povertà essere sradicata senza l'uso della scienza e della tecnologia. ...Sarebbe grave ironia se la lotta contro l'inquinamento dovesse convertirsi in un altro affare, nel quale poche compagnie, imprese o nazioni traessero profitti a spese di molti». È questo il quadro nel quale si muovono i nostri governi, i nostri Paesi, e può essere utile porsi un problema: tutte le volte che sentiamo rimproverare le autorità, i governi, il mondo intero perché non si fa abbastanza per risolvere i problemi del pianeta, perché non si è sufficientemente ambientalisti, siamo sicuri di avere, prima, guardato in casa nostra, fatto noi per primi quello che è necessario in tema di ambiente e che chiediamo agli altri di fare? Francamente, non pare che sia così. Vediamo qualche aspetto del sistema Italia, visto che i nostri movimenti ambientalisti sono in prima linea nel chiedere azioni vaste, primarie, certo non gratuite.
Il progresso tecnologico cambia la vita, in modo radicale, e non sorprende che ciò susciti soddisfazione in chi apprezza l'insieme di comodità, di opportunità, di vantaggi rispetto ai bisogni primari quali mangiare, vestirsi, comunicare, viaggiare, informarsi. Non sorprende nemmeno che esso susciti, invece, allarme in coloro che vedono nei mutamenti un aspetto inquietante che genera perplessità, resistenza, anche ostilità nei confronti del nuovo. È importante che si sottolinei la necessità di un equilibrio fra i rischi e i benefici del progresso tecnologico, che motivi di profitto indebito, di disattenzione, quando non di vera e propria incoscienza non trasformino la messa in commercio di un prodotto, che si tratti di un telefonino o di un farmaco, in qualcosa di negativo. Per ottenere questo risultato, occorre cultura, metodo scientifico, freddezza, obiettività: occorre, in altri termini, portare numeri e non emozioni e serenità di giudizio. Perché l'altro estremo è l'immobilismo, il non fare nulla, o, ancor peggio, fare danni, invertire la scala delle priorità nelle azioni, nell'impiego delle risorse. E chi si interessa alla vita quotidiana coglie le conseguenze di polemiche, di azioni, di veri e propri veti, che hanno impedito che l'Italia si sviluppasse in senso moderno come altri Paesi europei hanno saputo fare. Chi va a Parigi vede la Defense, a Berlino vede il centro Sony o quello della Mercedes, a Roma deve constatare che l'ultima opera di un certo rilievo fu l'insieme di sottopassaggi - stadio, Villaggio olimpico - in occasione delle olimpiadi intorno al 1960 e qualche pezzo di metropolitana, e a Milano l'ultima opera di rilievo fu il Pirellone (anni Sessanta). Per il resto, imbottigliamenti perenni sulla Firenze Bologna, a Mestre, sulla Salerno-Reggio Calabria ecc. Opere interrotte o finite in tempi assurdi come l'Auditorium di Roma, la ricostruzione della Fenice in mente Dei, i terremotati di Marche e Umbria ancora nei containers, chi più ne ha più ne metta. Difficile dire come mai ci siamo ridotti in questo modo, ma certo è che beghe, litigi, ricorsi, sospensive, da un lato, polemiche ambientalistiche, neghittosità e debolezza politica dall'altro, sono alla base di una situazione unica nell'Occidente industrializzato. In materia di ambiente, succede un po' di tutto e vale la pena di andare a fondo su una situazione che ha dell'incredibile. Ricordiamo tutti di aver appreso l'assurdo: un treno carico di rifiuti parte dalla Campania e va in Germania, scortato dalle forze dell'ordine. Come mai la scorta?. La scorta è necessaria per garantire che la malavita organizzata non interferisca col trasporto, e che il «prezioso» carico possa arrivare in Germania dove i tedeschi lo tratteranno. In altre parole, la sesta nazione industrializzata del mondo mentre è in prima linea nel chiedere severità ambientale non è in grado di gestire banali rifiuti e chiede aiuto, a pagamento, ovviamente, ai tedeschi. Come mai, a cosa è dovuta una simile bizzarria? Trattare i rifiuti richiede tecnologie a noi sconosciute, organizzazioni sofisticate reperibili solo presso taluni impianti statunitensi? Non sembra sia questo il caso: si tratta di metodologie accessibili a chi è da tempo uscito dalla pastorizia. Solo che gli ambientalisti si sono opposti all'installazione degli inceneritori, utilizzati con successo in tutto il mondo: a New York e a Francoforte ce ne sono in città. E allora, come mai? Gli è che la classe politica ha permesso che una minoranza esigua ma decisa e agguerrita esercitasse per decenni una sorta di diritto di veto. E, visto che i rifiuti continuano a formarsi, se non si gestiscono nella legalità, qualcuno li gestisce nella clandestinità. E questo qualcuno ha tutto l'interesse a che nessuna iniziativa seria, controllata, tecnologicamente corretta si affermi: calerebbe il business. E ringrazia - talvolta incoraggia - qualcuno che blocchi gli inceneritori. Donde il demenziale convoglio Campania-Germania. Ed è frequente leggere notizie relative a sindaci in problemi per l'esaurimento di discariche.
Pure, l'incenerimento dei rifiuti urbani permette, di riscaldare le case e di risparmiare combustibile (e quindi di ridurre la quantità di ossidi di azoto), come dimostra la più che decennale esperienza di Brescia: se solo volessimo, la combustione dei rifiuti (si tratta di decine di milioni di tonnellate l'anno) potrebbe portare a ingenti quantità di elettricità, con risparmio di importazione di combustibili e vantaggi ambientali. Una vera e propria fonte alternativa rinnovabile, disponibile, pronta, di quelle che si invocano sempre ma che nessuno vede applicate. Ma, come spesso accade, non si fa ciò che è possibile inseguendo, auspicando, sognando ciò che non esiste. Il massimalismo (o il perfetto o nulla) prevale sul pragmatismo. Col risultato di autodanneggiarsi. La crisi ambientale urbana, come noto, deriva dalla scelta di adoperare combustibili, con le loro emissioni, in città, non incoraggiando la diffusione dell'elettricità che, invece, non crea emissioni nel luogo del suo impiego. Anche qui, non estraneo alla situazione è un altro capriccio di taluni movimenti, quello di opporsi alla costruzione di centrali elettriche. Non ci riferiamo solo al nucleare, che permette alla Francia di esportare energia elettrica e di adoperare in città fornelli, scaldabagno, riscaldamento elettrici (e a Parigi di avere nell'atmosfera un quarto delle emissioni di ossido di azoto rispetto al record mondiale di Milano). Ci riferiamo alle campagne contro ogni nuova centrale, financo contro gli elettrodotti. Conseguenza: un costo dell'elettricità largamente superiore a quanto si registra nei confratelli Paesi europei, accompagnato da una scarsa penetrazione elettrica. È il trionfo dei combustibili, che sono alla base, in quantità e modalità diverse, di esplosioni, acidi, particelle, anidride e ossido di carbonio. Tutti compresi, anche quelli che hanno sempre trovato entusiastico sostegno dagli ambientalisti. In città, le emissioni si concentrano danneggiando salute e opere d'arte, in uno scenario che oramai le infrastrutture, le tubature, la propaganda, le abitudini hanno reso irreversibile. Si calcola in migliaia di morti l'anno il numero di vittime dell'inquinamento urbano, e quanto ai beni culturali basta riflettere sul deterioramento della colonna Antonina o della cena di Leonardo. Questo su scala locale, mentre su scala planetaria il fatto di aver reso indispensabili gli idrocarburi è alla base della turbolenza internazionale e di numerose, sanguinose guerre.
Ma da noi si trascura il possibile in attesa dell'impossibile o del futuro remoto: si attende il sole (da almeno trent'anni), la fusione (da cinquanta), e per il vento a fronte di qualche impianto vicino a Candela già sorgono i primi «comuni deeolizzati»: non c'è la tecnologia, ma è pronta l'opposizione. E quasi per compensare la disdicevole realtà della situazione ambientale, ci si atteggia a primi della classe demonizzando, col cipiglio e la certezza di chi ha la verità in tasca, attività e situazioni che altri accettano tranquillamente, con il risultato di creare problemi inesistenti e di sottrarre risorse a quelli reali. Siamo contro la sperimentazione sulla genetica vegetale, che potrebbe permettere rendimenti assai più alti nella produzione di proteine nobili e forte risparmio di pesticidi e di energia, ci occupiamo delle onde elettromagnetiche, che nessun esperto considera un problema serio, siamo il Paese che ha abolito il nucleare e ha il più alto costo dell'elettricità, quello in cui l'acqua scarseggia e viene razionata. Una considerazione è obbligatoria: occorre riportare il discorso ambientale sui numeri, sulle tecnologie, sulle priorità, sui veri interessi dell'ambiente, togliendoli ai santoni, alle emozioni, e anche a chi causa balorde realtà quali un treno che punta sulla Germania carico di spazzatura mentre ci si vanta di mandare la gente in bicicletta o in monopattino nelle domeniche cittadine.