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C'è una nuova Bibbia: l'Agenda 21

Liberal Fondazione
di Steven Yates

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile, tenutosi dal 26 agosto al 4 settembre 2002 a Johannesburg (Sud Africa), è stato probabilmente la più colossale chiacchierata mai organizzata dalle Nazioni Unite. Esso si è svolto nel decimo anniversario dell'adozione dell'Agenda 21 al vertice della Terra di Rio de Janeiro (Brasile) nel 1992. Man mano che il vertice si avvicinava, il pubblico è stato sottoposto a un flusso continuo di nuovi articoli e cosiddetti studi sul fatto che, se non cambieremo strada e non adotteremo comportamenti e modelli di crescita economica «sostenibili», il disastro ambientale (il riscaldamento globale, la deforestazione, l'estinzione delle specie, eccetera) sarà proprio dietro l'angolo. Quindi è giunto il momento di smettere di parlare dell'Agenda 21 e fare qualcosa. Ma cosa è, di preciso, l'Agenda 21? Durante i primi anni Novanta, un nuovo insieme di parole si è infiltrato nel nostro lessico; oltre a sviluppo sostenibile e comunità sostenibili, tra esse c'erano villaggio globale, biodiversità, crescita intelligente, habitat, confini urbani, zone di conservazione della natura selvaggia, aree a spazio aperto, eccetera. Molti dei nuovi termini sembravano riguardare in qualche maniera questioni locali come la pianificazione urbana e suburbana; altri (come apprendimento lungo la vita) emergevano dal linguaggio specialistico; altri ancora (per esempio: partnership pubblico-privato) avevano a che fare col mondo degli affari e altri infine (forza lavoro, sviluppo) parevano toccare più di un'area. Pochi americani si sono resi conto che l'origine del nuovo vocabolario era l'Onu. I più non hanno mai neppure sentito nominare l'Agenda 21. Di sicuro non scopriranno cos'è leggendo i giornali. È una vergogna: dopo la Bibbia e il Corano, l'Agenda 21 può essere il più importante documento del mondo moderno. Senza dubbio è fra i primi cinque. L'Agenda 21 è la bibbia del movimento a favore dello sviluppo sostenibile. Si tratta di un opuscolo prolisso, scritto in maniera terribile, che pretende di offrire un nuovo paradigma globale per la vita sul pianeta Terra; i suoi quaranta capitoli si occupano di tutto, dalla gestione di terra, acqua e rifiuti alla pianificazione urbana, alle biotecnologie. Il concetto di sviluppo sostenibile venne enunciato per la prima volta nel 1987 dalla poco nota Commissione Brundtland. Eccolo: «Uno sviluppo che incontra i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di incontrare i loro stessi bisogni». Questa frase dal suono innocente si porta dietro l'implicazione che le persone che vivono e lavorano in un ambiente di risorse finite sono troppe per conceder loro le «insostenibili» libertà economiche. Dietro l'idea di sviluppo sostenibile c'è quella che noi dobbiamo effettuare una scelta: adottare una pianificazione centrale «volontaria» (con le Nazioni Unite al timone) per integrare economia ed ecologia in una prospettiva globalista oppure fronteggiare un disastro ecologico tra pochi decenni. Gli Stati Uniti sono stati finora una spina nel fianco dell'Onu. Sebbene il presidente Bush abbia destinato miliardi di dollari a ogni suo progetto e abbia impegnato gli Stati Uniti in quattordici forme di partnership, lo Zio Sam ancora non dà alle Nazioni Unite tutti i soldi che i burocrati globalisti vorrebbero, e si oppone a cose come la tassazione globale e l'erosione della sovranità nazionale. Se lo scopo del vertice di Rio era rendere noto al mondo lo sviluppo sostenibile, l'obiettivo di Johannesburg era scendere in campo. Secondo quanto Nitin Desai, segretario generale del vertice, ha scritto in Global Challenge, Global Opportunity: Trends in Sustainable Development, «lo sviluppo sostenibile, essendo un processo complesso in cui molti fattori interagiscono, richiede la partecipazione di tutti i membri della società, come uomini politici, produttori, consumatori, scienziati, ingegneri, educatori, comunicatori, attivisti ed elettori». Coerentemente, il vertice ha messo cinque punti all'ordine del giorno: acqua, energia, salute, agricoltura e biodiversità. Il gruppo di lavoro ha prodotto cinque relazioni operative, una per ogni area. Ne ho guardato giusto una: il Framework for Action on Health and the Environment, dedicato alla salute. Esso offre alcuni interessanti spunti sul modo in cui i burocrati globalisti ragionano. La prima premessa è il Principio n° 1 della Dichiarazione di Rio sull'ambiente e lo sviluppo: «Gli esseri umani [...] hanno diritto a una vita salutare e produttiva in armonia con la natura». Gli autori quindi muovono dall'idea che comprendere «la stretta relazione tra salute, ambiente e sviluppo» sia la chiave per migliorare la salute, in quanto «l'ambiente può essere anche una importante fonte di cattiva salute per molti popoli del mondo. Almeno un quarto del carico mondiale di malattie può essere attribuito a condizioni ambientali inadeguate». Per «condizioni ambientali inadeguate» si intende mancanza di acqua potabile, inquinamento domestico, cibo insano, ambiente lavorativo insalubre e contaminazioni chimiche. Molto di quel che segue è una valutazione delle diverse malattie e delle condizioni che le popolazioni del «mondo in via di sviluppo» devono subire: Hiv/Aids, malaria, tubercolosi, malnutrizione, problemi legati alla gravidanza e così via. Vengono identificate molte correlazioni, tra cui quella con la mancanza di un'istruzione di base, di servizi igienici e di ospedali. Cosa propongono gli autori, allora? Leggere il lavoro di cervelli cronicamente sfuocati mi ha impressionato. Vi sono ripetuti riferimenti a «partnership più forti», «nuove tecnologie», «miglior gestione dell'ambiente» e «sviluppo delle risorse umane» - e altre parole significativamente fastidiose, da aggiungere a quelle già citate. Vi sono critiche all'«insufficiente impegno politico, risorse umane inadeguate, difficoltà nel perseguire azioni intersettoriali per la salute e pochi finanziamenti». Vi è la richiesta di «una maggiore intensificazione degli sforzi» e «un approccio sostenibile e integrato» alla riduzione della povertà e al miglioramento ambientale che raggiunga gli individui più poveri, emarginati e abbandonati. Vi sono, infine, tutti i dovuti riferimenti alla «promozione dell'eguaglianza sessuale» e alla necessità di garantire «istruzione e pari opportunità alle donne» .
Leggendo il burocratese fra le righe è chiaro che stiamo guardando a qualcosa che è possibile solo se, in primo luogo, viene attuato con interventi su larga scala in ogni area dell'economia locale e delle vite della gente, con un grande sforzo di coordinazione e centralizzazione; e se, secondariamente, è finanziato con torrenti di denaro dall'esterno, poiché le economie delle nazioni di cui stiamo parlando - la maggior parte delle quali si trova in Africa - versano in un cattivo stato. Questo documento in particolare non chiede una tassa globale. Al massimo si spinge ad affermare che «l'impegno politico a tutti i livelli di governo è evidentemente un prerequisito per l'azione», e ciò richiede «risorse senza precedenti e alleanze globali per rispondere alle minacce alla salute nell'ambito di un progetto di sviluppo più ampio». Questo «importante sforzo [...] richiederà una crescita sostanziale dei finanziamenti». Quindi, «sono necessari sacrifici più intensi allo scopo di mobilitare le risorse attraverso più alti contributi dai bilanci nazionali, aumenti nell'assistenza bilaterale e multilaterale». Viene citato il dato di 66 miliardi di dollari all'anno, «circa la metà dei quali proviene dai donatori». Traete le vostre conclusioni.
Si trova qualcosa di più preciso nel Ngo Statement at the European and North American Prepcom, redatto circa un anno fa al termine di un meeting preliminare. In questa occasione le organizzazioni non governative hanno chiesto un «impegno globale» in relazione a quanto segue: equità («sradicare la povertà attraverso un accesso alle risorse equo e sostenibile»), diritti («assicurare i diritti ambientali e sociali»), limiti («riduzione dell'uso delle risorse entro i limiti sostenibili»), giustizia («riconoscere il debito ecologico e cancellare i debiti finanziari»), democrazia («assicurare l'accesso all'informazione e partecipazione pubblica») ed etica («ripensare i valori e i principi guida del comportamento umano»). Di conseguenza, «il processo decisionale dello sviluppo sostenibile deve integrarsi in tutte le aree politiche a tutti i livelli, ed essere centrale nella pianificazione ambientale, sociale ed economica e in tutte le leggi. Per aggiustare gli attuali squilibri, la legge internazionale sullo sviluppo sostenibile deve essere rafforzata e recepita con tutti gli strumenti legali regionali, nazionali e globali». Se questa non è la richiesta di costruire una legge globale, messa in atto da un governo globale e finanziata da una tassazione globale, proprio non so immaginare cos'altro potrebbe essere considerato tale. Naturalmente, i burocrati globalisti preferiscono il termine governance. La governance coinvolge forme di partnership. Le partnership sono lo strumento per avvolgere con controlli di ogni sorta gli scambi e le organizzazioni d'affari, centinaia delle quali hanno mandato propri rappresentanti a Johannesburg. Molti scritti a favore dello sviluppo sostenibile hanno l'aroma del localismo, nel senso che i loro autori sembrano voler coinvolgere i gruppi locali e i cittadini qualunque, e incoraggiare azioni «volontarie». «Le decisioni dovrebbero essere prese il più vicino possibile a coloro che ne sono colpiti, dovunque sia il luogo appropriato» - che sembra ragionevole fino a quando ci chiediamo chi determina cosa è «appropriato». «È nostra convinzione che la legge e la politica ai più alti livelli dovrebbe concentrarsi meglio sulle azioni locali. Questo richiede un rafforzamento delle autorità locali e delle strutture decisionali». Questo forse significa sovranità locale o micro-gestione? Il problema è che la comunità locale potrebbe non desiderare ciò che i globalisti vogliono, tra cui la garanzia che «tra i diritti umani vi sia quello a un ambiente favorevole e salutare, ivi compresi i diritti sociali e un accesso equo alle risorse». Non vi è alcun mezzo di ottenere tutto ciò senza un controllo centrale, soprattutto alla luce della ferma convinzione degli autori che «l'idea che l'accesso ai mercati potrà liberare da solo le comunità povere dall'indigenza è sbagliata» (corsivo loro).
Ci sono due cose che mi rattristano molto. Primo, non tutte le questioni discusse a Johannesburg sono infondate o illegittime. È abbastanza vero che non possiamo sporcare il nostro stesso nido senza pagarne le conseguenze. Inoltre, nessuna persona ragionevole può guardare alla situazione di molte società misere e arretrate senza provare la sensazione che bisogna fare qualcosa. Secondo, l'Agenda 21 non è la risposta, però. In nessun caso. Essa suona una «chiamata alle armi» che non avrà alcuna base razionale e farà più male che bene. Una delle trite e ritrite premesse del vertice è che i Paesi «sviluppati» (leggi: soprattutto gli Stati Uniti, ma anche l'Europa occidentale) rappresentano il 20% della popolazione mondiale ma consumano l'80% delle risorse, e questo sarebbe «insostenibile». Gli attivisti a favore della sostenibilità, i burocrati dell'Onu e i politici del «mondo in via di sviluppo» propongono pesanti trasferimenti di fondi, dai prestiti tra governi agli investimenti privati di risorse e tecnologie, sotto l'ipotesi che questo eliminerà la povertà. Essi dimostrano di non aver affatto compreso da dove viene la ricchezza o perché un programma di massiccia redistribuzione dei redditi non funzionerà. Poiché distruggono gli incentivi a creare ricchezza nel mondo «sviluppato», le proposte di questo tipo - avanzate al vertice e fatte proprie dai nostri politici di sinistra - si tradurrebbero qui in un tenore di vita inferiore e garantirebbero alla fine una povertà ancor più accentuata, in quanto vi sarebbe meno ricchezza da redistribuire. Né vi è la benché minima evidenza che la centralizzazione del potere in un organismo come l'Onu avrà alcun effetto a favore dell'ambiente. L'evidenza suggerisce semmai che meno è la centralizzazione, meglio è. Pochi americani hanno una pur vaga idea di quanto a fondo questo movimento si sia insinuato nella nostra vita - anche a livello locale. Il cambiamento del lessico a proposito della pianificazione di città e comunità dovrebbe dare qualche indizio; i quotidiani locali sponsorizzano i piani e usano a piene mani quelle parole come se il loro significato fosse chiaro a tutti. Di solito, non citano l'Onu. I globalisti vogliono incoraggiare quanta più gente possibile a «pensare globale e agire locale», come recita uno slogan degli ultimi anni Sessanta. Di conseguenza, nei loro manuali di istruzioni (ma non nei loro comunicati stampa) troviamo la versione locale dell'Agenda 21 - in Europa nota come Local Agenda 21 - e una versione diretta agli americani, chiamata Communities 21. Spostiamo le redini della discussione nelle mani di un'organizzazione chiamata International Council for Local Environmental Initiatives (Iclei), un partner dell'Onu. Essa si definisce «l'agenzia internazionale sull'ambiente per i governi locali. La sua missione è costruire e servire un movimento mondiale di governi locali volto a perseguire miglioramenti tangibili nelle condizioni ambientali globali e nello sviluppo sostenibile, attraverso la somma di azioni locali». L'organizzazione afferma di promuovere la «cooperazione decentralizzata» tra i suoi membri. Ma è del tutto prona all'Agenda 21 e deriva il proprio stesso spirito dal capitolo 28, che si occupa delle iniziative locali. Ecco il passo cruciale, riprodotto sul sito dell'Iclei alla stregua di una citazione biblica: «Ogni autorità locale dovrebbe dialogare con i cittadini, le organizzazioni locali e le imprese private e adottare una "Agenda 21 locale". Attraverso le consultazioni e la costruzione del consenso, le autorità locali imparerebbero da cittadini e comunità locali e civiche, dalle organizzazioni dei commercianti e degli industriali ed entrerebbero in possesso delle informazioni necessarie a formulare le strategie migliori. Il processo di consultazione accrescerebbe l'attenzione delle famiglie ai temi dello sviluppo sostenibile. Anche i programmi, le politiche, le leggi e i regolamenti dell'autorità locale per perseguire gli obiettivi dell'Agenda 21 sarebbero studiati e modificati, sulla base delle esigenze locali. Si potrebbero anche spiegare strategie a sostegno di proposte di finanziamenti locali, nazionali, regionali e internazionali» (paragrafo 28.3, corsivo mio).
Avete letto giusto. L'obiettivo è far allineare tutte le comunità con i target globalisti, usando tutte le tattiche di manipolazione necessarie. La branca americana dell'Iclei, che ha la propria base a Berkeley, in California (dove sennò?), ha pubblicato un minuzioso Local Government Handbook: essenzialmente una guida per gli agenti del cambiamento nella direzione della sostenibilità sulla falsa riga di Rules for Radicals di Saul Alinsky, su come infiltrare Paesi e comunità, ottenere il sostegno dei politici locali, dei media, degli uomini d'affari, di organizzazioni come la Camera di Commercio e altri personaggi di spicco come i preti e guadagnare il massimo appoggio possibile dai semplici cittadini in virtù del desiderio di saltare sul carro del vincitore. Leggere questo documento è un'esperienza di vita. Il movimento per lo sviluppo sostenibile ha generato le sue cialtronerie psicologiche, piene di espressioni che sembrano meravigliose se non vi spingete a leggere tra le righe. Ci sono gioielli linguistici come questo: «il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità richiede la partecipazione dell'intera comunità. Il raggio d'azione effettivo e i programmi educativi debbono essere sviluppati allo scopo di sensibilizzare la comunità sui problemi e coinvolgerla nella traduzione pratica delle iniziative. I gruppi no profit e le associazioni locali sono partner potenzialmente pronti a collaborare, in quanto i loro obiettivi statutari o le loro attività possono saldarsi agli obiettivi della sostenibilità». Notate i termini «richiede» e «debbono essere sviluppati». Simili imperativi soft («noi dobbiamo...», «le comunità devono...», «le autorità locali sono chiamate a...», «ai cittadini sarà richiesto di...», eccetera) permeano il linguaggio sostenibile e potrebbero sfuggirvi se non state attenti.
Non c'è alcun indizio che sulla sostenibilità si dovrebbe votare. Anzi, il modello di Communities 21 sottrae autorità ai rappresentanti eletti e autonomia ai mercati man mano che i burocrati prendono le redini del potere e cominciano a mettere in pratica un programma deciso a migliaia di chilometri di distanza. Communities 21 prevede azioni come enumerare tutte le risorse di una comunità in un «inventario della sostenibilità», articolare un «progetto generale», scegliere obiettivi, disegnare tattiche e stabilire tabelle di marcia. Questo potrebbe includere ogni anno una «giornata della sostenibilità» per promuovere le attività di fronte al pubblico in modo da intrattenerlo e generare entusiasmo - ma sono pochissime le questioni su cui verrebbe chiesto il parere dei cittadini. Quello che essi infine dovrebbero fare va ben oltre la raccolta differenziata o il riciclaggio o l'uso della bicicletta. Sarebbe facile per il lettore disattento non accorgersi che si trova di fronte a una campagna gramsciana di infiltrazione, una «marcia tra le istituzioni» di ogni genere con il proposito di ridurre la popolazione a poco più di una pecora da tenere sotto controllo - usando gruppi di studio, metodi di generazione del consenso ed eliminazione del dissenso e molta persuasione attraverso media, workshop, eccetera, in quantità sufficiente a spingere più cittadini possibile a collaborare di propria spontanea volontà alla trasformazione delle loro città e comunità in un ordine feudale socialista. Il fatto che le odi alla «partecipazione» siano pura esteriorità è fortemente suggerito da racconti come quello secondo cui «1800 persone» hanno preso parte alla redazione di Region 2020, il più importante piano globalista per l'Alabama centrale sviluppato a Birmingham. Qualcuno crede davvero che 1800 persone possano partecipare direttamente a qualcosa, anche molto inferiore, e raggiungere il consenso?
All'inizio del manuale viene menzionato il ruolo dell'Onu. Ecco quel che viene detto: «Uno dei risultati del vertice di Rio de Janeiro del 1992 è stato il documento Agenda 21, un vademecum della sostenibilità globale. Applicando la missione dell'Agenda 21 ai governi nazionali, il capitolo 28 chiama tutte le autorità locali a sviluppare piani di sostenibilità. Lo sforzo internazionale risultante di organizzare le municipalità intorno al tema della sostenibilità, guidato dall'Iclei, è noto come Local Agenda 21». Lo chiedo di nuovo: questo è o non è un mandato per il controllo globale, qualcosa che può condurre a null'altro che al governo mondiale - altrimenti noto come Nuovo Ordine Mondiale - in cui il contenuto dell'istruzione, la disponibilità di lavori, l'uso delle risorse naturali, eccetera sarebbero strettamente sorvegliati e indirizzati dai burocrati. Inoltre, essi applicheranno quella che probabilmente è stata la loro più grande lezione del secolo passato, cioè che i veri socialisti possono ottenere molto di più attraverso l'infiltrazione, la manipolazione e il cambio di comportamento, di quanto potrebbero avere grazie all'uso aperto della forza. Tuttavia, non può esserci dubbio che ciò che non si riesce a ottenere tramite questi metodi di cooperazione «volontaria», sarà raggiunto con la forza legislativa. Ancora una volta, molto è scritto, ma potreste non notarlo se non leggete attentamente: «[una comunità sostenibile] incoraggia la gestione ambientale con l'incentivo delle regole». Non fraintendiamo l'obiettivo dell'agenda: spingere milioni di persone normali a sottomettersi di propria spontanea volontà alla microgestione globalista nel nome della salvezza dell'ambiente dalle mani di uomini liberi pronti a compiere azioni non pianificate e, quindi, «insostenibili». In pratica, dovremmo eliminare la parola «sostenibile» e sostituirla con «microgestito».
C'è qualche evidenza diretta a sostegno di questa interpretazione negativa dello sviluppo sostenibile? Considerate gli effetti che esso ha avuto sulla città di Pattonsburg, nel Missouri. Nel 1993 - quindi agli esordi del movimento - essa patì una devastante alluvione. Gli attivisti accorsero a salvarla. Venne costruita New Pattonsburg. I residenti si trovarono così a vivere sotto alcune nuove regole restrittive, perfettamente legali: «I residenti di New Pattonsburg dovranno: a) usare docce con bassa portata; b) usare sciacquoni a gravità che non consumano più di 1,5 galloni d'acqua per volta; c) installare bocche di aerazione in cucina e in bagno; d) attrezzarsi per il riciclaggio e la raccolta differenziata dei rifiuti; e) preservare tutti gli alberi esistenti dove possibile; preservare i reticoli di drenaggio naturali; f) adattarsi alle regole di uso di fertilizzanti e pesticidi approvate di volta in volta. I cittadini devono avere alberi per massimizzare la frescura estiva» (grassetti nell'originale). Sono stati discussi anche standard architettonici per un totale di otto pagine, a proposito di mura esterne, elementi strutturali, porte e finestre, tetti, giardini e paesaggio - con norme specifiche sulle categorie di materiali, configurazioni e tecniche. C'erano infine un paio di questioni classificate come varie: «le ringhiere di acciaio o di ferro battuto saranno dipinte di nero». Questo risale al 1993! Oggi la microgestione si estende a una scala molto maggiore e tutti gli Stati americani sono toccati, in un modo o nell'altro, dal movimento per lo sviluppo sostenibile. Alla fine, tuttavia, i modelli di redistribuzione globale della ricchezza, pianificazione centrale e controllo della popolazione promossi dai vertici globalisti come quello di Johannesburg si dimostreranno nel lungo termine insostenibili. I pochi critici hanno notato una forte impronta comunista nell'agenda delle Nazioni Unite - dove le questioni ambientali hanno sostituito la liberazione dei lavoratori come l'arma più importante contro il «capitalismo». Anche questo non dovrebbe sorprendere; furono i socialisti a fondare l'Onu negli anni Quaranta, dopo tutto. Ieri avevamo i rossi, oggi abbiamo i verdi. La scarsa comprensione delle basilari leggi economiche che ha fatto fallire ogni tentativo di «costruire il socialismo» rimane. Lo studio dell'economia è in grado di spiegare perché il mondo «sviluppato» ha avuto successo e perché il mondo «in via di sviluppo» continua il proprio scontro con la povertà e la miseria. Che cosa potrebbe liberare da esse, per esempio, i popoli africani? Un buon punto di partenza sarebbe far sloggiare gentaglia come Robert Mugabe dello Zimbabwe e sbarazzarsi dell'idea che il «governo della maggioranza nera» sia in qualche senso una forma di progresso. Piaccia o no, quando queste nazioni erano sotto il giogo dei bianchi, erano relativamente prospere e l'incidenza del crimine era assai più bassa; ora, guidate dai neri, il tenore di vita ha subito un crollo verticale, proprio mentre il crimine e la barbarie hanno conosciuto una crescita strepitosa; i bianchi sono fuggiti in folte schiere, qualche volta temendo per la propria stessa vita. Gli europei avevano sviluppato una conoscenza della legge economica e dell'importanza dei diritti di proprietà; gli africani no. Una delle ragioni della mancanza di buone opportunità in Africa è che nessuno, bianco o nero, è disposto a vivere e investire risorse in un luogo in cui deve ringraziare il cielo ogni volta che torna a casa vivo, se la sua famiglia resta al sicuro mentre lui è a lavorare, o se domani mattina la sua impresa sarà ancora in piedi.
Un secondo passo importante sarebbe far piazza pulita della divisione marxista del mondo, gonfia di risentimento, tra «vittime» e «oppressori», che si fa strada nei discorsi dell'Onu attraverso la contrapposizione tra mondo «sviluppato» e «in via di sviluppo». C'è una netta sensazione che i pesanti trasferimenti di ricchezze e risorse chiesti dai politici e dagli attivisti del mondo «in via di sviluppo» siano visti come un risarcimento - una forma di riparazione per secoli di sfruttamento e apartheid. Un terzo passo sarebbe qualcosa che non credo l'Onu farà mai (poiché sarebbe la fine della sua ragion d'essere): abbandonare l'idea che la pianificazione abbia mai portato o possa portare qualcosa oltre alla diminuzione del tenore di vita e, alla fine, il totalitarismo - che lo si chiami col suo nome proprio o usando la parola governance. Naturalmente, questo significa guardare alle cose in una prospettiva di mezzi e fini. Se il vostro scopo è davvero ridurre la povertà, allora quali sono i mezzi migliori? Difficilmente si può liquidare come un caso il fatto che quei Paesi che hanno goduto delle libertà economiche siano diventati i più prosperi - e i meno inquinati. Quindi se vogliamo ridurre la povertà e aiutare l'ambiente, la giusta terapia è promuovere la libertà economica e la proprietà privata della terra. Limitare il potere del governo di interferire con la proprietà privata o con le libere interazioni e transazioni tra individui. Istruire gli abitanti del mondo «in via di sviluppo» sui benefici della libertà e della libera impresa. Quando una azienda libera comincia a creare lavoro, sia i livelli di istruzione che il tenore di vita tendono a crescere, l'ambiente fisico migliora grazie all'incentivo dei liberi proprietari di prendersi cura di quel che possiedono, ed emergono i mezzi per trattare molti problemi sanitari. Le azioni e gli arrangiamenti risultanti possono essere non «sostenibili» nel senso in cui gli agitatori definiscono la «sostenibilità». Dopo tutto, la costruzione di una economia libera e prospera non può essere portata a termine senza usare le risorse naturali, senza trasformare i materiali grezzi in beni utilizzabili. Ma l'alternativa è rimanere nella povertà - o accettare i trasferimenti di ricchezza dalle nazioni «sviluppate», impoverendole gradualmente. Così, per usare le parole di un dissidente di Johannesburg, ciò di cui abbiamo bisogno è più «sfruttamento insostenibile».
Sembra probabile, tuttavia, che il miglioramento della condizione umana, nel mondo «sviluppato» e in quello «in via di sviluppo», non sia ciò che i globalisti e i verdi hanno in mente. I globalisti vogliono semplicemente il potere. Essendo laicisti assoluti (o umanisti laici), credono di aver reso Dio obsoleto con la loro stessa presenza. Vorrebbero rimpiazzare Dio con un superstato internazionalista. Essi stanno mettendo in pratica l'idea che, quando il nostro bisogno di trascendente sarà completamente rimosso, non ci sarà più alcuna ragione concreta per cui quelli in condizione di farlo non dovrebbero prendere le redini del potere e regnare come credono - a livello globale, se possibile. I signorotti dell'Onu quindi vedono se stessi come un abbozzo di governo mondiale - il Nuovo Ordine Mondiale. Il comunismo, però, ha rappresentato uno dei più colossali fallimenti del secolo scorso. Ma gli utopisti non si rassegnano mai. I globalisti si sono rivolti all'ambientalismo e alla deep ecology come alle armi più efficaci contro il detestato sistema capitalistico. Da qui la crescita di potere dei verdi. I verdi non sono esattamente laicisti, però; e certo non sono umanisti. Adorano la «madre Terra» - Gaia - in modo non diverso da quello delle tribù pagane che abitavano l'Europa prima dell'arrivo del cristianesimo. Penso tuttavia che i capi del movimento ambientalista provino odio verso l'umanità. Sono frustrati, trovandosi di fronte a una civiltà che ha avuto ampio successo senza il loro contributo e che li ignorerebbe completamente se non fosse per il loro peso politico. Molta deep ecology sembra motivata da un odio profondo non solo della libera impresa, ma dello stesso genere umano, spesso dipinto come un virus che infetta il pianeta Terra. Questo spiega perché sono sempre pronti a solidarizzare con gli estremisti abortisti e i difensori dei cosiddetti «diritti degli omosessuali» (gli omosessuali non possono avere figli) - tutti rappresentati dalle Ong a Johannesburg. I verdi sono strumenti utili per i globalisti. Ora, è importante aggiungere che queste due categorie non si applicano a tutti i fautori dello sviluppo sostenibile. Non ho dubbi che ci siano persone sincere e impegnate alla base del movimento, individui che credono di fare la cosa giusta; forse sono stati mandati avanti grazie alla manipolazione delle loro idee, o forse si sono semplicemente illusi della bontà delle tattiche verdi contro il riscaldamento globale o la degradazione ambientale. Possono anche essere caduti nella rete di argomenti sull'«equità» o la «giustizia sociale» nella redistribuzione internazionale della ricchezza. Lenin li avrebbe definiti utili idioti.
Non sono ancora chiari gli effetti nel lungo termine del vertice di Johannesburg. Sicuramente molti grideranno che «non è stato fatto abbastanza» a dispetto di tutte le promesse e le partnership strette. Speriamo! Non è ancora chiaro cosa si può fare per fermare la crescente mole di controlli sulla popolazione, spesso così subdoli e graduali che la persona media non si accorge che qualcosa è cambiato fino a quando è troppo tardi. Ma ci sono delle vie per uscire da questo circolo vizioso. Una è l'educazione - quella vera, che significa smascherare le «riforme» promosse nelle scuole pubbliche. C'è ampia evidenza del tentativo, in corso da decenni, di indottrinare il popolo attraverso la scuola pubblica. Se riusciranno a inculcare il socialismo nella testa dei bambini oggi, i globalisti avranno domani adulti socialisti. Una soluzione è sostenere l'homeschooling e le scuole private - mantenute private evitando i buoni scuola o altri strumenti che alla fine saranno usati per spingere queste istituzioni sotto l'ombrello del governo e, quindi, sotto il controllo dei globalisti. La crescita dell'homeschooling in tutta l'America è uno dei più interessanti sviluppi dell'ultimo decennio e dovrebbe essere incoraggiata. Infine, bisognerebbe leggere e capire tutto quel che Joan Veon e Henry Lamb hanno scritto sull'Onu, le sue minacce alla sovranità nazionale e i pericoli che lo sviluppo sostenibile pone per i diritti degli individui a vivere dove vogliono e fare quel che più gli aggrada della loro proprietà. L'alternativa è il mondo come i globalisti di Johannesburg lo vorrebbero: una griglia di controlli sugli individui in continua espansione, atti a definire ciò che è «sostenibile» - non ciò che è costituzionale. Gli animali e perfino le piante avranno più diritti degli esseri umani. Ampi appezzamenti di terreno saranno sottratti all'uomo sotto forma di «riserve»; alla gente non sarà permesso di vivervi. Coloro che vi abitano saranno trasferiti, con la forza se necessario. Le comunità verranno trasformate in habitat ordinati dove la maggioranza della gente vive in appartamenti. Saranno più simili ad alveari che a quartieri e città. La gente userà i trasporti pubblici o la bicicletta - le automobili inquinano l'aria, dopo tutto. Di sicuro non sarà concesso di possedere armi. Ci saranno probabilmente molte occasioni di divertimento - sport, night club e reality show alla tevisione. Queste cose distraggono e incentivano la passività mentale. In certi casi, la gente sarà spinta a spiare i vicini e a riferire ogni attività «insostenibile» (l'attività di spionaggio reciproco è già stata incoraggiata da Bush nel nome della «guerra al terrorismo»). I dissidenti saranno ostracizzati, troveranno sempre più difficile guadagnarsi da vivere e potrebbero addirittura essere penalizzati nella loro proprietà o minacciati della vita. È molto probabile che, se l'Agenda 21 sarà messa in moto, ai cittadini delle future «comunità sostenibili» verrà detto quanti bambini potranno avere, in modo che le dimensioni della popolazione restino sotto controllo. Chiunque pensi che queste idee non abbiano spazio nei locali (rigorosamente no-smoking) dei globalisti dovrebbe leggere gli economisti della sostenibilità come Herman Daly e John Cobb Jr. L'aborto non sarà un problema; sarà anzi libero, economico e sicuro. Ai bambini cui sarà concesso di nascere, verrà somministrata un'«educazione» a proposito dei loro doveri verso il bene comune (sempre definito dalle autorità ufficiali) e dei mali del passato, come la celebrazione delle diversità; verranno istruiti a usare sempre i preservativi, naturalmente. Potrebbe non essere necessario dividerli dai loro genitori, se questi ultimi saranno socialisti obbedienti. Da giovani impareranno il «lavoro» in gruppo e da adulti lavoreranno a squadre in cubicoli, dopo aver scelto l'occupazione dalla lista del governo; torneranno a casa la notte in un cubicolo appena più ampio, forse in comune con altre famiglie. Crederanno - sempre che si pongano il problema - che la verità coincide col consenso. In generale, avranno «imparato» a essere intellettualmente dipendenti dall'autorità nel nome dell'«interdipendenza», essendo cresciuti da «cittadini globali». Con un po' di Ritalin, Prozac e seminari sulla «gestione della rabbia», ma pieni di divertimento e senza alcuna indipendenza di pensiero, potrebbero anche, nel loro modo strano e passivo, godersi fino in fondo la vita sotto il Nuovo Ordine Mondiale.

(Traduzione di Carlo Stagnaro)

 

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