Liberal Fondazione di Renzo Foa
Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002
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In Cile il magistrato Juan Guzmán Tapia è arrivato a incriminare il generale Augusto Pinochet per le settantacinque vittime della Caravana de la muerte grazie a un'indagine che gli ha consentito di accertare, gradino dopo gradino, la «catena del comando». Ricevute le denunce dei famigliari degli assassinati e dei desaparecidos, si era mosso con l'intento - poi raggiunto - di accertare le responsabilità individuali di chi aveva compiuto quegli omicidi, sulla base di quali ordini, e di chi aveva dato quegli ordini. Scoprendo, anche se solo alla fine delle indagini, che a prendere la decisione era stato proprio il presidente-dittatore. Un'inchiesta considerata esemplare, condotta tra mille ostacoli, fra infinite difficoltà e destreggiandosi tra le leggi concordate nella fase di transizione alla democrazia. All'Aja Carla Del Pon-
te, procuratore del Tribunale internazionale dell'Onu per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, non è ancora riuscita a dimostrare che a prendere la decisione di attuare la pulizia etnica in Kosovo, nel 1999, è stato Slobodan Milosevic. Ha portato in aula decine di testimoni albanesi, superstiti delle repressioni e degli eccidi che hanno raccontato fin nei minimi dettagli rastrellamenti, stupri e fucilazioni, eliminando ogni possibile dubbio. E Dio sa quanti ne erano stati sollevati, anche da alcune cancellerie europee e da autorevoli giornali. Ha interrogato diplomatici e politici di diversi Paesi che avevano parlato delle stragi e di quello che accadeva sul terreno, mentre accadeva, direttamente con colui che allora era considerato da tutti «l'uomo forte di Belgrado». Il quale, quindi, non poteva non essere al corrente, per usare una formula tutta italiana «non poteva non sapere». Ha, infine, puntato tutte le sue speranze - anche se con un gioco un po' azzardato - su Radomir Markovic, che era il capo della sicurezza serba. Sperava che finalmente qualcuno dicesse che l'ordine era stato dato da Milosevic in persona. Ma Markovic, probabilmente d'accordo con l'imputato, ha riconosciuto che, sì, era vero che tutti ai vertici del regime sapevano ciò che stava accadendo, ma ha aggiunto che nel piano «terra bruciata» non c'era stata alcuna premeditazione e che a espellere centinaia di migliaia di civili dalle città e dai villaggi erano stati la polizia e l'esercito, nei primi giorni dell'intervento della Nato. Una reazione decisa sul campo. Insomma, non ha trovato un «pentito», qualcuno disposto a vuotare il sacco. È stata meno fortunata di Guzmán? Ha trovato più ostacoli nella Belgrado che faticosamente vive la sua transizione democratica di quanti non ne avesse trovati il suo collega a Santiago? È possibile. Ha detto apertamente che la vecchia nomenklatura ha stretto i ranghi, ha spiegato che nessuno ha deciso di collaborare o perché minacciato o perché convinto di poter salvare se stesso solo costruendo un muro di omertà, ha aggiunto che le nuove autorità jugoslave non collaborano, che in fondo - al di là delle pubbliche dichiarazioni - non sono disposte ad affidare alla Corte dell'Onu la soluzione dei loro conti con il passato. Certamente, tutto vero. Ma il fatto è che ora il Tribunale dell'Aja ha chiuso la parte del procedimento riguardante il Kosovo, per passare ai dossier sulla Croazia e sulla Bosnia, senza che l'accusa sia riuscita a dimostrare la responsabilità penale dell'uomo a cui, in sede storica, in ogni modo è già stata attribuita la responsabilità politica dell'ultima carneficina nei Balcani. Con una domanda che comincia a farsi largo. Questa: e se alla fine Milosevic venisse assolto? Se una sentenza giudiziaria rovesciasse quello che è ormai attestato dalla ricerca storica, cioè che sono state le sue scelte politiche a provocare centinaia di migliaia di morti, a ferire il cuore dell'Europa, a provocare la distruzione di intere città e a trasformare il velleitarismo nazionalista della «grande Serbia» in un disastro per gli stessi serbi? Le risposte sono molte. La più ovvia, la più banale, riguarda un aspetto tecnico: che il Tribunale dell'Onu non aveva già scritto la sentenza, che non si è trattato di un processo farsa e che i codici hanno ancora un valore. Ma sarebbe una ben magra e formale consolazione. Per la semplice ragione che, in realtà, dimostrerebbe che una Corte penale non è in grado di misurarsi con il groviglio di problemi dei conti con il passato. Ci riporterebbe indietro di sessant'anni, quando Winston Churchill si dimostrava allarmato alla sola idea che, a vittoria ottenuta, Adolf Hitler potesse finire sul banco degli accusati, così come gli altri gerarchi nazisti a Norimberga, cercando di capovolgere il senso di quello che l'Europa e il mondo avevano appena vissuto. Anche per questo il dibattimento dell'Aja era stato caricato di significati per molti aspetti storici. Avrebbe dovuto essere la porta d'accesso a una giurisdizione globale e alla ricerca di strumenti per sancire uno stretto rapporto tra giustizia e pace. Ricordo l'intuizione di Marco Pannella che - a guerra in corso, nel 1999 - lanciò dalle pagine di liberal settimanale l'allarme, dicendo: «Nessuno tocchi Milosevic». Non era mai successo in passato che un capo di Stato, appena deposto, fosse stato chiamato a rispondere di pesantissime accuse, crimini contro l'umanità commessi in una guerra da poco conclusa. Non era mai stato applicato il concetto della sanzione individuale, non era mai stata abbandonata l'idea dell'impunità per i vertici politici di governi le cui scelte hanno direttamente provocato disastri umani e materiali, analoghi a quelli avvenuti in Croazia, in Bosnia e in Kosovo negli anni Novanta. L'esercizio della giustizia, intesa come un passo necessario dopo un intervento internazionale di pace, anche attraverso la guerra, avrebbe dovuto segnare l'inizio di una svolta nel governo delle relazioni internazionali. Non a caso il dibattimento all'Aja, con il passar del tempo, è stato visto sempre più come un passaggio-chiave per il futuro della Corte penale internazionale, istituita dal trattato di Roma del 1998, che sta finalmente entrando in fase operativa dopo aver raggiunto il numero minimo di adesioni e su cui sono affidate le speranze e le possibilità di completare la strumentazione della legalità nel mondo globalizzato. Un passaggio-chiave tanto più essenziale di fronte al mezzo fallimento dell'altra Corte istituita dall'Onu, cioè il tribunale di Arusha chiamato a giudicare i responsabili del genocidio compiuto in Rwanda nel 1994. Ecco perché una sentenza di assoluzione avrebbe delle conseguenze molto pesanti. La Corte penale internazionale avrebbe serie difficoltà a mettersi in moto. Molto più serie dell'ostacolo creato dalla richiesta del governo degli Stati Uniti - che ha anche ritirato la propria adesione all'organismo, decisa frettolosamente da Clinton allo scadere della sua presidenza - di garantire l'immunità per i propri militari impegnati nelle operazioni di pace nel mondo. Con la polemica che ne è seguita e che ha visto una nuova fiammata di isterismo antiamericano. In questo momento il vero ostacolo è all'Aja. Già si parla apertamente di delusione. Critiche esplicite sono state mosse alla strategia scelta da Carla Del Ponte, al punto che perfino un quotidiano come Le Monde ha ammesso che in alcuni episodi ha mostrato un certo dilettantismo. E non è un rilievo leggero. Ma si tratta solo di dilettantismo? C'è di più. In una Corte per la quale è stato scelto il modello giuridico anglosassone, la pubblica accusa è sembrata scegliere un modello latino, puntando su «pentiti» che finora non ci sono e su un'impostazione ideologica, sul «non poteva non sapere», confondendo responsabilità politica e responsabilità penale, trascurando la ricerca della colpa individuale e privilegiando impropriamente la ricerca della verità storica. All'Aja c'è ancora tempo. E, soprattutto, ci sono gli errori di Milosevic, che punta su un'autodifesa solo politica, guardando più all'opinione pubblica jugoslava che alla Corte. Però il rischio del fallimento è immanente. A differenza di quanto è accaduto in Cile dove il mite e tenace giudice Juan Guzmán Tapia è riuscito a ricostruire la catena di comando della Caravana de la muerte e a dimostrare la responsabilità personale di Pinochet, anche senza il processo (che non si è fatto per l'età dell'accusato e per ragioni più direttamente politiche).
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