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Non può esistere il diritto all'invasione

Liberal Fondazione
di Renato Cristin

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Nella primavera del 2002, due avvenimenti hanno proiettato la questione dell'immigrazione alla ribalta della coscienza collettiva europea: il risultato elettorale di Le Pen in Francia e l'assassinio di Fortuyn in Olanda. Entrambi sono, sia pure in modi diversi, un sintomo del crescente disagio con il quale gli europei guardano agli immigrati. Lasciando da parte Le Pen, che catalizza un malessere degno di rispetto ma che lo canalizza in meandri totalitari, è significativo che la politica anti-immigrazione di Fortuyn abbia avuto tanto successo in uno dei Paesi di più lunga tradizione liberale. Ciò deriva dal fatto che egli percorreva l'unica strada ragionevole che oggi l'Europa può imboccare affrontando questo problema: una rigida limitazione degli ingressi, subordinata non solo alla disponibilità del posto di lavoro ma anche alla disponibilità degli immigrati a integrarsi. Fortuyn aveva visto giusto e trovato una soluzione accettabile sul piano politico, sociale ed etico ma le forze politico-culturali di sinistra ritenevano che andasse combattuto - e per quella via fu addirittura eliminato -, perché non era cosmopoliticamente corretto. In Italia, da luglio in poi la discussione sull'immigrazione ha subìto alcune accelerazioni, legate soprattutto all'attuazione della legge Bossi-Fini. Stiamo assistendo, per esempio, alla divisione nella Chiesa sull'atteggiamento da tenere verso questa legge e alla conseguente differenza nella valutazione dei concetti di responsabilità e solidarietà; alla ribellione della Caritas e di alcuni vescovi e alla saggezza, in apparenza isolata ma in realtà largamente condivisa, del vescovo Alessandro Maggiolini, che contro un presunto diritto all'invasione difende il diritto alla sopravvivenza di una civiltà; a una frizione non marginale nella coalizione di governo tra chi vuole un'applicazione rigida della legge e chi opta per soluzioni più concilianti. Sono segnali inquietanti di un disagio crescente e presagi di una lacerazione che ferirà in modo sempre più cruento la società italiana. La necessità di agire, subito e con fermezza, è ormai non solo un'esigenza sociale ma un imperativo morale. Ma per agire bene bisogna avere le idee chiare, e su questo tema la confusione è quanto mai grande. Pur accettando la tesi che a ciascun caso bisogna dare una risposta specifica, bisogna incominciare a inserire tutti gli episodi e i problemi legati all'immigrazione in un quadro teorico di fondo. E poiché la maggioranza degli immigrati nel nostro Paese è di religione musulmana, bisogna prima di tutto costruire una cornice sulla questione islamica che serva da sistema di riferimento generale (in questo senso trovo di straordinaria importanza le riflessioni che per quasi un anno su La Stampa Enzo Bettiza ha dedicato al problema islamico).
A poche settimane dall'entrata in vigore della legge Bossi-Fini, ottima sulla carta ma che attendiamo alla prova dei fatti, mi sembra perciò opportuno approfondire alcuni fondamenti teorici che dovrebbero accompagnarla. La mia premessa è: per comprendere fino in fondo il rapporto fra immigrazione e cultura, e quindi per comprendere gli altri, dobbiamo certamente liberarci dai pregiudizi, ma è imprescindibile riuscire a sbarazzarsi di tutti i pregiudizi, e lo stesso devono fare gli «altri», perché senza questa reciprocità qualsiasi sforzo di dialogo e di integrazione sarà vano. Da qualsiasi angolatura e a qualsiasi latitudine culturale, l'altro rappresenta un problema non facilmente eludibile, che incarna talvolta un obbligo di ospitalità, talvolta un ostacolo da rimuovere. Ma solo nella civiltà europea (e nell'Occidente da essa disceso) l'altro è un'interrogazione alla quale bisogna dare risposta. Solo i principi etici della nostra civiltà comandano di assumersi la responsabilità di dialogare con l'altro e di capirne le ragioni. Certo, l'inevitabile discrasia fra teoria e prassi si insinua anche in questo ambito, rendendo ardua la traduzione di quei principi nella realtà concreta. E tuttavia, sul piano delle leggi morali e politiche la civiltà europea moderna ha prodotto uno sforzo di tutela dei diritti dell'«altro» che non ha pari nelle culture extraeuropee. Al comandamento religioso che impone di amare il prossimo come se stessi si è affiancata la riflessione filosofico-politica che, fin dal Medioevo e poi con l'umanesimo, ha valorizzato la dignità dell'uomo come bene terreno supremo e che, con l'illuminismo, ha considerato l'uguaglianza fra gli uomini come cardine dell'etica. Nonostante la spinta cosmopolitica insita nel pensiero moderno e oggi rivitalizzata dalla politica del globalismo, ma ha posto le basi per il rispetto di sé e degli altri nei loro diritti fondamentali.
Nel pensiero e nella legislazione europea l'identità e l'alterità hanno trovato una forma, sia pur precaria, di equilibrio e di tutela reciproca, ma le circostanze storiche degli ultimi secoli hanno dato a questo problema una vernice di codificazione irrigidita e, proprio perciò, non realmente vissuta nell'esistenza concreta dei popoli e delle nazioni. Insomma: dell'altro e sull'altro si è teorizzato e legiferato, nel modo del massimo rispetto formale possibile, ma non c'è stata un'autentica esperienza collettiva dell'alterità. Troppe idee erano date per scontate, troppi presupposti restavano inindagati. Oggi la realtà storica ci scuote brutalmente dal torpore in cui avevamo relegato questo problema e sconvolge le certezze con le quali l'avevamo catalogato. La violenza di eventi terroristici che colpiscono come forme estreme di un conflitto tra civiltà che, volenti o no, esiste da secoli e continua a manifestarsi la conflittualità di cui spesso gli immigrati sono portatori e ci colgono impreparati e spiazzati. Nonostante il bagaglio teorico che abbiamo accumulato - o forse proprio a causa di esso -, ci troviamo in una situazione di confusione concettuale, in cui le categorie che abbiamo tanto lungamente affinato si rivelano inutili, incapaci di orientarci, mentre è proprio adesso che dovremmo poter giudicare e decidere con sicurezza e tempestività. È certo ormai che dovremo iniziare un lungo e faticoso apprendistato di interazione con gli estranei, ma è altrettanto vero che se non prenderemo decisioni politiche immediate, rischieremo di essere travolti dalla storia e dalla potenza trascinatrice del suo flusso. Per assolvere al compito culturale di lungo respiro e corrispondere al tempo stesso all'esigenza politica contingente, non c'è altra via se non quella di un approfondimento, senza reticenze e senza schermi ideologici, delle peculiarità culturali degli stranieri e delle relazioni che è ragionevolmente possibile attivare con loro. Per interpretare e comprendere gli altri, e compiere scelte politiche precise nei loro confronti, dobbiamo però non solo liberarci dai pregiudizi, ma anche costringere gli «altri» al medesimo sforzo di apertura e di comprensione, spazzando via gli equivoci e i detriti culturali prodotti da decenni di ubriacatura ideologica.
Alcuni di questi equivoci sono causati da una distorta recezione di luoghi comuni, di formule conformistiche che si sono progressivamente insinuate e poi definitivamente imposte nella nostra visione del mondo. Come una sorta di palingenesi del mito del buon selvaggio, si è affermata nella cultura di sinistra, ma anche in ambiti non marginali di quella di destra, l'immagine dei non-europei come vittime del capitalismo che dai Paesi ricchi devono ottenere il risarcimento dei torti subiti, sotto forma di asilo o di ospitalità. Purtroppo però questa follia antioccidentale ha contagiato l'opinione pubblica e, di conseguenza, anche i governi europei, che hanno travisato la questione e indirizzato le risposte in un verso controproducente. Anziché sviluppare stabilmente nei Paesi del Terzo mondo strutture di tipo produttivo hanno preferito prima tergiversare e poi, incalzati dalla globalizzazione, trasferire il problema sul nostro continente (o quanto meno subire passivamente la spinta verso questo trasferimento). Sappiamo bene che lo sfruttamento da parte di grandi multinazionali continua a imperversare nelle aree più o meno depresse di Africa, Asia e Sudamerica, ma ciò non preclude la possibilità di interventi lungimiranti e non meramente «umanitari» come quelli finora concessi, che finiscono per arricchire i vari dittatori di turno. Applicando malintesi principi di carità, solidarietà e non-ingerenza, anziché aumentare in loco la produttività, l'Europa ha preferito assorbire su di sé l'indigenza e la disperazione, con il risultato che in quei Paesi non c'è stata alcuna soluzione al problema della miseria, mentre in Europa è aumentata la fascia dell'emarginazione. Ma i dati statistici o le teorie sociologiche e demografiche non bastano a spiegare l'essenza della questione. Bisogna indagare gli strati profondi dell'esistenza storica europea, per portare alla luce quelle nervature spirituali e ontologiche originarie che non possono essere modificate, pena la scomparsa di tutto ciò che esse hanno generato. Bisogna cioè partire da un dato effettivo, aspro quanto si vuole, ma inaggirabile: l'immigrazione è un fattore di sconvolgimento radicale della società europea. L'immigrazione selvaggia, cioè non rigidamente controllata da leggi statali e da convinzioni etiche, rischia di produrre uno scardinamento delle nostre strutture tradizionali, le quali, proprio perché non vengono discusse dall'interno ma colpite da pressioni esterne, crolleranno fragorosamente, trascinando con sé l'intero edificio sociale. Affermarlo non è espressione di xenofobia, ma al contrario l'unico presupposto per una futura convivenza razionale con l'altro. Solo così infatti ci si può sottrarre al doppio irrazionalismo che, invece, sembra comporre la scena attuale: da un lato l'irrazionale ingenuità (abilmente strumentalizzata da alcune forze politiche) con cui si accoglie qualsiasi altro come se fosse per principio compatibile con noi; dall'altro lato l'irrazionale terrore con cui si demonizza l'altro come se fosse per principio ostile a noi. Oltre all'irrazionalità che le muove, le due posizioni hanno in comune un effetto negativo: entrambe, l'una direttamente, l'altra per reazione, generano l'odio verso lo straniero. Entrambe sono caratterizzate da una profonda ignoranza dell'altro: l'ingenua o strumentale accoglienza non lo conosce perché non ha mai voluto sottoporlo a un'analisi critica e disincantata, che possa coglierlo nella sua vera identità, con i suoi pregi ma anche con tutti i suoi difetti; mentre l'impulsiva e altrettanto indiscriminata intolleranza lo ignora perché non ha mai fatto lo sforzo di indagarlo senza preconcetti, cercando di comprenderne non solo i lati che precludono ogni interazione, ma anche quelli che potrebbero preludere a una positiva integrazione. Purtroppo, il dibattito sull'immigrazione, inteso come dibattito sugli stranieri, sembra tutto compreso in questo doppio scenario, dominato da due mitizzazioni contrapposte, una entusiasticamente positiva, l'altra drammaticamente negativa. Questa è la duplice radice della xenofobia, e bisogna superare prima di tutto queste due forme di fanatismo, per poter porre la questione dell'immigrazione su binari razionali e, finalmente, produttivi.
Se smascheriamo finalmente il mito (e l'inganno) che, da Rousseau ai terzomondisti contemporanei, dipinge i popoli che hanno un livello di sviluppo arretrato come non contagiati dal virus del razzismo, potremo anche riflettere con maggiore lucidità sulla genesi e sugli sviluppi del razzismo nelle società occidentali. Potremo cioè vedere che la diffidenza razziale è un carattere universale dell'essere umano, e che non ha né valenze politiche precise né confini etnico-culturali. Il razzismo è un archetipo esistenziale dell'uomo in generale, che è insito in tutte le culture e che va indagato, interpretato e compreso, e non semplicemente ridotto a tabù. Infatti, quando si fa ottusamente dell'antirazzismo la bandiera di una parte politica, si finisce per generare ulteriore incomprensione e intolleranza. Ma, come dicevo, la questione non può più essere solo argomento di disquisizioni accademiche: oggi la realtà ci chiama imperiosamente ad agire. I moniti del cardinale Biffi hanno attirato l'attenzione su un problema che il conformismo del politically correct ha sempre eluso: la pressione immigratoria non-cristiana, quella islamica soprattutto, tende a non integrarsi nella società italiana (ed europea), a rifiutare le premesse di fondo su cui essa si basa e a creare comunità che si chiudono in se stesse sovrapponendo la loro specificità culturale a quella del luogo di arrivo. Ora, chi pensa che l'Italia (e l'Europa) debba trasformarsi in una società multiculturale, in cui i molteplici gruppi avranno non solo il diritto di seguire i principi della loro cultura (cosa che va garantita in qualsiasi modello sociale), ma anche quello di creare spazi giuridici propri, deve sapere che così si finisce per creare una situazione in cui ciascuna comunità potrà avere diritto di intervento su determinati settori dell'attività legislativa generale. A partire da segnali estremamente inquietanti come l'abolizione, per un presunto (e ipocrita) senso di rispetto verso altre religioni, del festeggiamento del Natale nelle scuole di alcune città italiane, arriveremo alla situazione paradossale in cui nelle classi scolastiche a maggioranza musulmana dovranno portare il chador anche le ragazze cristiane, per non offendere la sensibilità islamica. Al di là di questa provocazione, una scena simile, con tutta la violenza culturale che porta con sé, potrebbe davvero accadere, se non si incomincia a riflettere con grandi orizzonti storici, spirituali, politici e psicologici, e se non si dà avvio a una nuova politica basata su queste riflessioni.
Se l'autonomia culturale è il presupposto di altre forme di autonomia come, sia pure parzialmente, quella legislativa, allora i gruppi culturali a base etnico-religiosa presenti in Europa potrebbero pretendere di seguire leggi civili proprie, in particolare per quanto riguarda i diritti individuali. Se questo è l'esito possibile, allora è chiaro che in Europa la società multiculturale non dev'essere realizzata, perché la civiltà europea non può essere frantumata in infinite enclaves dotate di autonomia legislativa. Come potrebbe essere ammesso un gruppo che abbia il diritto, poniamo, non solo di poligamia o di infibulazione, ma anche di eliminazione dal suo spazio vitale di simboli che considera offensivi? Purtroppo questa eventualità non è né confinata in uno spazio puramente religioso, perché nella visione islamica del mondo l'intera esistenza individuale e sociale sottostà alle regole della religione, né remota, perché l'insofferenza verso gli «infedeli» affiora con toni sempre più evidenti e preoccupanti nelle comunità islamiche europee. Come possono gli Stati europei accettare che in una comunità islamica interna a essi venga, per ipotesi, pronunciata una fatwa, una condanna a morte per blasfemia? Ma come potranno impedirlo, se accettano che quella comunità possieda una parziale autonomia legislativa? Questo è il dilemma che bisogna sciogliere con l'affermazione del carattere universalmente vincolante della legge dello Stato e, quindi, delle leggi morali occidentali. O si impone senza mediazioni questo principio o ci si incammina verso una «libanizzazione» dell'Europa: tertium non datur. Ecco dunque lo scenario che si sta profilando: da un lato la tolleranza che il pensiero occidentale ha, nonostante tutto, sviluppato e consolidato; dall'altro la chiusura che caratterizza l'Islam più integralista che si sta lentamente diffondendo nei gruppi musulmani europei. Nelle periferie delle grandi città francesi e inglesi i principi del fondamentalismo hanno ormai abbondantemente attecchito, perché si presentano come l'unica salvezza dall'emarginazione, dalla miseria e dalla dissoluzione morale in cui un'Europa malvagia e corrotta costringerebbe i musulmani a vivere. Questa inquietante evoluzione merita la massima attenzione, perché gli integralisti stanno realizzando anche in Europa la politica di Hezbollah, ovvero la forma più raffinata della jihad: difendere i diritti spirituali e materiali dei fratelli musulmani e sostenerli economicamente, con una rete di solidarietà islamica, chiedendo in cambio fedeltà alla shari'ah e, se necessario, il sacrificio nella guerra contro l'Occidente. Così Hezbollah ha conquistato il Libano, così sta vincendo in Palestina e si sta diffondendo in tutto il mondo arabo, e così i loro seguaci stanno attraendo intere comunità islamiche in Francia, Inghilterra, Germania e ora anche in Italia.
Da un lato la tolleranza, dall'altro la chiusura. Due esempi: in Europa si continuano a costruire moschee, mentre negli Stati arabi e islamici i fedeli di altre religioni vengono, nel migliore dei casi, emarginati o, più frequentemente, perseguitati, per non parlare poi dei massacri di cristiani in varie parti del mondo, dall'Indonesia al Sudan, su cui ha di recente richiamato l'attenzione Antonio Socci nel suo libro I nuovi perseguitati. La chiave per capire l'essenza di questo fenomeno sta, come spesso succede, nei dettagli. Eccone uno, piccolo ma non insignificante: nell'estate del 2001 i talebani afghani avevano arrestato alcuni volontari della cooperazione internazionale con l'accusa di predicare il Vangelo. L'aspetto tragico della vicenda è che quell'accusa non era un paravento per incarcerare presunte spie, ma la vera motivazione dell'arresto. Disarmante nella sua semplicità, questa è, per parafrasare la Arendt, la banalità dell'odio dell'integralismo islamico verso l'altro (sono magistrali al riguardo le tesi di Bernard Lewis sull'ideale islamico di sottomissione dell'Occidente). Questi piccoli indizi valgono più di qualsiasi prova: le radici profonde dell'intolleranza non stanno nella civiltà europea, come i teorici del multiculturalismo terzomondista hanno voluto raccontarci, ma si trovano nella teocrazia politica, nell'assorbimento delle libertà politiche e civili in una religione che, nella sua forma più integralista, non accetta l'altro in senso religioso e culturale in quanto altro uomo di pari dignità. Ma è difficile per noi riconoscere l'essenza della questione quando il dissennato livellamento con cui i media analizzano e presentano i profili delle civiltà del mondo attuale, e la mancata differenziazione culturale a cui oggi tutti si sentono obbligati dalla spinta, male intesa e ancor peggio applicata, della globalizzazione, producono una perdita progressiva e irreversibile di capacità di giudizio, di pensiero critico, di libertà. È difficile capire da dove nascono l'intolleranza e il razzismo quando un telegiornale Rai (il Tg3 serale del 29 aprile 2002) definisce una strage di cristiani avvenuta nelle Molucche come l'ennesimo episodio della «faida tra cristiani e musulmani che insanguina l'Indonesia». Al di là dell'oltraggio verbale verso quei morti e verso il Cristianesimo stesso, commenti simili, che sembrano rispondere più a una strategia filoislamica che ai criteri della corretta informazione, sono più pericolosi di qualsiasi istigazione al terrorismo perché incidono sottilmente sull'inconscio collettivo e producono un devastante effetto sull'opinione pubblica perché impongono una logica livellatrice: come se cristiani e islamici fossero egualmente intolleranti.
Solo se si corregge radicalmente questo quadro culturale sarà possibile arrivare a una serenità di giudizio, a una prassi liberale ma non incosciente, a normative adeguate alla realtà. Un esempio legislativo attuale: solo a partire da una nuova coscienza critica sarà possibile arrivare a un esito ampiamente condiviso della discussione, in corso alla Commissione affari costituzionali della Camera, del disegno di legge sulla libertà religiosa e sui culti ammessi. Il dibattito finora svolto ha già evidenziato molti contrasti sul tema delle differenze religiose e sulla posizione dello Stato nei loro confronti, mostrando tutta la difficoltà di agire giuridicamente verso una religione istituzionalmente frammentata e arroccata su principi rigidi come quella islamica. Il relatore Sandro Bondi sta infatti investendo tutta la sua capacità di riflessione e di mediazione per poter corrispondere in modo adeguato sia al diritto di culto sia alla tutela giuridico-culturale dello Stato italiano, laico ma che si fonda su una connotazione spirituale ben precisa come quella cristiana. In quest'ottica, il problema principale ruota intorno al riconoscimento della religione islamica, che a mio avviso lo Stato non potrà equiparare a quella cristiana. E la lunga serie di audizioni e il dibattito che ne sta scaturendo sono gli indicatori del livello di attenzione che Bondi vuole dare al problema.
Per evitare che agli eccessi dell'ideologia multiculturalista si contrapponga una reazione di segno opposto ed estremamente violenta, di cui si intravedono già le prime avvisaglie, dobbiamo porci subito il problema di ciò che i cristiano-democratici tedeschi, con un termine poco diplomatico ma molto appropriato, hanno chiamato Leitkultur, cultura guida. In estrema sintesi, la tesi è: solo se gli immigrati interiorizzano i valori fondamentali della cultura europea, possono integrarsi e operare proficuamente nel Paese che li ha accolti. E solo se si integrano, possono vivere pacificamente con gli europei. Quindi, se non accettano queste condizioni di minima, non possono essere accolti. Al di là della semplificazione teorica, il discorso è ben fondato: come si può stare in un Paese senza ricevere il riconoscimento non solo culturale ma anche giuridico (la cittadinanza)? E come ci si può vivere senza un sentimento di appartenenza a valori comuni? Ma come può diventare cittadino europeo chi non condivide i valori fondamentali, almeno quelli civili, della nostra cultura? E poiché una parte degli stranieri attualmente presenti in Europa non si sente di condividere tali valori e un'altra li rifiuta totalmente, il problema etico va rovesciato: perché accogliere chi ci respinge (e talvolta vuole anche sopprimerci)?
Bisogna inoltre confutare l'equazione semplificatrice e mistificatrice, e proprio perciò pericolosa, che dice: l'Italia è un Paese di emigrazione e quindi deve accettare di buon grado l'immigrazione. Si tratta di una tesi fallace e talvolta usata in malafede. Infatti, mentre la gran parte degli emigranti europei, come diceva il padre della Costituzione argentina Alberdi, «a popolare il deserto», chi viene oggi in Europa si trova di fronte a una civiltà plurimillenaria, che ha edificato quasi tutto ciò che era possibile in senso sia spirituale sia materiale. Bisogna pertanto opporsi a quella forma di naturalismo, oggi più o meno consapevolmente accettato dall'ideologia di sinistra, che permette alla forza del numero di soppiantare le ragioni dell'identità culturale, e respingere il darwinismo dell'immigrazione indiscriminata, che rischia di riproporre all'alba del Terzo millennio quelle incontrollate e selvagge invasioni che hanno caratterizzato molti secoli dell'età antica. Non esiste un diritto all'invasione, come dice Maggiolini, né un obbligo di lasciarsi invadere. Se guardiamo il problema da questa angolatura, dove sta allora la violenza e la mancanza di etica? Da che parte si trova l'intolleranza e la mancanza di rispetto dei diritti delle civiltà e dei loro individui? L'Onu aveva dichiarato il 2001 «anno del dialogo fra le civiltà» (un proposito che l'attacco dell'11 settembre ha tragicamente sbeffeggiato) e il direttore generale dell'Unesco, Koïchiro Matsuura, aveva sottolineato come la comprensione fra le culture sia possibile solo grazie alla tolleranza, a «un'apertura positiva dello spirito, che permette di comprendere gli altri e, così, di mettere in evidenza o di creare legami etici comuni». Ma la realtà storica ci insegna che fra le civiltà c'è anche il conflitto, e che oggi le tensioni da cui è percorso il pianeta sono espressione di scontro più che di comprensione. E a volere la guerra tra civiltà è oggi una parte del mondo islamico, minoritaria ma incisiva e feroce, attiva e potente, che sta contaminando non solo le masse povere degli Stati arabi e islamici, ma anche le ormai folte comunità musulmane insediatesi in Europa, facilmente influenzabili dalla truce retorica del fondamentalismo. Se l'Europa non agisce con saggezza e fermezza, ci troveremo tra breve nella paradossale situazione di poter dialogare con un Islam che sta nei Paesi musulmani moderati e di non poterlo fare con gli islamici presenti sul suolo europeo perché saranno diventati fanatici fondamentalisti e potenziali terroristi.

 

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