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Per chi ha votato il conte di Cavour...

LIBERAL BIMESTRALE
di Angela Pellicciari

Anno II n. 3 - Giugno/Luglio 2001

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Negli ultimi tempi è tornato di moda Cavour. Il fatto strano è che a rivendicarne l'eredità siano esponenti dell'Ulivo e non della Casa delle libertà. Segno dei tempi: di idee confuse e di opportunismo politico. A ben vedere però l'analogia fra il conte e alcuni esponenti della cultura e della politica di sinistra c'è ed è vistosa. Anche se non per i motivi dichiarati. A cominciare è stato Fassino. La Stampa ha riportato in bell'evidenza le dichiarazioni del ministro: Cavour voterebbe per me - ha sostenuto - e io, se a Torino vincerà il candidato sindaco dell'Ulivo, «gli chiederò di nominarmi presidente del comitato per i 150 anni della spedizione di Crimea». Fassino non immagina quanto profonde siano le analogie fra la guerra del Kosovo voluta dallo spregiudicato primo premier postcomunista dell'Occidente Massimo D'Alema e la guerra di Crimea che si propone di commemorare. Cavour ha portato il Piemonte a combattere nella lontana Crimea (dove il regno sardo non aveva alcun interesse da difendere) solo per permettere al piccolo Stato da lui governato di sedersi al Congresso di Parigi al tavolo dei grandi. «Nella massa del pubblico europeo Cavour fu accusato di ambizione meschina e di vanità, fu considerato come invasato dalla smania di rappresentare una parte e di innalzarsi a spese del proprio Paese, di insinuarsi tra i potenti allo scopo di aumentare la sua personale importanza»: così scrive William De la Rive, amico e biografo del conte, pur non condividendo il giudizio.
«Dopo il Kosovo la politica estera di Cavour è tornata di incredibile attualità», sostiene Fassino. Verissimo. Per Cavour si trattava di avere un posto fra i potenti proprio come non è inverosimile ipotizzare che per D'Alema si trattasse di essere e restare presidente del Consiglio nonostante la militanza comunista, nonostante la mancata legittimazione popolare, nonostante la decennale convinta adesione al pacifismo filosovietico, nonostante si combattesse contro la Serbia, fedele alleata del Cremlino.
«A spese del proprio Paese», scrive De la Rive. L'interesse economico e la gestione del patrimonio personale sono lo spunto che permettono anche a Rutelli di rivendicare l'eredità cavouriana. È sempre La Stampa a pubblicare la notizia: alla domanda «per chi voterebbe oggi Cavour?» Rutelli risponde: «Voterebbe come Montanelli e cioè per noi, certo non per questa destra che non assomiglia alla loro. L'imprenditore Cavour, entrando in politica, regolò in modo molto scrupoloso i suoi interessi privati». Belle parole. Per capire quanto siano false basta raccontare un episodio minore della vita del conte. Lucido calcolatore, uomo d'affari dalle innumerevoli attività, Cavour è il principale azionista della Società anonima dei mulini anglo-americani di Collegno che, nel suo ramo, è la maggiore d'Italia. Il 1853 è anno di crisi, il raccolto del grano scarseggia, i prezzi salgono e la politica economica del governo Cavour è sospettata di coincidere con gli interessi personali del presidente del Consiglio. Gli altri governi italiani fronteggiano l'emergenza vietando l'esportazione di grano, ma il Piemonte non rinuncia alla politica del libero scambio e i produttori locali fanno affari d'oro vendendo grano all'estero. A disperdere una folla esasperata che manifesta sotto palazzo Cavour pensano poliziotti e soldati che spediscono alcuni in ospedale, altri in prigione. Angelo Brofferio, autorevole esponente della sinistra, così commenta la clamorosa assoluzione di tutti i manifestanti: la sentenza dei giudici prova che «il conte di Cavour è magazziniere di grano e di farina, contro il precetto della moralità e della legge. Che sotto il governo del conte di Cavour ingrassano illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaiuoli, i telegrafisti, e gli speculatori sulla pubblica sostanza, mentre geme, soffre, e piange l'universalità dei cittadini sotto il peso delle tasse e delle imposte». E veniamo alla terza rivendicazione. La compie il giornalista di Repubblica Mario Pirani scrivendo la prefazione alla ristampa di alcuni discorsi parlamentari di Cavour: Libera Chiesa in Libero Stato il titolo del libro. Pirani ammira «la chiarezza esemplare della soluzione liberale cavouriana» al problema dei rapporti Stato-Chiesa. Pirani ignora (o approva) l'uso spregiudicato che Cavour fa di belle parole e frasi a sicuro effetto per nascondere la spietata guerra di religione che il suo governo combatte contro la Chiesa cattolica e, quindi, contro la popolazione italiana. Pio IX non si stancherà di ripeterlo in decine di encicliche ricordando cosa le ricorenti espressioni «libertà», «monarchia costituzionale», «libera Chiesa in libero Stato», «libera stampa» e via dicendo in realtà significhino.
Il Risorgimento rende la Chiesa libera nel senso che la priva del fardello di amministrare tutti i beni degli ordini religiosi che passano alle cure degli esponenti liberali (l'1% della popolazione) acquistati per due lire. All'indomani della proclamazione del Regno d'Italia la Chiesa italiana è completamente sconvolta: più di 100 le diocesi senza vescovo; tutti gli ordini religiosi soppressi; il rigore un tempo usato contro i malviventi riservato ai cattolici; sacerdoti sbeffeggiati, incarcerati, uccisi; il patrimonio artistico e culturale della nazione distrutto o derubato; smantellato il tessuto di sicurezza sociale rappresentato da decine di migliaia di opere pie; irrise la fede, la cultura e la tradizione della popolazione. In questo contesto l'espressione «libera Chiesa in libero Stato» acquista il suo giusto valore: è un abile gioco di parole - preso a prestito dal cattolico conte di Montalembert - che consente a Cavour di occultare la capillare persecuzione anticattolica.
Nel suo scritto Pirani si preoccupa del futuro dell'Italia temendo che la nazione faccia un balzo indietro di «qualche centinaio di anni» allontanandosi dalla soluzione cavouriana e rinnegando la laicità dello Stato. Pirani teme che i valori della «libertà e della ragione» - che ritiene di incarnare - siano compromessi dall'alleanza tra «le visioni ecumeniche della Santa Sede e le strategie del leader del Polo». Il discorso va esattamente rovesciato. Dopo sessanta anni di totalitarismo d'élite liberale e venti di totalitarismo di massa fascista, i governi della Repubblica guidati da cattolici hanno realizzato un «miracolo economico» e civile di straordinaria portata. Dopo un decennio di instabilità politica e di arretramento economico dell'Italia sullo scacchiere mondiale, il governo Berlusconi ha l'occasione di far ripartire il Paese verso un nuovo boom: sottolineando e non ripudiando le radici religiose e culturali della nazione. Facendo l'esatto contrario di quanto ha fatto Cavour. Pirani fa appello a uno Stato «che dovrebbe essere laico e liberale». Il governo del laico Berlusconi ha - per la prima volta nella storia dell'Italia unita - la storica occasione di tradurre in pratica queste belle parole. Nel rispetto dell'identità nazionale e della sua tradizione cattolica. In consonanza con la maggioranza della popolazione e con l'unicità del ruolo dell'Italia nel mondo.

Angela Pellicciari è storica del Risorgimento
 

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