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Diario o Indice?

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa

Anno II n. 3 - Giugno/Luglio 2001

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Fl6_th  
Qualche giorno dopo il 13 maggio, mentre i vincitori cominciavano a guardare al futuro della legislatura e mentre gli sconfitti cercavano di rimuovere il risultato del voto, ho ritrovato un numero speciale del Diario della settimana uscito una settimana prima delle elezioni e dimenticato fra altri giornali. Era il numero che - sotto un titolo apparentemente scientifico, Libro di Storia - aveva uno scopo esplicitamente politico, cioè prendere direttamente a bersaglio le «revisioni in corso». Non c'era da stupirsi. Era noto che il Diario non fosse sfuggito alla tentazione, un po' ideologica e un po' di mercato, di rigenerare nell'antiberlusconismo vecchi spiriti militanti e che avesse condotto per alcuni mesi una vera e propria campagna elettorale, sulla linea del fronte tracciata dall'appello di Sylos Labini, Bobbio e Galante Garrone, dal Raggio verde, da Daniele Luttazzi e dai vecchi dossier giudiziari raccolti da Travaglio. Quindi tutto tornava. Tornava l'intervista con cui il filosofo torinese correggeva l'equiparazione storica nazismo-comunismo, così ancora contestata nella cultura della sinistra italiana. Tornava l'allusione, punto di partenza del fascicolo, ai «ragazzi di Salò» e al «mantello assolutorio dell'adolescenza» che si è voluto vedere nel dibattito accesosi qualche mese fa dopo l'uscita del libro di ricordi del prof. Roberto Vivarelli. Tornava la pubblicazione di brani del discorso pronunciato da Carlo Azeglio Ciampi a Cefalonia, cioè l'appropriazione (un po' arbitraria) del timbro presidenziale per un'operazione politica. Tornavano anche le fotografie e le didascalie.
Nello stile di quella campagna elettorale in cui una parte si è autoproclamata come «i buoni», decretando che l'altra parte erano i «cattivi», tornavano perfino i tre quarti di una lunga analisi della parola «revisionismo» e di come è stata usata nella discussione politico-culturale. Tre quarti, perché poi, alla fine, si giungeva a parlare dell'«impazzimento dei nostri giorni», con un'ampia tavola esplicativa di questo «impazzimento». Con molti dettagli, di cui uno colpiva su tutti: le virgolette tra cui era chiusa la parola «revisionisti», quando veniva usata a proposito di storici e giornalisti italiani. Come se fosse un arbitrio. Un'ampia tavola, poi, con il riferimento a diverse testate, dal Corriere della Sera a Panorama, dal Foglio a liberal, alla Fondazione liberal e con molti nomi e cognomi da Paolo Mieli a Ernesto Galli della Loggia, a Pierluigi Battista, da Sergio Romano a Francesco Perfetti. Insomma una sorta di Indice. Con un obbiettivo dichiarato: quello di dire che «rivedere la storia non è un reato» e di aggiungere però subito - attenzione al linguaggio usato - che non lo si può fare «quando si va molto oltre e si perde ogni confine tra il vero e il falso, tra il bene e il male». È ovviamente inutile stare qui a spiegare cosa sarebbe il vero e cosa il falso, cosa sarebbe il bene e cosa il male. Ne parlo solo perché, visto all'indomani del risultato elettorale, questo numero di Diario appariva come una delle rappresentazioni più visibili del vuoto grazie al quale la sinistra e i suoi alleati hanno finito con il perdere il 13 maggio. In quel linguaggio l'intento analitico, se per caso ce ne fosse stata l'intenzione, era cancellato da una ridondante visione etica, quella che sul versante politico si è tradotta nella formula del «referendum morale». Nella polemica verso - questa la formula usata, con le virgolette - «i revisionisti italiani contemporanei» c'era essenzialmente una voglia di delegittimazione, anzi di mini delegittimazione perché quella piena era tutta riservata alla Casa delle libertà e a Berlusconi. Ma quello che colpiva di più, pagina dopo pagina, era lo spirito di insofferenza e di intolleranza, quasi la pretesa di avere l'esclusivo diritto di trattare il passato e di trattarlo non come un problema, per di più continuo, destinato a riaprirsi a dubbi e reinterpretazioni, ma più semplicemente come la difesa di un'ortodossia.
Leggendolo, mi ero chiesto perfino se a Diario ci potevano credere davvero. Diario con un editore furbo, Formenton, che pubblicava e ristampa Giorgio Pisanò e l'indignazione per quello che Pisanò scriveva. Diario con un direttore furbo, Deaglio, che ha smesso i panni del giornalista per fare il moralista, da quando ha capito che la sinistra non ha bisogno di giornalisti. Ma il dubbio mi è rimasto. Potevano sul serio aver preso la vigilia elettorale della vittoria annunciata del centrodestra come occasione per tracciare dei confini, ricordando i buoni e i cattivi di cinquant'anni fa. L'ennesima nuova Resistenza. Del resto, già nel 1994 la sinistra reagì alla vittoria elettorale del Polo, cercando di contrapporgli la sua immagine della Resistenza, con la manifestazione un po' autolesionista che si svolse sotto la pioggia di Milano. Ma non c'era solo questo in quel fascicolo. Avrebbe potuto essere un esorcismo o un rito voodoo. Oppure cento e rotte pagine di un riflesso condizionato, magari un po' anticipato, con la fuga nel sicuro rifugio tentativo di una qualche ortodossia. Ma quale ortodossia? Una piccola antologia di quel Libro di Storia forse ci può aiutare. Ci si chiede a un certo punto, liquidando decenni di discussione sull'universo concentrazionario e sull'utopia fallita: «Sono in grado le democrazie dei più grandi Paesi del mondo di risolvere quello che il comunismo non è riuscito a risolvere?». Si afferma poco dopo, non so con quale nesso: «Scuole private, cioè cattoliche. La Costituzione esclude per loro denaro pubblico, ma Lombardia e Veneto, con tanto di leggi, aggirano la norma. E la sinistra si adatta». Per poi aggiungere una marmellata: «La Resistenza, la Costituzione, la Shoah: il revisionismo diffuso in Italia lavora contro la loro storia e la loro unicità».
Mi fermo qui, non c'è bisogno di andare oltre. È l'ortodossia che ha preso forma, negli ultimi dieci anni, in territori sempre più diffusi della sinistra. È la visione di un passato immutabile da contrapporre ai problemi del presente. Un esempio? Il mito della Costituzione intoccabile. È l'idea che certi giudizi storici possono essere messi in discussione solo dagli amici. Un esempio? Claudio Pavone può parlare di guerra civile, Ernst Nolte no. Ma è anche un tentativo di sfuggire a tutti quei conti con la storia che riguardano il presente. Un esempio? La rimozione degli anni di piombo e quindi del peso che continua ad avere una cultura che non è nata da un ceppo democratico. Dove possa finire una sinistra che si mostra con i riccioli dei monaci, è un problema tutto sommato suo. È suo il problema di una semplificazione - da Diario in su - che ha quasi cancellato la complessità e le ambizioni di una cultura riformista, che in passato non è certo mancata e che si è incontrata spesso con gli altri riformismi. Fortunatamente la storia di questo Paese è stata ed è migliore di quanto non la raffigurino i nuovi custodi di un'ortodossia così strana. Strana perché una visione tanto immutabile della storia in questa Italia repubblicana non c'era mai stata. Che siano sbarcati clandestinamente dei tontons macoutes e che abbiano «unto» i laboratori della sinistra? Ricordate i tontons macoutes? Erano i pretoriani del dittatore haitano Duvalier e non andavano per il sottile quando, con i loro riti polizieschi e religiosi, difendevano la sacralità del regime.

Renzo Foa
 

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