archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Oggetti del desiderio ancora da immaginare

LIBERAL BIMESTRALE
di Marina Pinzuti Ansolini
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

Torna al sommario
minicop9_th  
Nell'anno del centenario della nascita (Parigi, 8 aprile 1901), molte sono state in Francia le mostre e le pubblicazioni dedicate a Jean Prouvé. Tra di esse, una biografia di taglio giornalistico di François Moulin (Le maître du métal), che ha il merito di chiarire le ragioni per le quali tante attenzioni vengono tributate a questo architetto identificato come un «ultimo eroe» dell'architettura contemporanea, vittima della coerenza delle sue concezioni e delle sue sperimentazioni. Artigiano del ferro, collaboratore dei principali architetti francesi del Novecento (Mallet-Stevens, Le Corbu-sier, Beaudin e Lods, Gar-nier), eterodosso imprenditore, difensore delle ragioni della sperimentazione nel campo dell'industrializzazione dell'edilizia contro l'ottusità della grande industria e la miopia degli imprenditori, docente di successo, avversato dalle corporazioni professionali, autore di opere che sono testimonianze di concezioni strutturali frutto di una logica stringente e di una conoscenza non comune delle caratteristiche dei materiali costruttivi, straordinario progettista di arredi e di grandi complessi, di padiglioni espositivi e di residenze, radicale innovatore nel campo della prefabbricazione edilizia, detentore di brevetti e inventore di soluzioni costruttive ineguagliate, la figura di Prouvé si presta a rinvigorire i miti alimentati dall'agiografia in cui si risolvono tanti studi dedicati ai principali architetti contemporanei. Ed è sintomatico notare come le pubblicazioni ricordate abbiano evitato di confrontarsi seriamente con la domanda di fondo che l'opera di Prouvé sembra rivolgere a quanti le si accostano: Prouvé fu davvero un architetto? E se lo fu, in che misura le sue doti di progettista prevalsero sulle sue straordinarie qualità di artigiano-inventore-imprenditore, capace di immaginare soluzioni costruttive solo attraverso la sperimentazione diretta in officina e di concepire gli artefatti unicamente come oggetti finiti, modelli al vero da manipolare direttamente per garantirne la funzionalità?
Il libro più utile per dare una risposta a queste domande è quello curato da Armelle Lavalou, Jean Prouvé par lui-même, che ospita una lunga intervista concessa da Prouvé poco prima della morte, nel 1983. Dopo essersi definito «un operaio», riferendosi non solo a quanto fatto in gioventù a Nancy, Prouvé vi ripercorre la sua vita e le principali esperienze compiute. Ciò facendo, dimostra come il suo lavoro sia irriducibile ai modi tradizionali in cui la professione dell'architetto viene praticata, e come la sua attività si sia realizzata seguendo pratiche incompatibili con una concezione astratta del fare progettuale, il che spiega le difficoltà incontrate dalla critica nel confrontarsi con la sua opera. Tra le analisi intelligenti e i ricordi ordinati nell'intervista ne segnaliamo uno. Nel 1971, Prouvé presiedette la giuria del concorso per il Centre Pompidou a Parigi. Alcuni ricorderanno quanto Renzo Piano, in seguito, ebbe modo di affermare: «Feci quel concorso perché sapevo che Prouvé presiedeva la giuria». Prouvè non era però un giudice accondiscendente, tanto è vero che, notando come «Piano e Rogers insistessero nell'usare pezzi fusi, mentre io avrei impiegato pezzi laminati e mi sarei servito della saldatura», ha voluto sottolineare lo scarto tra il senso della sua ricerca e le caratteristiche di una delle opere più celebrate del Novecento, di cui, tuttavia, ha reso possibile la realizzazione. Ma in questo modo, Prouvé ha voluto ricordare anche uno degli aspetti, concettualmente, strutturalmente e formalmente più caratteristici delle sue sperimentazioni, la cui mirabile coerenza è anche frutto dell'orgogliosa differenza che esibiscono rispetto a quelle compiute, nei medesimi anni, dai più celebri architetti. 
Armelle Lavalou, Jean Prouvé par lui-même, Éditions du Linteau, 139 pagine, 26 mila lire
 

web agency Done Communication