Scriveva Soffici in una lettera a Papini, amico-rivale, in intelligenza più che in carriera: «Bisogna che tu non mi prenda per un "metafisico", ma per qualcosa di differente, perché io amo la vita eccessivamente e fino a seppellirmi in essa per toccare Iddio». Una frase, anzi un motto, una divisa illuminante, anche nella sua complessa ambiguità, per capire quel personaggio effettivamente ambiguo e stratificato (pittore, critico, narratore atipico e autobiografico) che fu Ardengo Soffici, cui Vincenzo Trione dedica un'avvincente biografia intellettuale, un utile affondo nel suo esuberante laboratorio intellettuale, che passa da Puvis de Chavannes per aderire a Rimbaud (ch'egli fa per primo conoscere in Italia: dunque poesia insieme a pittura), che studia Bergson per contrastare Croce (e c'è molto dell'elan vital in questa sua enfasi panteista), che s'imbibisce di cubismo e orfismo per sposare però una curiosa forma di Richiamo all'Ordine, che poco ha a che fare con il Novecento di Margherita Sarfatti, di Oppo e Sironi, e ancor meno con il Razionalismo architettonico di Persico e Pagano.
«Ambiguo» dunque non per incertezza caratteriale, tutt'altro (era una sorta di tenero gerarca intellettuale), ma per esubero, per polifonia d'influenze e di speculazioni. Al punto che il testo di Trione, così ricco di citazioni e di interferenze culturali, dà una sorta di sgomento, perché ci si rende conto che tutto è già stato detto e pensato (e che ricchezza speculativa, ahimè, oggi completamente inaridita: leggere i nostri critici d'arte alla moda per rendersene conto). Significativo che in quella lettera a Papini, egli metta tra virgolette il termine metafisica: quella sua passione «eccessiva» della realtà, sta proprio a significare il bisogno di non astrarre ma di attraversare la vita, i sensi (la «giostra dei sensi» è un titolo del letterato Soffici), di penetrare le cose (non a caso il titolo azzeccato del libro è proprio: Dentro le cose). Così il teorico della pittura, scopre l'importanza di Cèzanne, con «la sua anima contemporanea ardente di poesia e di panteismo orgiastico», che pur rischiando di fallire clamorosamente, si rifiuta di arrestarsi al fenomenico, al mutevole, per cercare lo scheletro della realtà. «Cèzanne non vuole astrarre, ma realizzare». E così Soffici, che nell'anno emblematico 1900, per visitare l'Esposizione Universale a Parigi, pur nutrito a Segantini e Macchiaioli, decide di rompere con l'Italia per scoprire le novità dell'avanguardia francese e significativamente prima di Modigliani, di Viani, di Severini, scopre in Cèzanne una matrice italiana, impastata di Giotto, di Masaccio, di Jacopone da Todi, che lo rende quasi estraneo ai suoi connazionali. Ma molto vicino al suo bisogno di «penetrare fino alle più oscure profondità dell'anima degli uomini, dei Paesi e delle cose». È la radice emotiva, inconscia, quasi animistica, che attraversa il razionalismo morale e desanctisiano di Soffici, a caratterizzare questa sua inconsueta traversata delle avanguardie. E a distinguerlo dal futurismo marinettiano, che vuol distruggere il chiaro di luna, la sintassi e le forme convenzionali e che teorizza: «l'emozione è un carattere accessorio dell'opera d'arte, può esserci o non esserci». Soffici non è d'accordo. «La vita l'essere lo spirito» scrive ancora a Papini, emblematicamente senza nemmeno frapporre delle virgole, trattandosi d'un tutt'uno interiore «è il mio solo patrimonio e la mia sola ragione d'essere». Ragione ma anche sentimento: «Era indispensabile che un linguaggio occulto, una specie di cifrario, restasse per chi non vuole esprimere che la parte più sottile, vibrante di se stesso e comunicarla ad altri, che non domandano che questo».
Vincenzo Trione, Dentro le cose. Ardengo Soffici critico d'arte, Bollati Boringhieri, 408 pagine, 48 mila lire