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Cyberinammorati nel cyberspazio

LIBERAL BIMESTRALE
di Annamaria Guadagni
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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Un nuovo spettro si aggira per il mondo: l’eremita telematico. Non parla ma scrive brevi messaggi e sa districarsi in complicate foreste di simboli. Si copre con un nome di fantasia e usa linguaggi convenzionali, semplici e telegrafici. Esempio di dialogo scarnificato, che non necessita di traduzione: «Ciao»/ «M o f?»/«M»/«Da dove dgt?»/«Da pd». La comunicazione può anche essere ingentilita da omaggi floreali, animaletti e farfalle disegnati in Ascii. Sesso, età e aspetto fisico del soggetto non sono identificabili: nel senso che ognuno può scegliersi quelli che vuole. Insomma, ecco a voi il chatter, membro di una tribù simpaticamente ludica, multietnica, multiculturale, multirazziale e multilingue, che affolla la rete in cerca di contatti, scambi virtuali, amori e odii, amicizie, simpatie e antipatie… Tutto, naturalmente, virtuale. Il chatter vive e si esprime attraverso una protesi, il computer: e senza protesi scompare nel nulla. Al suo posto resta un individuo definito come quelli che incontriamo per la strada: belli o brutti, giovani o vecchi, maschi o femmine…
Allo studio della tribù dei chatter, Antonio Roversi, docente di Sociologia della comunicazione all’università di Bologna, ha dedicato il libro Chat line, dove la popolazione telematica appare divisa in due categorie di utenti: quelli ad alta alfabetizzazione informatica, più interessati alla potenzialità del mezzo che ai contenuti della comunicazione; e quelli più «primitivi», che invece occupano il cyberspazio per motivi sociali, per connettersi ad altri, conoscere persone, costruire relazioni. In Italia, la seconda categoria - quella «socialmente orientata» - è prevalente. Qui da noi gli internauti usano il computer come il telefono, i più sperano di incontrare prima o poi in carne e ossa gli esseri con cui scambiano per pomeriggi o notti intere frasi digitate sulla tastiera. Insomma, si tratta di una giocosa popolazione, poco virtuale e molto strumentale.
Ma che cosa succede quando si passa dalle chiacchiere in rete agli incontri reali? In fondo, una chat-line è una dark room incorporea, un luogo buio dove si può dividere una parte della propria intimità con uno sconosciuto (o con una sconosciuta) protetti dal computer. Questo studio arriva a una conclusione abbastanza ovvia: la «prova di realtà» non ha molto a che vedere con la potenza del medium. A volte, le fantasie e i desideri trovano una corrispondenza, a volte invece non la trovano affatto, e le relazioni si dissolvono come sempre succede nella vita. Insomma la stanza delle chiacchiere è solo un luogo delle opportunità, il computer le potenzia rompendo le barriere dello spazio e del tempo, ma non modifica la consistenza umana del cybernauta. La cyber-cotta può liberare energie emotive o espressività erotiche compresse, che trovano così una via d’ingresso nel reale, oppure svanire come è nata quando si materializza il partner. Sempre che non sia soltanto un surrogato solipsistico, che - come tale - non può far altro che vagare in rete come povero fantasma di un’impotenza relazionale autentica.
Meno prevedibile e ovvia è invece la caratterizzazione culturale diversificata del popolo di internet. La tesi di Roversi è che se internet è dovunque, non è detto che sia dovunque allo stesso modo. E, da questo punto di vista, qui da noi abita una tribù di chatter che non sa (o non ama) praticare, a differenza del mondo anglosassone, esistenze parallele totalmente immaginarie. Per fortuna.

Antonio Roversi, Chat line, Il Mulino/Con-temporanea, 184 pa-gine, 20 mila lire

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