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Le ferite (ancora aperte) del Risorgimento

LIBERAL BIMESTRALE
di Vittorio V. Alberti
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Il libro di Massimo Viglione è un saggio storiografico, ma ha carattere di pamphlet già dal titolo, che appare tra virgolette, seguito da un punto interrogativo. La lapidaria e celebre asserzione attribuita a Cavour parrebbe pacificare il conflitto tra l'istanza risorgimentale - attuata con lo Stato unitario italiano - e la Chiesa cattolica, ma in realtà la questione romana, come è stata definita dai fautori dell'unità nazionale, è perdurata per decenni e, a volte, se ne scorgono alcuni segni anche al giorno d'oggi. Ed è proprio da qui che occorre partire per comprendere il senso dell'opera di Viglione. Il secondo capitolo si apre con la famosa locuzione di Massimo D'Azeglio: «L'Italia è fatta, restano a fare gli italiani». Considerando questo concetto, Viglione intende «mettere in discussione determinati aspetti e specifici momenti del Risorgimento italiano che troppo facilmente erano stati codificati dalle correnti storiografiche dominanti», italiane s'intende.
L'autore, dunque, sollecita un vigoroso riesame di quel periodo cruciale della nostra storia rivisitandone passo passo i momenti più intensi, per focalizzare il tema dell'identità nazionale italiana sostenendo che il vero patriottismo può fondarsi solo sulla sua rigenerazione. Ebbene, «Libera Chiesa in libero Stato?».
Viglione afferma che il Risorgimento fu una «rivoluzione anticattolica», nel senso che per molti dei suoi artefici, l'unità nazionale era lo strumento per colpire «la millenaria identità nazionale degli italiani», quella cattolica, religiosa: dunque, un solco profondo ha diviso Stato e Chiesa, cittadino e cattolico, identità nazionale e identità italiana, Paese reale e Paese legale. Citando Rosario Romeo, l'autore scrive che «lo Stato nazionale che negli intenti dei suoi creatori doveva essere la chiave destinata ad aprire agli italiani le porte del mondo moderno, ha evidentemente fallito». In questo senso, il Risorgimento - vera rivoluzione italiana - confliggendo frontalmente con la Chiesa «ha ferito per sempre l'identità nazionale e diviso gli italiani», producendo l'attuale «ibrida commistione di pertinace attaccamento alle radici divelte (..) e di efficace sovversione spirituale e morale dell'identità nazionale».
Secondo Viglione, dunque, con la rivoluzione risorgimentale nasce lo Stato e non la nazione italiana dal momento che questa, già da secoli, era radicata nell'identità italiana vera: quella cattolica. E, ancora, la partecipazione popolare non riguardò il Risorgimento che fu un moto elitario, ragione in più per comprendere lo scollamento delle masse popolari dal moto unitario. E, in questo senso, Viglione scrive che i veri patrioti, prima dell'unificazione nazionale, «erano coloro che combattevano per le proprie patrie (..) amate dalle popolazioni (insorgenti e "briganti") e non i giacobini, che si definivano patrioti in quanto desiderosi di una nuova patria». E così, nel Novecento, «tanto i fascisti quanto i partigiani erano "patrioti" (..) gli uni per salvare l'onore della patria e gli altri (..) per ridare la libertà alla patria». Anche questo fu, secondo Viglione, un effetto del Risorgimento come mancato riflesso della vera identità nazionale.
Questo libro assai denso, certamente esprime un pensiero forte sulla storia e sulla coscienza degli italiani e, per questo, è utile principalmente per affermare il concetto della scientificità, della criticità del sapere storiografico, senza la quale esistono solo concezioni apodittiche o strumentali.

Massimo Viglione, Libera Chiesa in libero Stato? Il Risorgimento e i cattolici: uno scontro epocale, Città Nuova, 266 pagine, 18,00 euro
Quagliariello, Rubbettino Editore, 574 pagine, 30,00 euro
 

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