Forse quella notte di dicembre c'era anche Robert Quine, al Café Bizarre di New York. Quella notte del 1965, tra profili intellettuali e corpi abbottonati in giubbotti di pelle nera, Andy Warhol decise di mettere le mani su quel pocker di musicisti che si faceva chiamare Velvet Underground. Lou Reed, John Cale, Sterling Mor-rison e Maureen Tucker si misero a suonare Heroin, un ago conficcato nelle vene della Grande Mela. Warhol si arrese all'evidenza: la Pop Art e l'underground cinematografico che più amava non potevano prescindere da quel gruppo. Nel 1967 anche Robert Quine mise le mani sul primo disco dei Velvet Underground: stampata sulla copertina bianca c'era una banana che si poteva sbucciare, «warholiana» sino alla fallica polpa rosa. E mai nessuna band aveva osato tanto: spezzare l'ordine precostituito del rock, anteporre la sublime e atroce poetica dei bassifondi newyorkesi al profumo dolciastro e visionario del Flower Power californiano. Dopo il secondo album (White Light White Heat, 1967) e il terzo (The Velvet Underground, 1969) Robert Quine cominciò a seguirli come un fan determinato a non mollare la preda.
Il gruppo, sostituito John Cale con Doug Yule e sempre più schiavo consenziente di Lou Reed, prese a girare la California: autunno e inverno '69, show ritagliati in due piccoli club, Family Dog e Matrix di San Francisco, e nella palestra della Washington Univer-sity di St. Louis. Per Quine non fu un problema ap-procciarli. Sera dopo sera li incontrava nella «dressing room» e Lou, immancabilmente, lo invitava a im-bracciare la chitarra e a suonare qualcosa. Ogni sera Quine era là, infilato nel buio della platea, con un registratore a cassette appoggiato sulle ginocchia e un piccolo microfono orientato verso il palco. Registrò ogni istante di quei concerti, preoccupandosi poi di riversare su bobina le performance a suo giudizio migliori. Catturò su nastro White Light White Heat, quando Lou Reed e Sterling Morrison si disputarono l'assolo di chitarra elettrica; incise I'm Waiting For The Man mentre Lou modificava radicalmente il testo della canzone. E poi Heroin, Some Kinda Love, What Goes On, Femme Fatale, Venus In Furs, Black Angel's Death Song e altre gemme di dannazione metropolitana. Sister Ray, la suite sperimentale popolata da travestiti e overdose d'eroina, venne replicata in tre versioni di 24, 38 e 28 minuti: Quine catalogò anche quelle. Ora, con il placet di Lou Reed, le registrazioni escono finalmente allo scoperto: tre cd per quattro ore di musica intitolate The Velvet Underground Bootleg Series: Volume One - The Quine Tapes.
E Robert Quine, dopo quelle nottate californiane trascorse a contemplare la band dei suoi sogni, si è messo seriamente a suonare la chitarra: nei tardi anni Settanta consacrati al punk ha fondato con Richard Hell i Voi-doids e poi Lou Reed, neanche a farlo apposta, lo ha voluto accanto a sé in uno spicchio della sua carriera solista, dal 1981 all'83, da The Blue Mask a Live In Italy, promuovendolo sessionman fra i più corteggiati dall'intellighenzia rock di Brian Eno, John Zorn, Lloyd Cole, Tom Waits e Marianne Faithfull. Eppure, messa da parte ogni megalomania d'artista, ora che le sue tapes sono di dominio pubblico, Quine avverte l'irresistibile richiamo della nostalgia: «Riascoltando quei nastri - ha dichiarato - mi sento lo stesso fan di allora». Un appassionato un po' testardo che nel 1969 ebbe la fortuna di pedinare i Velvet Underground e di assaporare l'avventura più caustica e coraggiosa del rock.
The Velvet Under-ground Bootleg Series: Volume One, The Quine Tapes, Polydor, 63 mila lire c.a. ^ top