Fedeli al oltranza è lo splendido libro - scritto nel '98 ma edito in Italia nel settembre scorso - con il quale la casa editrice Adelphi ha anticipato, felicemente, l'assegnazione del premio Nobel per la letteratura al suo autore, l'anglo-indiano nato a Trinidad V.S. Naipaul. Un'assegnazione che, se ha un difetto, è quello di esser forse troppo indiscutibile (l'Accademia di Svezia ci aveva abituato ormai a sentenze anche al limite dello sconcerto) in un'epoca in cui la discutibilità e la discussione stanno diventando virtù rare. Ma Fedeli a oltranza è in realtà un grande libro polemico. Si tratta del reportage di viaggio di Naipaul sulle tracce di un viaggio compiuto oltre vent'anni prima (da cui nacque un altro grande libro, Tra i veri credenti) nei Paesi non arabi che hanno conosciuto, in questi ultimi lustri, la maggior espansione della religione e della cultura islamiche, ossia l'Iran, il Pakistan, la Malesia e l'Indonesia. Manca solo il Sudan.
Nonostante abbia sempre dichiarato apertamente la propria ideologia anglofila (con accenti direi kiplinghiani) e filoccidentale nonché la propria avversione per l'Islam - cui aggiunge, democraticamente, quella per il proprio stesso Paese d'origine, l'India - Naipaul si affida qui alla sola forza del racconto. Il grande scrittore ci fa conoscere volti e destini nei quali il fascino utopistico e la violenza, la duttilità apparente (con il comunismo nell'Iran post-rivoluzionario, con il capitalismo in Malesia) e la rigidità profonda della religione islamica si possono toccare con mano.
«Gli agenti segreti - leggiamo - partirono dalla casa di Imaduddin a mezzanotte e mezzo circa, tre quarti d'ora dopo aver suonato. Nel taxi Imaduddin stava sul sedile posteriore in mezzo a due di loro, il terzo uomo sedeva davanti. Arrivarono alla centrale dei servizi segreti di Giacarta alle quattro e mezzo del mattino. Ima-duddin, con la serenità dei credenti, aveva dormito per parte del tragitto». Questo sonno si trasforma, una volta letto il libro per intero, in una sorta di sonno ipnotico nel quale le qualità personali dell'uomo lasciano il posto a un'indifferenziata obbedienza, come se tra l'individuo e il suo destino ci fossero soltanto gli impulsi di una sorta di telecomando spirituale. Per l'Islam Dio è totalmente-altro, e quindi misterioso, incomprensibile. Ma è anche luce, pura evidenza matematica. La fede è dunque cieca, anonima e insieme perfettamente razionale: come un'equazione algebrica. Nell'abbando-narsi a Dio Imaduddin non è più soltanto Imaduddin: è qualsiasi uomo, è tutti gli uomini insieme. La via tracciata da Dio non passa dentro di noi. Quante volte Borges, in certi suoi racconti d'ambiente arabo, ci aveva detto queste cose! Oggi il tono estetizzante dello scrittore argentino rivela d'un tratto la violenta realtà dei suoi contenuti. Il cronista Naipaul conferma le tesi dello scrittore fantastico.
Leggete questo libro, che come nessun altro vi farà comprendere, attraverso pagine di grande bellezza, la natura del mondo che - fino a poco tempo fa liquidato con termini offensivi quali «Terzo mondo», «Paesi sottosviluppati», «Paesi poveri» o, peggio, «Paesi in via di sviluppo» - si erge ora davanti a noi in tutta la sua diversità culturale. Se la politica può glissare sulla superiorità dell'Oc-cidente rispetto alle altre civiltà, la cultura non può non tener conto che la guerra contro il terrorismo (e non contro l'Islam) rivela comunque, piaccia o no, uno scontro di civiltà destinato a protrarsi ben oltre i destini militari della guerra in corso.
V.S. Naipaul, Fedeli a oltranza, Adelphi, 530 pagine, 60 mila lire ^ top