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Il profeta anti-Keynes

LIBERAL BIMESTRALE
di Gerhard Schwarz

AnnoII n. 1 - Febbraio/Marzo 2001

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Il professor Wilhelm Roepke (1899-1966) fu un uomo con una personalità maiuscola e che ebbe grande influenza nel mondo delle idee. Fu un grande ammiratore della Svizzera e delle sue istituzioni sociali e politiche, anche perché lì trovò una casa e vi spese la maggior parte della sua vita, dopo le persecuzioni naziste. Da giornalista, sono molto affezionato alla passione di Roepke per la divulgazione: egli scrisse probabilmente più articoli e commenti per il mio giornale, la Neue Zurcher Zeitung, di quanti saggi avesse mai composto. Lo fece anche perché, malgrado avesse iniziato la sua carriera come economista, divenne sempre più un pensatore filosofico-politico che un puro economista teoretico. De mortuis nihil nisi bene si dice, ma credo che per Roepke più che il detto valga la sua vita e la sua opera. A ventiquattro anni egli divenne il più giovane professore della Germania dei suoi tempi, a trentaquattro fu il primo a scegliere l'esilio anziché scendere a patti coi nazisti. Secondo Ludwig Erhard, che di Roepke fu allievo ed è ricordato come l'artefice del miracolo economico tedesco, all'epoca leggere copie «contrabbandate» dei libri di Roepke - La crisi sociale dei nostri tempi (1942), Civitas Humana (1944) e L'ordine internazionale (1945) - «era come bere acqua fresca nel deserto». E, come dice Hans-Peter Schwartz, un famoso scienziato della politica, Roepke andrebbe considerato il «padre ideologico» della Germania del secondo dopoguerra, ma anche una personalità che influenzò decisamente l'orientamento della politica estera tedesca, fino all'inserimento della Germania nel mondo occidentale e alla sua divisione in est e ovest.

C'è molto di ancora valido e importante nell'opera di Roepke, che consta di tredici libri e qualcosa come ottocento fra saggi e articoli brevi. L'elemento forse più significativo è il suo lavoro sulle basi morali della società libera. Roepke non è mai stato un «tecnocrate» mercantilista, e se la libertà per lui ha sempre voluto dire molto, non ha mai mancato di sottolineare la vitale importanza di valori «tradizionali» quali la verità, la dignità, l'amicizia, la grazia, l'amore, la giustizia e la responsabilità. «Il comunismo prospera più per colpa delle anime vuote che degli stomachi vuoti», scrisse, rammaricandosi della decadenza del patrimonio spirituale della società occidentale. Nonostante egli difendesse la moralità intrinseca del mercato, allo stesso tempo sua era la posizione secondo la quale i mercati, la competizione e il gioco della domanda e dell'offerta non producono per noi tutte quelle risorse «morali» di cui abbiamo bisogno. Nella sua visione, noi dobbiamo arrivarci grazie a qualche cosa che è «oltre l'offerta e la domanda», come s'intitola uno dei suoi saggi. Roepke insomma era convinto che il mercato dovesse essere controllato e «moderato» - ma, attenzione, non dallo Stato, bensì dall'etica di quanti volontariamente contribuiscono al buon funzionamento del mercato stesso.

Credeva anche che una società libera non potesse realizzarsi senza la presenza di una classe nobilitatis naturalis, un'«aristocrazia naturale delle virtù e dei talenti» per dirla con John Adams, che si sentisse responsabile dei valori «intoccabili» e vivesse praticandoli. Fortemente connessa con questa sua difesa delle basi morali della società libera era la sua battaglia contro l'utilitarismo, il materialismo, la «standardizzazione» (così la chiamava) della vita, e quello che chiamava «economicismo». Sembrerebbe la stessa critica che a noi liberali viene spesso mossa da parte della sinistra, che ci rimprovera di pensare soltanto in termini strettamente economici. Però Roepke non amerebbe questo paragone, si pone sulla barricata opposta rispetto a chi odia il mondo degli affari e si rifiuta di comprendere i meccanismi dell'economia. Tuttavia, egli si batté vigorosamente contro una visione del mondo basata soltanto su criteri di efficienza. A tal proposito, molto famosa è la sua battuta secondo cui il fatto che un gran numero di persone, nei fine settimana, si dedichi al giardinaggio nei propri orti in quartieri suburbani, potrà essere un modo totalmente inefficiente di produrre ortaggi, ma è un modo altamente efficiente di produrre felicità.

Roepke ebbe sempre cura di sottolineare che ogni tanto, per un aumento di efficienza, potremmo essere costretti a pagare un prezzo difficilmente monetizzabile, eppure enorme. I giganti industriali, per esempio, potrebbero portare un miglioramento in termini di efficienza ma, dal punto di vista di Roepke, conducono verso una peggiore perdita per quel che riguarda libertà, diversità e giustizia. Proprio per questo Roepke si opponeva a qualsiasi forma di centralizzazione politica o, su un altro versante, di pianificazione agricola. Ebbe l'indubbio merito di sottolineare, prima che andasse di moda, che «small is beautiful», piccolo è bello. Una terza grande qualità di Roepke, che lo pone fra i giganti del pensiero contemporaneo, è il fatto che egli sia sempre stato un feroce critico dell'integrazione europea. Egli criticò pubblicamente lo stesso «mercato comune» per la sua intrinseca tendenza alla centralizzazione politica, ed ebbe anche una qualche influenza sulla politica tedesca, finché fu in vita, con queste sue affermazioni. La forma di decentramento di cui si fece paladino non era per lui soltanto un sinonimo di libertà ma «l'essenza dell'autentico spirito europeo». Leggere ciò che Roepke scrisse sull'Europa nel 1958 è come leggere quanto oggi scrivono Roland Vaubel o Ralph Harris (entrambi, famosi euro-scettici di orientamento liberale, ndr) - dato che egli rigettava i metodi dell'integrazione economica europea non soltanto perché centralisti e illiberali, ma anche in quanto sostanzialmente anti-europei.

Inoltre, egli si premurò sempre di chiarire che la sua proposta di un'Europa basata sul libero scambio anziché sull'integrazione forzata, non era una battaglia di retroguardia né affondava le sue radici in qualche forma di nazionalismo, ma rifletteva un senso profondo della difesa degli individui e della famiglia da un Stato sovrannazionale troppo potente e pervasivo. «Pochi hanno lo sguardo lungo abbastanza da vedere la verità dietro le sembianze di un grande ideale» scriveva, «e pochissimi hanno il coraggio di raccontarla - e tutti questi debbono temere l'immediata emarginazione da parte dei benpensanti». Altrettanto significativa e ancor oggi importante è la lotta che Roepke ingaggiò contro il Welfare State. Che lui giustamente vedeva come un prodotto del pensiero collettivista. Egli temeva l'innalzarsi dell'inflazione, il periodico crescere delle spese della sicurezza sociale, la distruzione della classe media, la perdita d'indipendenza dei popoli come risultato delle tasse alte e, da ultimo, lo smarrimento «di quell'ancora di salvezza che è la proprietà privata». Ma la sua critica allo stesso tempo andava dritta alle fondamenta dello Stato sociale, era più filosofica. Roepke era (giustamente) convinto che le politiche sociali dei nostri tempi finiscono per distruggere quelle comunità naturali che da sempre sono i pilastri di un'autentica «sicurezza sociale», cioè le famiglie. Questo finisce per spostare il giusto bilanciamento fra Stato e privato, e causa, notava Roepke, la perdita di fiducia nella giustizia, nel «rule of law», in una forma di tassazione minima ed equa. Lo Stato è in questo senso, con la sua spropositata tendenza a crescere, il peggior nemico di se stesso, scriveva Roepke, come un vecchio moralista che riteneva che le istituzioni tutte dovessero avere una base etica.

Wilhelm Roepke viene spesso giudicato un reazionario, almeno questo mi dicono i miei studenti quando do loro da leggere i suoi libri. Alcuni suoi lavori sono un po' datati. Tuttavia, non mi stanco di essere un suo grande ammiratore, per quattro ragioni. La prima è la ricerca di alcuni valori. Roepke pone una domanda fondamentale: ci sono dei meccanismi di autodistruzione all'interno della società libera? Se sì, come possiamo fare per fermarli? Si tratta, si direbbe, della massima secondo cui non bisogna «tollerare gli intolleranti». In secondo luogo, come ha notato Ed Feulner (saggista, presidente della Heritage Foundation di Washington, ndr), la forza di Roepke è la sua abilità di trascendere le limitazioni del suo campo di studio e riconoscere che calcoli ed equazioni non possono dare la somma di tutte le cose. Ogni tanto il nostro messaggio liberale pare anemico, senza sangue. La concezione antropologica roepkiana, con la sua percezione dell'uomo come un tutto, un essere spirituale e morale che vive per qualcosa di più del solo pane, lo aiutò a raggiungere e a influenzare le masse. Toccava non solo il cervello, ma anche il cuore dei suoi lettori. E questa per noi dev'essere una sfida. Roepke combatteva per la libertà in ogni settore, non solo nell'agone intellettuale ma anche in quello politico e sui media. Cercò di influenzare l'opinione pubblica e vi riuscì.

Credo nella divisione del lavoro, ma questo non significa che gli intellettuali liberali debbano rinchiudersi nella torre d'avorio. Lo dimostra bene anche la vita e l'esperienza di Milton Friedman: combattere per la libertà è un'esperienza a tutto campo che va oltre gli angusti confini dell'accademia. E poi c'è il coraggio di Roepke, che è la sua più genuina caratteristica, ancor più che i suoi sprazzi di genio come economista (per esempio nella critica a Keynes). Questo è lo stesso coraggio di cui i liberali hanno bisogno per difendere la loro causa. Forse oggi ne serve di meno che sotto i regimi totalitari, ma il «politicamente corretto» e il conformismo della stampa rendono difficile la difesa dei propri ideali. Forse è questo il messaggio più importante che ci ha lasciato Roepke: bisogna avere coraggio, ce n'è sempre bisogno, soprattutto se si è veramente liberali.

Gerhard Schwarz

 

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