Il libro s'intitola, puntando su un suggestivo preludio di paesaggi brumosi e brevi pomeriggi inghiottiti da fiumi di foschia, Paesi d'ottobre. Raccoglie diciannove racconti da godere - questo è con ogni probabilità il verbo più adatto - nelle buie e tranquille sere d'inverno. Il gusto dell'affabulazione, manovrato con somma e perfino temeraria abilità da Ray Bradbury, riesce infatti ad amalgamare in un elaborato, a momenti ghiottissimo impasto l'orrido e il grottesco. Con gusto e misura da scaltro enterteiner, questo americano dell'Illinois sa sfruttare invenzioni preziosamente cerebrali, brividi adolescenti, fole neogotiche, diafani fantasmi di poca consistenza anche letteraria e trovate più rudi, effetti anche troppo plateali in cui senti il fiuto, l'esperienza dell'ex sceneggiatore hollywoodiano.
Ci si consenta l'offerta d'un assaggio, per entrare nel clima. Scrive Bradbury alla prima riga del più bel racconto di questa sua raccolta: «Non sarebbe stata in grado di dire quando le fosse nata, di preciso, l'idea che qualcuno la stava assassinando. Da un mese aveva avuto labili segni, piccoli sospetti. Si trattava di cose dentro di lei, maree profonde... ». Credi di riconoscere Poe, ti dici «ecco Hawthorne», senti una qualche affinità col più modesto e usurato Bierce. Due paragrafi più avanti Bradbury è riuscito tuttavia a farti d-imenticare la tradizione, rivendicando una suprema autonomia libera anche delle suggestioni del pastiche. Il componimento, cui facciamo riferimento, si intitola con didattica ferocia Il piccolo assassino e sceneggia in uno scatenato crescendo di sorrisetti, inspiegabili fruscii, atmosfere da incubo, incubi reificati e profumi di neurcerie, il matricidio e il parricidio di un infante diabolico. Un essere minuscolo, all'apparenza niente di più d'un poppante dagli occhi però «azzurri, profondi, acuti» fino all'innaturalità. Qualco-sa nella natura di questo essere, che sembra ambiguamente partecipare ora dell'innocenza del neonato e ora d'una malvagità degna delle più perverse creature infernali, riconduce alla casta dei bambini indemoniati o dei demoni bambini immortalata da Henry James nelle pagine del suo Giro di vite.
Alice Leiber, nel racconto del Bradbury, è una moglie affettuosa che un parto difficile, tale da potergli costare la vita, ha reso madre perplessa, fondamentalmente indifesa nei confronti della sua creatura. E che creatura! Da mettere la tremarella allorquando osserva i suoi genitori come un maestro di tortura po-trebbe studiare le sue vittime. Il medico, chiamato a esprimere il giudizio della scienza, prova a gettar acqua sul fuoco. Invece... Non voglio guastare, sacrificandolo in poche righe di riassunto, il finale mozzafiato del racconto, il suo dissacratorio e terribile epilogo.
Il piccolo assassino non è il solo pezzo forte della raccolta. Tutt'altro! Di gran qualità, perché capaci di coniugare un'invenzione classica nella sua semplicità con i virtuosismi d'una scaltrissima cucina letteraria, possono dirsi anche Scheletro e Il vento. Qui Bradbury, con un'arte che anticipa Stephen King come uno zio anticipa il nipote, racconta l'ultima notte di uno sventurato ex viaggiatore che viene letteralmente mangiato dal vento. Un vento che il lettore, per proprio conto, può azzardarsi a immaginare quale vendicatore d'una natura troppe volte violentata dall'uomo. Non si finirebbe più di citare, evocando le storie raccolte da Bradbury in questo suo affascinante e funereo Paese d'ottobre. Paese abitato «da gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia... ».
Ray Bradbury, Paese d'ottobre, Mondadori, 306 pagine, 14 mila lire ^ top