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Quella grande ferita su Marte che assomiglia all’occhio di Horus

LIBERAL BIMESTRALE
di Emilio Spredicato
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Il pianeta Marte presenta alcune caratteristiche uniche nel sistema solare: una faccia è quasi interamente rialzata di una decina di chilometri sul livello medio, come per effetto di un gigantesco urto sulla faccia opposta; si hanno le più alte montagne, di natura vulcanica, fra cui il Mons Olimpus, che raggiunge la ventina di chilometri di altezza (per ogni pianeta si ha un’altezza massima, che dipende dalla natura delle rocce esistenti e dalla massa del pianeta; sulla Terra il monte Gorishanta, ribattezzato Everest, è prossimo all’altezza massima; più massiccio è un pianeta, minore è l’altezza massima raggiungibile), e infine si ha la strana struttura nota come Valles Marineris. Il Valles Marineris è una specie di canyon situato lungo l’equatore di Marte e lungo circa 5000 km, quasi un quarto della circonferenza del pianeta. Per la maggior parte ha una profondità variabile fra 2 e 8 km e una larghezza fra 50 e 100 km, fondo piatto, accompagnato da alcuni canyon secondari che lo diramano, dandogli una forma peculiare che almeno un autore (Ackerman) ha visto simile a quella del geroglifico egiziano relativo all’occhio di Horus. La spiegazione standard dell’origine di questa struttura è che sia prodotta da processi tettonici, ovvero rottura della crosta a seguito di qualche gigantesco terremoto. Si esclude quindi che sia originata da colossali e improvvise alluvioni, che spiegano con la loro speciale morfologia altri canyon marziani, scoperti dalle recenti missioni verso Marte, con la conseguente, clamorosa riapertura del problema della presenza - nel passato remoto (ma forse non tanto remoto, come altri argomenti suggerirebbero) - di acqua su Marte in quantità cospicue. Ci sono alcune obiezioni tecniche all’ipotesi tettonica, che hanno portato a due proposte nuove relative alla genesi di questa grande ferita sulla superficie di Marte. La prima viene dall’astronomo Van Flandern ed è l’estensione a un evento di grande scala di osservazioni fatte su asteroidi, dove alcune rigature superficiali sono state spiegate con l’impatto tangenziale di uno dei piccoli satelliti che ora sappiamo essere associati anche agli asteroidi. Tali satellitini muovono su un’orbita spiraliforme avvicinandosi sempre più al corpo centrale, che finiscono per toccare, arrestandosi dopo una serie di rimbalzi e dopo avere lasciato una rigatura sulla superficie dello stesso. Foto hanno mostrato i satellitini spezzati in vari frammenti dall’impatto che avviene in un contesto energetico a basso livello. L’ipotesi di Van Flandern è che Marte, che ora possiede due piccoli satelliti, Deimos e Phobos, di una decina di chilometri di dimensione, ne avesse in passato almeno un altro, che sarebbe caduto sul pianeta con impatto tangenziale, scavando il Valles Marineris.
La seconda ipotesi, molto più radicale, è del fisico Ackerman che afferma che Marte, caratterizzato dalla virtuale assenza di un campo magnetico e da una densità più bassa dell’atteso, possa avere perso il proprio nucleo a causa di una serie di eventi che descrive in modo convincente ma che qui sarebbe troppo lungo riportare (vedi articolo di Ackerman a pagina 108, ndr). Esso sarebbe passato attraverso la fenditura che ora è il Valles Marineris. Nel sistema solare esiste un pianeta con alta densità e campo magnetico, considerato dagli astronomi un nucleo di un pianeta, il cui mantello è stato perduto in tempi antichissimi. Si tratta di Mercurio, che Ackerman vede come il nucleo originario di Marte.
 

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