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Basta con la guerra civile!

LIBERAL BIMESTRALE
di Biagio de Giovanni

Anno II n. 1 - Febbraio/Marzo 2001

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Colpisce lo stato d'animo che sembra prevalere fra gli italiani, alla vigilia di un importante confronto elettorale: indifferente una parte assai larga della pubblica opinione, e lontana da una significativa partecipazione alla vita politica; il confronto è come staccato dalla vita reale, e si svolge - «in alto», per così dire - fra gruppi e partiti politici che si confrontano con un linguaggio spesso incapace di incontrare la sensibilità comune, ma che contribuisce piuttosto al suo appartarsi dalla vita politica, tratto dominante del momento. Naturalmente si può subito aggiungere che l'indifferenza non è un fatto solo italiano. Dappertutto, nel mondo, la politica non è più il carattere dominante della vita comune; dappertutto, qualcosa di serio ha intaccato il rapporto di fiducia fra governanti e governati e ha immesso fra loro distanze, o vere e proprie lontananze; ma qui da noi c'è di più, non solo indifferenza ma qualcosa che somiglia al rifiuto e talvolta al disprezzo. Non sto ai semplici sondaggi, che pur indicano stati d'animo, ma al diffondersi clamoroso di un senso comune che si respira nella vita quotidiana e colpisce per la sua straordinaria estensione. È una fenomenologia destinata semplicemente a diventare oggetto di una «sociologia dell'impolitico»? O in quel rigetto c'è qualcosa di più profondamente storico e politico che va messo in luce? che può essere importante comprendere nelle sue forme storicamente determinate?

Su una seria anomalia italiana bisogna allora mettere accento e attenzione, su una via di analisi che può condurre a qualche chiarimento: il confronto tra le forze politiche italiane è inquinato dalla mancanza di riconoscimento reciproco, condizione decisiva di una democrazia normale. Qui non voglio certo fare un discorso salottiero, immaginando una politica fatta di minuetti e scodinzolamenti, che, fra l'altro, sono spesso proprio la controfaccia di quel rifiuto di principio. Voglio anzi aggiungere qualcosa di più netto: il conflitto è il sale della politica, senza conflitto non si dà politica, e soprattutto passione politica. Sono sempre dell'idea che avesse ragione Machiavelli quando trovava nel conflitto fra patrizi e plebei la vera ragione della grandezza della repubblica romana. Se non ci fossero differenze, perché la lotta? e se differenze non si danno, perché un confronto appassionato? Ma la condizione del «vero» conflitto in una democrazia moderna è appunto il reciproco riconoscimento, e voglio dire anzitutto il riconoscimento della legittimità della reciproca esistenza. Senza questo, ciascuno è demonio per l'altro, come tutte le cose che appaiono nella forma del male, del diabolico, dell'assolutamente negativo. Ma il male, il diabolico non sono condizione della politica, quanto del suo rifiuto nell'oceano che confonde la politica con lo scontro «assoluto», per la vita e per la morte. Lo Stato moderno nacque per rispondere alle guerre civili di religione, che confondevano l'assoluto e la politica, e che avevano condotto la storia d'Europa in un terribile vicolo cieco; si parva licet.... avverto che la nostra sensibilità deve tornare a riflettere sulle condizioni elementari della vita politica, sul suo precisarsi in scontro fra idee e programmi, sul suo deciso allontanamento da una «guerra civile» tutta italiana, che non si verifica in nessun altro luogo del mondo occidentale. Altrimenti, quel distacco avvertito diventerà radicale, senza ritorno, e il vuoto supererà ogni limite di guardia per creare un abisso fra la politica e la vita.

Qualcosa c'è naturalmente, nella storia italiana, che conduce in direzione della «guerra civile». La storia della prima repubblica comprendeva anche questo elemento, ma - si direbbe - in maniera subordinata. Non era il suo tratto dominante, nonostante fosse, in qualche modo, interno a grandi processi storici obiettivi. La divisione del mondo in due mondi, in due ipotesi sul divenire e il destino della storia, nobilitavano il senso dei grandi scontri, davano loro un senso obiettivo che nasceva dagli stessi processi profondi della politica. Eppure, la repubblica visse una sua vita «costituente», trovò una intesa sulle condizioni essenziali della vita pubblica, e l'Italia affrontò la propria modernizzazione con un saggio equilibrio fra conflitto (duro, aspro, talvolta oltre i limiti della convivenza politica) e riconoscimento, fino a realizzare un tessuto costituzionale costante che ha fatto, brunianamente, da «punto dell'unione». Come mai oggi neanche questo è diventato oggetto possibile di un confronto? E perfino quelle modifiche costituzionali che tutti dichiarano di volere (federalismo e dintorni) non si sono realizzate con una politica consensuale? Che cosa c'è di così profondo che divide le forze politiche, da impedire ciò che si è realizzato ai tempi dei «conflitti di civiltà»? Da far dire a ciascuno, anche a petto di questioni «costiutenti»: farò da solo, quando avrò la maggioranza per farlo? La domanda è inquietante per chi abbia a cuore un destino moderno per l'Italia, per chi pensi che il suo «stare in Europa» non si esaurisce nel raggiungimento di parametri economici ma riguarda lo sviluppo della vita civile e le condizioni dello spirito pubblico. Il distacco e il disprezzo dell'opinione pubblica sono certamente legati anche a questo dato. La separazione fra «alto» e «basso», fra politica e società germina anche da questo dato, che dà l'impressione di gruppi politici rissosi, rinchiusi in un gergo di riferimento spesso incomprensibile, staccato certamente dai problemi che occupano quotidianamente la sensibilità degli italiani, e la cui analisi permette la formazione di schieramenti politici ragionevoli e partecipati. C'è invece chi immagina che lo schieramento debba avvenire sui grandi anatemi, sulle assolute alternative di campo, e tuttavia se «verità» e «politica» coincidono in modo così radicale (ma quale verità? e quale politica?), allora la politica diventa «guerra civile», però fra pochi, fra addetti ai lavori che non sono i professionisti della politica - arte nobile, se guardata nei suoi significati profondi - ma i gruppi di potere che sanno di poterlo conservare, questo loro «potere», solo nella completa separazione dalla società. E perfino i problemi concreti e le idee che di tanto in tanto fanno capolino nel quadro indicato, stanno nell'orizzonte di una chiacchiera politica che oscilla fra assoluti anatemi e bassa «cucina» giornaliera dove sapori e profumi diventano artificiali, costruiti lontano dai genuini prodotti dell'orto... Perché mai ci si dovrebbe appassionare a una simile politica? Come sorprendersi del distacco degli italiani? Perché non dovrebbe crescere verticalmente l'astensionismo?

I tempi e le occasioni - pure questo fa parte della lezione di Machiavelli - sono pane quotidiano della vita politica. Si potrebbe immaginare che tempi e occasioni (il prossimo voto, la prossima campagna elettorale) imprimano un mutamento a questo stato di cose, e spingano velocemente il confronto in altre direzioni. Vorrei parlare anzitutto in termini di auspicio: senza che questo mutamento si verifichi, il risultato elettorale - qualunque esso sia - non condurrà in nessun posto, non risolverà né questioni di stabilità né problemi costituenti né altro; lo spirito pubblico nel nostro Paese continuerà un suo percorso discendente che, oltre un certo punto, mette a rischio le forme sane e normali di una democrazia possibile. Attenzione! In gioco è questo, non il bene e il male legati alle identità dei differenti schieramenti. In gioco è la legittimazione della politica, e dunque il bene più prezioso per una società che deve affrontare problemi di straordinaria complessità legati alla trasformazione del mondo e dunque alla qualità di classi dirigenti e di progetti politici degni di questo nome. Se la vittoria elettorale di uno schieramento piuttosto che di un altro fosse destinato a mettere in crisi la democrazia, se lo scontro è «ultimo» scontro, allora a una partecipazione fanatica e minoritaria a esso corrisponderebbe l'assenza maggioritaria di chi sa che tutto questo nasconde altro, una lotta per un potere privo di un senso e di una idea, che conduce, quello sì, in un deserto privo di significato.

Ma non di soli auspici si tratta. Proviamo a entrare sul terreno dei fatti e a svolgere intorno a essi qualche riflessione. Questo stato della politica potrebbe far immaginare che il conflitto si debba inventarlo, perché non c'è più nelle cose, nei processi obiettivi della realtà, e che perciò esso vada tradotto in immagini e in pura retorica della comunicazione, con uno slittamento profondo del suo senso. Dai programmi e dalle idee, al bene e al male... o in forma di berlusconismo demonizzato o di comunismo ritornante. Se nella realtà non c'è più conflitto, e dunque c'è omologazione tra le forze che si contendono il governo, allora il conflitto non può che riproporsi altrove, e l'unico spazio che resta è quello delle identificazioni mitologiche, delle scorciatoie mediatiche dove l'umanità esiste solo come folla passiva. Sarebbe, in sostanza, una situazione in qualche misura «obbligata». Ma il punto vero è che ciò non corrisponde affatto alla realtà. Non c'è da predicare nessuna omologazione, quando le differenze fra chi si colloca sulla destra o sulla sinistra dello schieramento politico prendono forma e sostanza giorno dopo giorno. Ma se non c'è omologazione, allora il conflitto politico può tornare alle sue radici serie, fondate, può rientrare in quella dialettica fra riconoscimento e confronto anche aspro che potrebbe esser destinato a ristabilire un rapporto fra politica e società, fra uomini reali e idee progetti speranze programmi. Politica e vita rimesse insieme anche attraverso la normalità di un confronto che riconosce l'unità della società e del sistema politico come un bene da preservare.

Molte cose sembrerebbero condurre in questa direzione, ma su una soprattutto voglio metter l'accento per la sua profonda consistenza. È in tutta Europa che il confronto va diventando più politico, per due ragioni connesse: perché lo stesso processo di integrazione, toccando la sovranità degli Stati, aumenta la sua dimensione conflittuale, e dunque differenzia il terreno delle scelte possibili; e perché il riflesso che esso ha nella storia dei singoli Stati nazionali è di tali dimensioni - su tutti i temi: dalla riforma dello Stato sociale alla interpretazione delle società multietniche verso cui si va - da influire sulle concrete dinamiche politiche, e su scelte e programmi. Fra ordinamenti politico-giuridici e mondi vitali si va stabilendo un contatto carico di implicazioni e differenze. A conferma di ciò, si assiste anche a una ricollocazione delle forze politiche, nelle società europee e perfino in quel parlamento europeo che ha largamente funzionato, in passato, nella logica del compromesso e della consociazione. Non c'è bisogno di nessun sostitutivo mitologico-mediatico; è in atto un confronto vero e consistente sul futuro delle nostre società. Che centrodestra e centrosinistra facciano tesoro di questa possibilità che loro offre la realtà, di questa vera e propria imposizione di temi, che non mette in discussione la democrazia, nel senso dell'unità politica dei sistemi, ma sì i suoi accenti e le sue forme, e anche - se si vuole - il senso della sua vita profonda. C'è pane per i politici di professione! e per le società che vogliono tornare a pensare se stesse! Vogliamo veramente fare, invece, dell'Italia il luogo di una retroguardia rissosa?

Biagio de Giovanni

 

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