Perché esistono i partititi politici nei regimi elettivi? La questione ha attirato l'attenzione dei teorici sociali sin dai tempi di David Hume. Una delle risposte più celebri venne data negli anni Cinquanta da Anthony Downs. Gli elettori scelgono di dare il loro sostegno ai candidati che sono membri di un partito politico perché in caso di loro elezione non sarebbero in grado di controllare se essi si comporteranno secondo quanto hanno promesso, o se piuttosto si comporteranno in modo diverso qualora se ne presenti l'opportunità nel gioco parlamentare. Una delle funzioni essenziali dei partiti è proprio di garantire agli elettori che le loro scelte saranno rispettate, e che se eleggeranno un candidato che si proclama - ad esempio - a favore di minori tasse egli non finirà poi col votare a favore di un loro aumento in cambio di prebende parlamentari o governative. Un partito, come ogni istituzione, ha un orizzonte temporale che va al di là di una legislatura, e sa che il suo successo dipende in modo cruciale dal fatto di mantenere le promesse fatte agli elettori.
Forse la tesi di Downs è quella che meglio contribuisce a spiegare perché, nonostante che la loro estinzione venga predetta da più di un secolo e mezzo, continuano a essere vivi e vegeti in tutti i Paesi democratici del mondo. Al contrario di quanto afferma una mitologia diffusa, restano estremamente forti anche nei Paesi anglosassoni con sistemi elettorali uninominali, dall'Inghilterra agli Stati Uniti. La logica della rappresentanza esclusiva territoriale, propria dei sistemi uninominali, non ha intaccato affatto né l'esistenza dei partiti, né la loro capacità di determinare le politiche. È senz'altro vero che il ruolo dei gruppi di interesse e dei gruppi di pressione nell'ottenere benefici attraverso la costruzione di maggioranze trasversali sulle singole istanze è andato progressivamente crescendo. Forse nessuno lo ha espresso meglio di quanto non abbia fatto Friedrich von Hayek: «L'ideale democratico originario si basava sulla concezione che i più condividessero un ideale comune di giustizia. Tuttavia oggi la comunanza di opinione sui valori fondamentali non è sufficiente a determinare una azione governativa programmata. Il programma specifico necessario a unire i sostenitori del governo, o a mantenere insieme un partito, deve essere basato sull'unione di interessi diversi, unione che può essere raggiunta soltanto con un processo di contrattazione. Tale programma non sarà, quindi, espressione del desiderio comune di raggiungere particolari risultati; e poiché sarà legato all'uso delle risorse disponibili da parte del governo per scopi particolari, esso si fonderà, in generale, sul consenso dei diversi gruppi riguardo al fornire servigi particolari ad alcuni di essi in cambio di altri servigi resi a ognuno dei gruppi medesimi. Sarebbe pura finzione descrivere tale programma d'azione, concordato da una democrazia intenta a mercanteggiare, come l'espressione di valori comuni a una maggioranza» (F. A. von Hayek, Law, Legislation and Liberty, London, Routledge and Kegan Paul; trad. it. Legge, legislazione e libertà, Il Saggiatore).
Tuttavia la realtà della moderna «democrazia contrattata» non significa che le divisioni partitiche abbiano perso rilevanza. Il clivage destra-sinistra continua a determinare le linee delle politiche attuate rispetto alle questioni essenziali della tassazione, della redistribuzione e della regolamentazione. L'idea espressa da un noto senatore a vita italiano, per cui ci vogliono governi di sinistra per fare politiche di destra, è forse la teoria politica più stupida degli ultimi dieci anni. La realtà è che i governi di sinistra fanno politiche di sinistra: è questo è vero che si parli dell'Italia, della Francia, degli Stati Uniti o dell'Inghilterra. Il grado in cui riescono a farle dipende non solo dalla loro volontà, ma dalle condizioni oggettive. E il fatto che queste non consentano loro di fare le stesse politiche di trent'anni fa non significa che essi facciano le medesime politiche che farebbero dei governi di destra.
Che i partiti svolgano una funzione essenziale può venire mostrato anche riferendosi ai meccanismi cognitivi di scelta degli elettori. Come è stato ben scritto, «l'elettore medio dedica poco tempo alla politica e quindi non può raccogliere l'informazione necessaria a farsi un'opinione sulle questioni specifiche sollevate nel corso della campagna elettorale né confrontare le posizioni dei partiti su di esse. [Egli adotta] una scorciatoia cognitiva che consiste nel prendere posizione su argomenti molto generali, per esempio, se è favorevole a un'economia liberista o alla solidarietà sociale, se è favorevole o no a sostenere i diritti delle minoranze, e così via. In questo modo l'elettore si crea una sorta di mappa che, pur essendo composta da pochi elementi, è in grado di guidarlo nel complesso mondo della politica» (D. Campus, L'elettore pigro. Informazione politica e scelta di voto, Il Mulino). Nell'«ignoranza razionale» dell'elettore, l'identificazione con un partito è quindi un elemento essenziale affinché egli possa compiere le proprie scelte nel modo migliore.
Lo scopo di questa lunga premessa è molto semplice. Vi è stato un momento, con la distruzione dei partiti storici della democrazia italiana, nel quale in molti hanno pensato che il duplice processo di de-ideologicizzazione della politica italiana, unito all'adozione di un sistema elettorale maggioritario, avrebbe segnato la fine dei partiti politici nel senso tradizionale del termine. Essi si sarebbero trasformati in comitati elettorali, mentre tutta la loyalty si sarebbe trasferita dai partiti agli eletti. Forza Italia ha rappresentato una confutazione di questa predizione. La confutazione non è derivata dal modo in cui Forza Italia è nata. Anzi, il fatto di essere stata fondata da un imprenditore, e di avere avuto un modello organizzativo del tutto diverso dai partiti tradizionali, ne faceva un comitato elettorale su scala nazionale. La confutazione è derivata dal fatto che la loyalty non solo non si è trasferita ai candidati e quindi agli eletti ma, negli anni, è andata progressivamente fissandosi sul movimento politico Forza Italia. Una parte importante dell'elettorato si è identificata nel sistema di valori proposto da Forza Italia, e l'ha mantenuta anche quando, essendo all'opposizione per una intera legislatura, i suoi eletti non hanno potuto giocare alcun ruolo significativo nello scambio corporativistico mediato dalla politica. Una circostanza, quest'ultima, che secondo molti avrebbe dovuto portare proprio alla dissoluzione di Forza Italia, e che invece ha portato semplicemente alla fuoriuscita di un numero significativo di deputati e senatori.
Rispetto a qualsiasi altro partito di dimensioni comparabili in Europa, la differenza essenziale di Forza Italia sta nel ruolo svolto da una sola persona, Silvio Berlusconi. Non si tratta di una differenza di poco conto, ma non deve essere eccessivamente enfatizzata. Non si tratta della prima volta che questo avviene in una democrazia liberale. L'ovvio termine di riferimento è il partito fondato da De Gaulle. Il fatto di essere nato per volontà di una sola persona, e il fatto di avere avuto per più di un decennio i suoi destini legati a quello del Generale, non hanno impedito che esso seguisse una legge quasi bronzea dei partiti nuovi e destinati a durare: il loro radicamento territoriale, la creazione di una classe dirigenziale al loro interno, la differenziazione interna secondo diversità ideologiche e programmatiche.
Man mano che passano gli anni, l'anomalia di Forza Italia diventa sempre meno tale. Essa si sta strutturando secondo articolazioni territoriali non troppo diverse da quelle dei partiti più vecchi, sta creando una propria classe dirigente, mentre la differenziazione ideologica è semplicemente insita nella pluralità delle componenti originarie, che vanno da una parte del tutto significativa del partito democratico-cristiano all'intero spettro dei partiti della tradizione laica. Soprattutto, Forza Italia ha dimostrato di corrispondere alle esigenze ideologiche di una parte importante dell'elettorato italiano. Ha dimostrato cioè la sua capacità di corrispondere alle sue esigenze di «ignoranza razionale»: che sono un elemento molto meno variabile rispetto al gioco mutevole degli interessi.
Angelo Maria Petroni