La legge sull'emittenza televisiva, che Silvio Berlusconi attendeva da tempo, venne in discussione alla Camera nel luglio del 1990 e ruppe la Democrazia cristiana. I cinque ministri della sinistra Dc nel governo presieduto da Giulio Andreotti (Fracanzani, Misasi, Mannino, Martinazzoli, Mattarella) difesero la televisione pubblica, dettero le dimissioni e vennero sostituiti da Gerardo Bianco, Giovanni Marongiu, Franco Piga, Virginio Rognoni, Vito Saccomandi. La legge passò quindi grazie a un partito moderatamente «privatista» composto dalla maggioranza della Democrazia cristiana, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali. Tre anni dopo quel partito aveva cessato di esistere. Fra l'autunno del 1990 e l'autunno del 1993 l'Italia era stata investita, in rapida sequenza, da due «onde d'urto»: il collasso del sistema sovietico in Europa centrorientale e le indagini su Tangentopoli. I due avvenimenti ebbero sul sistema politico effetti opposti. La fine della guerra fredda e la crisi del comunismo convinsero Bettino Craxi che il suo obiettivo «mitterrandiano» - ribaltare a vantaggio dei socialisti il rapporto di forze fra il Psi e il Pci - era ormai a portata di mano. La scissione dei comunisti in due partiti - da un lato il Pds di Occhetto, dall'altro Rifondazione comunista di Bertinotti, Cossutta e Garavini - gli dettero ragione. La polemica di quei mesi sull'assassinio di alcuni notabili e parroci in Emilia dopo la fine della guerra (il «triangolo della morte») fu probabilmente l'arma di cui Craxi si servì per screditare il partito comunista e accelerarne la crisi. E la polemica su Gladio fu l'argomento con cui il Pds restituì il colpo e cercò di difendersi. Negli ultimi mesi del 1990 ero a Harvard, dove tenni per un semestre la cattedra Lauro de Bosis e feci un corso sulla storia d'Italia dagli albori del Risorgimento ai nostri giorni. Quando mi chiesero una conferenza sulla situazione politica dopo la fine della guerra fredda sostenni che in Italia, nei mesi seguenti, il maggior problema all'ordine del giorno sarebbe stato la spartizione del capitale elettorale del vecchio Partito comunista italiano. I vecchi comunisti, riformati o «rifondati», avrebbero cercato di conservarne la maggior parte; e Craxi, dal canto suo, avrebbe cercato di costruire con il voto comunista, finalmente, una grande socialdemocrazia italiana.
Ma le inchieste della Procura di Milano mandarono all'aria il disegno politico del leader socialista e dettero al partito di Occhetto una provvidenziale boccata di ossigeno. Non ho mai creduto alla tesi del complotto giudiziario e del «partito dei giudici». Ma non è possibile negare che le indagini della magistratura ebbero l'effetto di deviare e distorcere il corso della politica italiana. E mi chiedo perché il procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli, così attento a difendere l'indipendenza del suo ufficio, non abbia compreso che esso stava alterando il rapporto tra le forze del sistema politico nazionale ed era divenuto, «obiettivamente», una forza politica. Una magistratura che non tiene conto delle conseguenze delle proprie iniziative è in ultima analisi una istituzione «irresponsabile», vale a dire una categoria politicamente e democraticamente inammissibile.
Nel novembre del 1993, quando Berlusconi decise di «scendere in campo» (come egli stesso definì più tardi il suo gesto), i moderati che avevano votato, tre anni prima, la legge sull'emittenza televisiva, erano un esercito in rotta. In un libro recente, apparso dopo la sua morte, Guglielmo Negri ricorda che «i sondaggi elettorali per la Camera davano la Dc in fortissimo calo, i socialisti quasi spariti insieme con i socialdemocratici e i liberali, il Pds in leggera ripresa con la possibilità di assestarsi tra il 16 e il 18%, il Msi-Destra nazionale all'8% con Rifondazione comunista al 7% e la Rete al 5%, la Lega in grande espansione al Nord con numeri a due cifre, il Pri al 2%. Il quadro politico virtuale, dunque, poneva in evidenza una massa di voti, al centro dell'elettorato, valutabile attorno al 25-30%, in uscita dai partiti tradizionali e in cerca di una nuova collocazione. Si trattava né più né meno dell'elettorato degli agonizzanti Dc e Psi e di frange di quello dei partiti minori». Non è tutto. Dopo il referendum del 18 aprile il Parlamento aveva approvato una legge elettorale prevalentemente maggioritaria. Berlusconi non poteva ignorare, e lo disse allora più volte, che la legge, in quelle circostanze politiche e giudiziarie, avrebbe garantito alla sinistra il governo del Paese. Scese in campo per evitare che i vantaggi della legge Mammì gli venissero strappati di mano? Lui stesso probabilmente, con alcune dichiarazioni, dette credito a quella tesi. Ma un suo vecchio amico e collaboratore, Fedele Confalonieri, cercò di dissuaderlo e sostenne, con ragione, che avrebbe potuto mettersi d'accordo con i vincitori. Scese in campo per garantirsi una impunità politica contro le inchieste che sarebbero state avviate sui suoi rapporti con Craxi? Forse. Ma dovette esservi nella scelta di Berlusconi qualche cosa di più: un guizzo di audacia imprenditoriale, il desiderio di sfidare la classe politica sul suo terreno, la voglia di provare che lo Stato può essere governato come un'azienda, il timore che la mancanza di un partito moderato spostasse a sinistra per molti anni la politica italiana. Per creare Forza Italia si servì largamente delle sue aziende. Aveva la fortuna di amministrare imprese che vendevano spazi pubblicitari, assecondavano i gusti e gli umori della pubblica opinione, seducevano clienti con campagne allettanti, organizzavano sondaggi e convegni: attività che dovettero sembrargli non troppo diverse da quelle di un partito politico. Occorreva un programma, naturalmente. Ma credo che Berlusconi non desse al problema, in quel momento, grande importanza. Mentre calcolava i vantaggi e gli inconvenienti di un impegno personale ebbe la fortuna d'incontrare un politologo della Bocconi, Giuliano Urbani, che aveva lavorato per qualche anno al Centro Einaudi di Torino e dirigeva ora un «Centro studi di politica comparata». Urbani gli dette copia di un manifesto in 29 pagine intitolato «Alla ricerca del buon governo. Appello per la costruzione di un'Italia vincente». Il taglio e le ricette del documento erano ispirati dalla conoscenza delle democrazie anglosassoni e delle esperienze liberiste di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Urbani era convinto che l'Italia avesse bisogno di privatizzazioni, liberalizzazioni, deregolamentazione, federalismo, sussidiarietà, trasparenza (accountability) della classe politica, maggiori investimenti per l'educazione e la ricerca scientifica. Era un buon programma modernizzatore, fondato sulla speranza che una migliore legge elettorale, una modica dose di federalismo, il rispetto delle regole del mercato e un soprassalto di orgoglio nazionale avrebbero tratto l'Italia dalla palude in cui stava lentamente affondando. Era quindi un programma fondamentalmente volontarista in cui la riforma delle istituzioni aveva una parte modesta e marginale.
Il programma piacque a Berlusconi, suppongo, perché conteneva in poche pagine, redatte con intelligenza e chiarezza, i grandi temi a cui una parte dell'opinione pubblica italiana, in quel momento, era sensibile. Lo adottò e se ne servì largamente nei suoi interventi pubblici dei mesi successivi. Si diffuse così la convinzione che il nuovo arrivato fosse una liberale e che Forza Italia fosse destinata a essere ciò che nessun altro uomo politico italiano era riuscito a costruire: un partito liberale di massa. Ma Berlusconi, nel frattempo, creò un'alleanza elettorale con il Msi (di lì a poco trasformato in Alleanza nazionale) e la Lega, vale a dire con due forze politiche che non sono liberali. Alleanza nazionale ha un forte elettorato meridionale ed è un partito sociale, nella tradizione dei movimenti che negli anni Trenta avevano cercato una «terza via» tra capitalismo e comunismo. La Lega ha un obiettivo prioritario - l'autonomia o l'indipendenza del Nord - e il suo elettorato è liberista quando lo Stato gli impone regole che gli intralciano la strada, protezionista e corporativo ogniqualvolta le regole del mercato mettono in discussione i suoi privilegi.
Qualcuno sperò che Berlusconi sarebbe stato il motore liberale e liberista della coalizione, ma nei mesi in cui fu presidente del Consiglio non dette alcun segno di liberalismo. Quando i maggiori industriali italiani lo incontrarono nel corso di un pranzo a Roma, durante l'estate, e affrontarono con lui l'argomento delle privatizzazioni, parlò come se il problema non appartenesse al suo ordine del giorno. Quando i ministri di Alleanza nazionale fecero dichiarazioni demagogiche contro i «poteri forti» e la vendita dei «gioielli di famiglia», non li richiamò all'ordine. Quando vennero in discussione i grandi temi liberali dell'Europa di Maastricht - mercato unico, smantellamento delle barriere protezionistiche non tariffarie, moneta unica per un solo, grande, campo da gioco - dette la sensazione che i problemi dell'integrazione europea non rientrassero nel suo orizzonte politico e culturale. Paradossalmente il solo ministro veramente liberista del governo Berlusconi, Antonio Martino, fece dalla Farnesina una sorta di guerra all'Unione monetaria e sembrò non comprendere che soltanto la prospettiva dell'euro avrebbe costretto l'Italia a fare ciò che lui stesso aveva spesso raccomandato negli anni precedenti: il risanamento dei conti pubblici, la diminuzione della spesa pubblica, la vendita del patrimonio economico che lo Stato imprenditore e banchiere aveva accumulato nel tempo. Il confronto con Ronald Reagan e Margaret Thatcher diveniva a questo punto del tutto improponibile; Reagan e Thatcher avevano sfidato alcune vecchie corporazioni, impegnato un duro braccio di ferro con le organizzazioni sindacali, liberato le energie economiche dei loro Paesi. Berlusconi invece si era limitato a qualche buon provvedimento fiscale (la legge Tremonti) e a una riforma del sistema previdenziale che non ebbe il coraggio di difendere con la necessaria energia.
Il suo partito, nel frattempo, restava privo di organi rappresentativi e docilmente sottomesso agli ordini del suo leader proprietario. La persona che maggiormente colse e criticò questi aspetti di Forza Italia fu Norberto Bobbio in alcuni articoli e interviste. Mi sembrò che le sue critiche nascondessero una predilezione per i partiti organizzati e «pesanti», cresciuti in Italia sul modello fascista dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Che Berlusconi preferisse una organizzazione leggera, nello stile dei partiti anglo-americani, sembrava a me invece una tendenza positiva della vita politica italiana. Ma le critiche di Bobbio coglievano il carattere personale e «aziendale» del movimento che Berlusconi aveva creato agli inizi del 1994. Anche un partito leggero ha bisogno di segreterie, rappresentanze locali, consigli direttivi, congressi. E un partito liberale, in particolare, deve essere, soprattutto nelle fasi che precedono i congressi, un luogo di libere discussioni. Berlusconi dette la sensazione di volerlo trattare come il consiglio d'amministrazione, se può, tratta l'assemblea degli azionisti.
Queste ambiguità non gli impedirono di conservare il consenso dei suoi elettori. Nel 1996 perdette le elezioni, ma i risultati dimostrarono che una larga parte dell'Italia moderata era disposta a dargli il suo voto e che Forza Italia aveva messo qualche radice nel terreno politico del Paese. Da allora Berlusconi, come ogni buon imprenditore, ha capito che l'unico modo per stare in affari è quello di evitare la ripetizione degli errori commessi. Oggi, a cinque anni di distanza, sappiamo come egli abbia impiegato il suo tempo.
Forza Italia è ancora un partito personale, ma l'esperienza fatta all'opposizione ha contribuito a formare un gruppo dirigente che conosce meglio la macchina dello Stato e il Parlamento. Che il partito resti leggero e funzioni soprattutto come macchina elettorale mi sembra, ripeto, una buona cosa e continuo a pensare che il declino dei partiti organizzati sia uno dei pochi risultati positivi della grande crisi degli anni Novanta. Ne vedo la conferma nella nascita di fondazioni, circoli, associazioni politiche e culturali: Italianieuropei di Giuliano Amato e Massimo D'Alema, Ideazione di Domenico Mennitti, Società libera di Nicola Matteucci e Franco Tatò, Osservatorio parlamentare di Adolfo Urso, il Polo laico di Giovanni Negri e la stessa Fondazione liberal che pubblica questa rivista. Credo che il «partito etico», educatore, pedagogo e scuola di militanza politica, appartenga al passato. Spero che il compito di elaborare idee e programmi venga svolto da organismi più liberi e agili. Così accadde, del resto, nella Francia degli anni Sessanta quando la crisi dei partiti tradizionali e l'avvento della V Repubblica sollecitarono la nascita di alcuni «club».
Quanto al programma il partito di Berlusconi ha abbandonato le sue vecchie pretese liberali. Ne saranno delusi tutti coloro che avevano sperato nella nascita di un partito liberale di massa. Ne saranno lieti coloro che preferiscono la chiarezza e detestano le iprocrisie. Berlusconi non è liberale. Dopo essere stato un imprenditore intelligente e spregiudicato e dopo un esordio politico dilettantesco, è diventato un uomo politico accorto, attento agli umori del Paese. Sa che i liberali in Italia sono una sparuta minoranza e che la grande massa dell'elettorato moderato è composta da ceti sociali incurabilmente incoerenti: insofferenti dello Stato ogniqualvolta i suoi regolamenti gli rendono la vita difficile, desiderosi di protezione statale ogniqualvolta il mercato mette in pericolo i loro privilegi corporativi e le loro rendite di posizione. Forza Italia quindi è oggi una «democrazia cristiana», come tutte le forze politiche delle grandi democrazie occidentali, dai repubblicani di George W. Bush ai conservatori di William Haigue, dai «popular» di José Maria Aznar ai cristiano-democratici di Angela Merkel, Wolfgang Schuessel o Edmund Stoiber. Il modo in cui questi partiti hanno affrontato i grandi problemi della modernizzazione negli ultimi dieci anni, e in particolare quello dell'adattamento dello Stato assistenziale alle esigenze di una economia tendenzialmente globale, non dipende dalla intelligenza e fantasia dei loro leader, ma dal sistema politico in cui debbono lavorare. Se vincerà le elezioni Berlusconi dovrà governare con una delle peggiori costituzioni dell'Occidente, ma né lui né il suo partito sembrano avere, sul grande tema delle riforme costituzionali, idee e strategie forti. Prevale anche in questo caso il pragmatismo (qualcuno direbbe l'opportunismo) dell'uomo politico moderato, più interessato alla conquista del potere che al quadro istituzionale in cui dovrà esercitarlo.
Per entrare nella grande famiglia delle democrazie cristiane europee Berlusconi ha compiuto un'abile marcia di avvicinamento. Ha invocato il nome di don Sturzo, ha coltivato i rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, ha stretto relazioni cordiali con Kohl e con Aznar, ha moltiplicato cenni deferenti ai valori della Chiesa, ha tranquillizzato i pensionati e gli ordini professionali, e ha superato infine con successo l'esame d'ingresso nel gruppo parlamentare del Partito popolare europeo. La transizione può considerarsi compiuta. Forza Italia è ormai una volkspartei, un parti populaire, un partido popular. Paradossalmente l'unico Paese in cui un problema di trademark non gli consente di chiamarsi «partito popolare» è l'Italia. Per ora.
Sergio Romano