Chi conosce l'articolo Siamo forse alla fine della storia? dell'estate del 1989, che rese Francis Fukuyama famoso in tutto il mondo, e chi ha ancora bene in mente il suo libro La fine della storia e l'ultimo uomo del 1992, resta a dir poco sorpreso nel leggere l'intervista pubblicata nell'allegato al terzo numero di Fl, "Pronto, chi sbaglia?", che lo stesso Fukuyama ha rilasciato a Paolo Mastrolilli. Nell'articolo e nel libro veniva sostenuta una tesi di grande effetto: la «generale introduzione della democrazia liberale occidentale quale forma di governo finale» era annunciata come immediatamente imminente e tale stato di cose veniva considerato come «la fine della Storia»; si potrebbe perciò ritenere che Fukuyama sviluppi con coerenza quest'idea quando ora descrive come incoercibile caratteristica dell'epoca post-storica l'«innovazione», promossa con successo dagli Stati Uniti e ostacolata in Europa da una moltitudine di residui di vecchie idee e di vecchie realtà. Ma nell'articolo e nel libro Fukuyama non aveva affatto sostenuto che l'«innovazione tecnologica» ha avuto inizio in America e che gli Stati Uniti sono oggi primi nel mondo con ampio vantaggio su tutti gli altri Stati come verrebbe provato già solo dal rapido incremento del prodotto nazionale rispetto al quale l'Europa restava ancora indietro di molto e molto più di alcuni Paesi asiatici. Allora - nell'articolo e nel libro - Fukuyama aveva sottolineato con forza e in positivo il significato delle «tradizioni pre-liberali» senza le quali una democrazia non poteva essere stabile e che avevano reso possibile il formarsi di una morale del lavoro positiva, da considerarsi come presupposto di ogni «modernizzazione». Del resto, il sistema di diritti e di istituzioni costituzionali su cui poggia anche il sistema americano - come si sa - precede, e di molto, la modernizzazione e l'industrializzazione. E né Jefferson né Hamilton avrebbero potuto sviluppare le loro concezioni se non avessero potuto basarsi sulla vecchia tradizione europea. Inoltre, la modernità oggi effettivamente presente, quale effetto del liberalismo, mostrava allora per Fukuyama tratti altamente negativi: «abuso di droghe, aumento dei senzatetto, criminalità, distruzione dell'ambiente e eccessi di consumo», tratti, questi, che non fanno pensare affatto a uno sviluppo nella direzione di una «società dell'innovazione» capace di portare felicità e sovrabbondanza di ricchezza a tutti i suoi membri, quanto piuttosto a uno sviluppo che va nella direzione di una completa disgregazione di quei «valori preliberali» che costituiscono la forza vitale delle società democratiche, nella direzione dell'«ultimo uomo», la cui epoca sarà un'«epoca molto triste» in cui conteranno soltanto «calcoli economici, la soluzione ininterrotta di problemi tecnici e ambientali e la soddisfazione di stravaganti desideri consumistici». Si potrebbe avere l'impressione che Fukuyama consideri le «società asiatiche» in cui ancora viva l'antichissima tradizione del «senso civico» come le «società del futuro».
Di tutto questo nell'intervista non c'è più traccia. Se viene proferita una parola di lode per Paesi asiatici, questa si riferisce al fatto che essi hanno intrapreso con grande decisione la via americana del primato assoluto dell'«innovazione tecnica». L'Europa però resta di molto indietro, perché in Europa si teme che la particolarità della cultura europea potrebbe subire danni e perché in Europa esistono organizzazioni politiche che eleggono a proprio compito la difesa degli interessi di gruppi particolari. Ora, è fuori di dubbio che gli Stati Uniti nei campi più importanti della tecnologia moderna - nella biotecnologia, nella nanoelettronica, nell'industria informatica, nello sviluppo dell'«intelligenza artificiale» ecc. - hanno un ruolo-guida e che effettivamente non si può parlare di serie resistenze contro questa evoluzione. Ma Fukuyama ravvisa la causa principale di questo vantaggio tecnologico degli Stati Uniti non nell'assenza di ostacoli bensì nel semplice fatto che l'immigrazione porta da tutte le parti del mondo le menti migliori in America, dove esse sono poste in una condizione di concorrenza oltremodo produttiva. Se si aggiungono le risorse naturali di questo gigantesco Paese, il piacere di lavorare che è anima anche della popolazione del posto e l'enorme vantaggio che gli Stati Uniti hanno goduto durante la seconda guerra mondiale come arsenale delle forze alleate mai minacciato da pericolo alcuno, allora si hanno già abbastanza motivi per spiegare il primato tecnologico e produttivo degli Stati Uniti.
Ma possono queste condizioni americane essere oggetto di imitazione in Europa? Se anche l'Europa fosse disposta a seguire l'esempio americano del brain drain e a reclutare le «menti migliori» dell'India, dell'Africa e un giorno forse anche della Cina, allora la situazione di questi Paesi diverrebbe senza speranza, poiché per essi non ci sarebbe più alcuna possibilità di superare un giorno la miseria con le proprie forze. Come esempi di un vero «blocco» dello sviluppo Fukuyama cita non una resistenza nei confronti di una nuova scoperta tecnologica bensì la lotta dei minatori inglesi contro le salutari riforme liberali di Margaret Thatcher. Ma nel 1978 i sindacati inglesi non furono un mero ostacolo, essi sembravano invece in procinto di diventare un potere determinante nel loro Paese, e la decisione che la nuova premier riuscì a strappare fu una decisione di principio tra lo Stato sindacale da una parte e la libera economica dall'altra. Ciò che Fukuyama prende di mira è lo «Stato sociale europeo», in cui effettivamente possono essere difesi interessi particolari e in cui non sono né il big business né la big science - da sole o in collaborazione con un governo centralistico accondiscendente - a farla da padrone. Ma questo «Stato sociale europeo», che nei suoi inizi risale alle «realtà premoderne» della Germania bismarckiana, non è una delle conquiste più importanti di tutto il mondo occidentale che, in ultima analisi, è stata parzialmente ripresa persino dagli stessi Stati Uniti? Non è proprio la libertà politica di movimento e quindi di autodifesa dell'uomo comune a essere l'essenza della democrazia, per quanto certamente in Germania si lascino constatare eccessi di «statalità sociale», che vanno eliminati? L'assicurazione contro la grande e la piccola emergenza sociale non ha un valore tale da poter compensare il ritardo nella crescita annuale del prodotto nazionale?
E la libera economia senza alcun vincolo, di cui Fukuyama canta le lodi, è veramente una realtà tanto affidabile da potersi consegnare a essa senza grandi preoccupazioni? Non sono europei animati da sentimenti di ostilità ma prevalentemente economisti e pubblicisti americani a mettere in evidenza il rovescio della medaglia: certo, l'economia americana ha un boom, che dura ormai da quasi un decennio, ma i numerosi nuovi posti di lavoro che vengono creati sono in gran parte molto mal retribuiti, e molte persone sono costrette ad addossarsi due o tre jobs per avere di che vivere; gli Stati Uniti attirano su di sé un enorme flusso di capitali perché la popolazione è disabituata al risparmio ed è tutta orientata al consumo, il quale a breve termine dà all'economia impulsi positivi ma a lungo termine comporta il trasferimento di grandi parti della produzione in «Paesi a basso costo stipendiale», il che, insieme alle speculazioni del grande capitale finanziario, espone l'economia al rischio di gravi crisi. Una unica grande ondata di panico tra le poche migliaia di persone che tengono in moto «i mercati finanziari», e li mettono sempre nuovamente in movimento, può portare come nel 1929 a una crisi dell'economia mondiale; e allora negli Stati Uniti una moltitudine di «gruppi particolari» presumibilmente attaccherebbero tutti insieme «il sistema», mentre in Europa gli effetti della crisi sarebbero sì molto percepibili ma anche molto attenuati da quello Stato sociale che veniva considerato un ostacolo.
Ma anche un esempio europeo può mostrare che gli ostacoli non rappresentano necessariamente qualcosa di negativo. Se l'attuale Unione europea - contro ogni probabilità - divenisse uno Stato centralistico, Bruxelles diverrebbe senza dubbio molto più efficiente, ma l'Europa perderebbe molto dell'incomparabile ricchezza che le deriva dall'esistenza relativamente autonoma delle sue nazioni e dei suoi Stati. E anche negli Stati Uniti sono immaginabili sviluppi che sarebbero in linea con i postulati di Fukuyama, e che rappresenterebbero una vera sciagura. Non pochissimi importanti studiosi di scienze naturali - i cosiddetti extropier - si sono posti addirittura l'obiettivo di realizzare - rimuovendo ogni impedimento pratico e ogni riserva morale - una sintesi di uomo e computer, che permetterebbe prima o poi di «abolire» l'unica umanità finora conosciuta - quest'insieme di esseri civili in carne e ossa - e di produrre un'epoca «transumana»: un trionfo dell'intelletto che porterebbe a superare persino gli ostacoli che finora si sono dati in forza dell'intelletto stesso. Per quanto interessante questo progetto sia dal punto di vista filosofico, un serio tentativo di realizzarlo avrebbe senza dubbio esiti catastrofici per gli «uomini», poiché si andrebbe ben oltre peggiori timori che la Kulturkritik, la «critica alla cultura» - prevalentemente europea - abbia mai articolato: l'intelletto umano farebbe sparire l'umanità dalla scena del mondo.
Fukuyama stesso sembra pensare a una «via di mezzo». Nell'ultima frase dell'intervista afferma che è possibile moderare o controllare ma non «bloccare» l'innovazione. Ora, si possono ben bloccare singole innovazioni, come ad esempio lo sviluppo degli aerei supersonici, ma in effetti l'innovazione in quanto tale non può essere arrestata. Le concrete forme che essa assume dipendono dagli ostacoli che essa incontra e con cui essa deve fare i conti.
Nella sua intervista Fukuyama è molto più lontano da questo punto di vista che non nei suoi scritti precedenti. Si potrebbe affermare che egli si sia «americanizzato» seguendo l'esempio di quei pubblicisti che dall'American exceptionalism derivano un orgoglio non toccato da dubbio alcuno e una speranza per il futuro non offuscata da nessuna ombra. C'è da chiedersi se egli non abbia a priori distinto troppo nettamente l'«Europa» dall'«America», se l'idea dei checks and balances non sia tanto americana quanto originariamente europea. Chi agli occhi degli extropier è «rimasto indietro», può proprio perciò fare non «del» progresso ma del «progresso umano» la sua massima.
(traduzione dal tedesco di Francesco Fiorentino)
Ernst Nolte