Secondo molti il conflitto oggi maggiormente significativo dal punto di vista politico è quello fra «federalismo» (comunque inteso) e «centralismo». Nella prima categoria si fanno rientrare, grosso modo, tutti coloro che sono disposti a cedere competenze statali sia verso l'alto (Unione europea, Nato, Onu) che verso il basso (Regioni, Province, Comuni). Brevemente cercherò di mostrare - per dimostrare ci vorrebbe ben altro spazio - come in realtà il conflitto di cultura politica più attuale stia invece proprio all'interno di quello che viene definito federalismo. Lo scontro è in sostanza fra chi vuole trasferire «quote di sovranità» verso l'alto e chi invece vorrebbe che queste fossero saldamente ancorate alle realtà territoriali subnazionali. In questo nuovo schieramento, che si va delineando con grande chiarezza, il centralismo (romano o parigino) non scompare affatto, ma viene semmai riassorbito e rivitalizzato dal suo «grande gemello»: il centralismo di Bruxelles. In estrema sintesi, le preoccupazioni di natura lockiana, tipiche di coloro che vedono un Leviatano (non importa se nazionale, continentale o mondiale) crescere a dismisura e vessare i propri schiavi fiscali, sono destinate a confliggere con quelle di natura hobbesiana classiche di coloro i quali ritengono la comunità internazionale come uno stato almeno potenzialmente di guerra permanente (e che interpretano anche l'economia in chiave bellicistica come scontro fra blocchi contrapposti). Non credo possa sfuggire a nessuno, infatti, che l'Unione europea è vista dalla maggior parte dei suoi cantori come il tentativo (per ora fallimentare) di sfidare l'egemonia culturale, politica e soprattutto economica americana. Quello che svariati autori hanno in diverso modo sottolineato, ossia che il federalismo tende «a generare e preservare simultaneamente sia l'unità che la diversità» (1), ha spinto a credere che questo mantello, il termine federalismo, potesse essere utilizzato indifferentemente per progetti volti tanto all'aggregazione quanto alla riarticolazione non centralizzata di comunità politiche preesistenti. Ma ciò non è più vero (e forse non lo è mai stato). In Europa i progetti di tipo unificazionista e quelli favorevoli alle autonomie locali sono in rotta di collisione, questo perché i primi si fondano sulla ratio del globalismo giuridico, mentre i secondi su relazioni pattizie, negoziate e non imposte dall'alto. La logica del neofederalismo si fonda sulla speranza di poter reinventare le modalità della convivenza civile sostituendo progressivamente gli accordi sottoscritti alle norme imposte e restituendo al sistema delle imprese private concorrenti molti ambiti e settori che l'apparato statale aveva monopolizzato. Al contrario, la razionalità delle decisioni dell'Un-ione europea non è altro che la riproposizione su vasta scala del vecchio armamentario politico-concettuale dello Stato moderno. L'Unione europea rappresenta l'ultimo capitolo dello sforzo più che secolare di utilizzare la sovranità contro la libertà, la politica contro il mercato, la democrazia contro il capitalismo. La ricerca allora di una più ampia unità continentale e il mantenimento delle diversità locali non possono più essere ingenuamente concepite come compatibili. Infatti, il primo è il progetto di inglobare il mercato nella politica, il secondo è quello di fuoriuscire dalla politica di tipo statuale, ossia forgiare istituzioni politiche compatibili con la preservazione delle libertà e dei diritti di autogoverno delle comunità e dei singoli. Nell'Unione europea non può esservi un mercato liberato, ma al massimo un mercato unificato e asservito agli interessi della casta politica ed economica dominante. L'emergere di culture e bisogni di tipo neofederale pone invece al proprio centro l'esigenza di estendere la logica del mercato, per spingere verso la concorrenza istituzionale sia fra i diversi territori che all'interno della medesima regione.
Se «il federalismo implica un atteggiamento e un modo di comportarsi nelle relazioni sociali, oltre che politiche, che porta a interazioni umane fondate sulla cooperazione negoziata, sulla condivisione fra le parti e sul coordinamento, piuttosto che sulla relazione gerarchica tra superiore e subordinato» (2), allora è evidente che le teorie che presiedono al processo di unificazione europea non fanno parte di questi orientamenti dottrinari. Mentre il centralismo romano, politico e burocratico, dimostra di avere ben compreso la natura della partita, appoggiando qualunque iniziativa volta a rendere problemi europei i problemi italiani (nella neanche troppo celata speranza di poter aver accesso alle risorse di Paesi più ricchi), tale consapevolezza non si può riscontrare nel campo avverso. Per troppi l'Unione è ancora un feticcio inattaccabile e inossidabile, a dispetto del 30% di credibilità monetaria che ha perso in meno di due anni.
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Da moltissimi anni l'Europa è, infatti, il simbolo di tutte le speranze della classe dirigente di questo Paese che ha sempre vissuto come un'ossessione l'idea (o forse il fatto) di essere ai margini del continente. Nella mitologia collettiva i servizi buoni sono «europei», un giardinetto ben curato non ricorda la Svizzera, ma l'Europa, una strada pulita con traffico ordinato e scorrevole è «europea» per definizione. In realtà, nell'immaginario mondiale del pecking order su servizi e comodità della vita l'Europa non occupa neanche lontanamente quel posto di primissimo piano che i nostri amministratori e politici le vorrebbero attribuire quando parlano di servizi a livello europeo, infrastrutture degne dell'Europa, e così via. L'ideale cinquecentesco del «vivere in bene ordinata repubblica» si è oggi trasformato nell'«ingresso in Europa». Vi è anche qualche liberale italiano che in perfetta buona fede spera nell'Europa per una buona amministrazione, ossia sogna che la legge finanziaria arrivi al parlamento italiano via fax da Bruxelles. Questa diffusa propaganda a favore del termine-concetto Europa ha avuto un'enorme presa su di un pubblico come quello italiano, che in cuor suo si vergogna del proprio Paese. Quando Indro Montanelli, ad esempio, afferma che gli italiani sono «un conglomerato di bastardi accampati sulla più bella terra del mondo, come lo sono le cavallette quando scendono a devastarla» (Corriere della Sera, 2 dicembre 2000) incontra probabilmente tutta la simpatia dei suoi numerosi e masochisti lettori.
Parallelamente alla costruzione di un tipo ideale geo-sociale da contrapporre alla misera realtà nazionale esistente, si è fatta strada l'idea di Europa come realtà istituzionale e politica. Sull'appetibilità del fine «Europa unita» si è creato in tutti quei Paesi marginalizzati (Spagna, Italia, Grecia) un consenso popolare che non viene scalfito neanche dal tracollo dell'euro. Il mito dell'unificazione europea è sottoposto a continui rilanci e non è più chiaro se si tratti solo di bluff. Non siamo riusciti a unificare veramente il mercato? E allora conviene passare a un'unica moneta. La moneta crolla? Vuol dire che l'unificazione politica non è abbastanza avanzata. I Paesi poveri premono per entrare? Occorre allargare i confini e approfondire l'unione. L'unanimità frena l'unificazione? Passiamo alla regola della maggioranza semplice. E così via, fino al punto che ormai chi immagina un continente con un solo governo, una sola banca centrale e cittadini-elettori considerati un'indistinta massa dall'Atlantico agli Urali non deve più essere considerato un sognatore. Qualche cosa del genere sta effettivamente accadendo, e il nostro Paese è il meno attrezzato dal punto di vista della cultura politica a produrre posizioni che sappiano coerentemente contrastare questa marcia della follia.
In realtà, l'ottimismo che circonda l'Europa «politica» non è altro che un riflesso del globalismo giuridico imperante. Tutte le istituzioni internazionali godono in questa parte di secolo, almeno da noi, di una fiducia assolutamente ingiustificata. Quella che Kant riteneva essere la tendenza del mondo moderno verso l'unificazione del diritto e il prevalere del «diritto cosmopolitico» sembra oggi realizzarsi, nelle preferenze intellettuali se non proprio nella realtà dei fatti.
Con tutta evidenza, il globalismo giuridico è oggi il baluardo contro la globalizzazione dell'economia, vale a dire contro il «rischio» che le imprese e i servizi internazionalizzandosi assestino un colpo mortale al Welfare State, alle garanzie e ai diritti dei lavoratori (che poi sono diritti a lavorare in un regime non concorrenziale). Giacché i singoli Paesi non sarebbero più in grado di controllare i flussi di beni capitali e persone, e di tassare «adeguatamente» i propri cittadini (la mitologia corrente vuole che tramite Internet si possano far sparire i patrimoni alle mire del fisco), l'era della globalizzazione imporrebbe il «governo globale dell'economia», possibilmente con tassa unica (è facile immaginare se sarà più alta o più bassa di quella di Vaduz), servizi pubblici mondiali, sistema sanitario uguale per tutti e così via. Ricalcando l'antico slogan «il comunismo o sarà planetario o non sarà», intellettuali del calibro di Jürgen Habermas propongono la via planetaria alla salvezza del Welfare State e della democrazia dei diritti sociali (3). La dottrina del «Welfare in un solo continente» sembra destinata a non riscuotere grandi successi, in virtù dei continui richiami al pericolo del social dumping. L'Europa protezionista, assistenzialista e dirigista vorrebbe un mondo a propria immagine e somiglianza.
Mentre la frangia socialista più estremista capitanata da Philippe van Parijs (4), studioso ormai notissimo in Italia, propone da tempo il «reddito di cittadinanza» - nella convinzione che la vera libertà consista nel poter scegliere se lavorare o meno, dato che lo Stato deve garantire un livello minimo di salario per tutti - e quella radicale democratica, che ha il proprio punto di riferimento in Habermas, appoggia l'integrazione mondiale democratica con diritti (naturalmente «sociali») ovunque giustiziabili e uguali per tutti, il mainstream intellettuale si accontenta di chiedere sempre maggiori interventi e controlli su chi commercia e scambia attraverso le frontiere nazionali. Ossia su chi crea ricchezza. In sintesi, l'Europa unita non è che la testa di ponte del globalismo giuridico tendenzialmente mondiale: gli unificazionisti europei che un tempo avevano a cuore la pace, premono ora soprattutto per la salvezza del vecchio e caro (molto caro) Stato sociale. Come antidoto al «nuovo» socialismo del «reddito di cittadinanza» si può ancora fare affidamento sulla popolazione meno istruita: la tesi di Van Parijs sulla libertà come scelta se lavorare o meno gode, infatti, di una rispettabilità accademica di gran lunga superiore a quella che riscuoterebbe se divulgata fra il grande pubblico. L'illustre professore belga, tuttavia, non dice mai che libertà avrebbero i milioni di schiavi fiscali costretti a lavorare per mantenere chi ritiene che la libertà consista nel vivere alle spalle degli altri. Insomma, i diritti di cittadinanza presentano subito a chi sappia fare un po' di conti il loro vero volto: quello dei «doveri di sudditanza».
Anche le versioni più blande del socialismo soft continentale, quelle sullo Stato sociale come scudo nei confronti dei più svantaggiati, cominciano a essere messe in discussione. Che i politici continentali e nostrani abbiano a cuore le sorti dei meno fortunati lo credono ormai solo i gonzi. I danari che tolti dalle tasche di un cittadino finiscono in quelle di un altro, pardon, i trasferimenti di risorse di un tipico Stato sociale europeo contemporaneo per l'ordine pubblico, l'assistenza e cura degli svantaggiati - ossia le funzioni che tipicamente i filosofi politici affermano essere di stretta competenza statale - giustificano meno del 5% della tassazione complessiva.
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A queste potentissime tendenze si contrappone da decenni un manipolo di intellettuali, studiosi e commentatori che potremmo definire «neofederalisti», i quali stanno ottenendo appoggi da insospettabili vestali del Welfare State. In questi ultimi tempi, infatti, un'autentica icona della sinistra non comunista (in Italia della sinistra già comunista) come John Rawls ha rigettato ormai la prospettiva del governo mondiale, attribuendo tuttavia erroneamente a Kant (5) l'idea della scarsa appetibilità di tale società globale. «Seguo le indicazioni di Kant nella Pace perpetua... e ritengo che un governo mondiale... avrebbe come conseguenza o un dispotismo globale, oppure un impero fragile scosso da continui conflitti» (6). Quali sono i punti essenziali della lotta contro il governo mondiale? Innanzitutto lo smascheramento del federalismo internazionale come centralismo tout court. Il miracolo dell'innalzamento della sovranità onde evitare i conflitti è un salto nella fede assolutamente non supportato da prove storiche. L'Europa ha dato le più belluine e sanguinarie prove di sé proprio nel periodo che ha fatto seguito alle grandi e piccole unificazioni nazionali. Non si vede come una macrounificazione continentale potrebbe contraddire tale esperienza. Quando il continente era diviso in centinaia di entità territoriali semisovrane e semi-indipendenti, prima del pieno dispiegarsi dei miti dei vari monopoli della forza (legittima) sopra territori sempre più vasti, le violenze delle utopie criminali del Novecento erano tecnicamente inconcepibili. Gli eurofederalisti mondiali ritengono lo Stato un fattore di grande progresso nella sua essenza monopolistica, ma manchevole perché territorialmente troppo limitato. I neofederalisti, con varie sfumature, sono invece convinti che vi sia un legno storto dal quale sorge la politica moderna, con il suo portato di statualità pervasiva. Conseguentemente, le due tradizioni si pongono obiettivi inconciliabili: gli uni auspicano il superamento degli Stati nazionali esistenti tramite lo Stato europeo-mondiale e gli altri lo sgretolamento dal basso degli attuali Stati nazionali e la creazione di piccole, pacifiche e libere comunità eventualmente confederate.
La riscoperta del federalismo quale possibile freno allo spaventoso aumento del leviatano governativo si deve in anni recenti alla scuola della Virginia, o di Public Choice, che con James Buchanan, Gordon Tullock e decine di loro allievi ha dato grandi contributi all'analisi della concorrenza istituzionale e di come questa possa essere utilizzata per aumentare le possibilità di scelta degli individui. Questa autentica riscoperta del federalsimo ha profondamente segnato il panorama intellettuale americano negli ultimi decenni. Ma anche in Europa e in Italia sono ormai molti coloro i quali stanno seriamente studiando il fenomeno federazione e federalismo con spirito scientifico, sia dal punto di vista economico che storico-politico.
Dal cuore del federalismo autentico in Europa, la Svizzera, Bruno Frey propone una riflessione degna del miglior incontro fra scienza economica e discipline politologiche. Il professore zurighese da qualche anno va teorizzando l'esigenza di dare spazio, all'interno dell'Europa, a entità politico-amministrative di tipo originale, capaci di costituirsi attorno a un tema specifico e in condizione di coinvolgere istituzioni di vario genere. Egli chiama Focj (functional, overlapping and competitive jurisdictions) tali progetti, che potrebbero trovare spazio nei settori della sanità, dell'istruzione, dell'ordine pubblico o della cura dell'ambiente, sviluppando e approfondendo esperienze che già oggi sono presenti all'interno del sistema federale americano e di quello elvetico. L'idea presuppone l'abbandono del sistema amministrativo rigido, a compartimenti stagni, che assegna le competenze su base territoriale. In questo caso vi sarebbe lo svilupparsi di una libera contrattazione tra enti locali (e anche tra individui) ai quali sarebbe riconosciuto il diritto di uscire - parzialmente - dalle amministrazioni entro le quali essi sono collocati, rinunciando a rifornirsi per un tale servizio dall'organismo loro superiore e «comprandolo», invece, da un consorzio appositamente costituito o comunque da un'altra amministrazione (7). La britannica (ma elvetica d'adozione) Victoria Curzon Price da molti anni parla del pericolo della «fortezza Europa», ossia del protezionismo, e - almeno in ambito intellettuale - non è certo inascoltata. In Italia, l'economista che con maggiore chiarezza ha segnalato la via senza ritorno presa dall'Unione nella ricerca spasmodica di un'unificazione monetaria pericolosa e portatrice di nuova centralizzazione è certamente il torinese Enrico Colombatto (8).
Un altro autore fondamentale di questa prospettiva «eretica», volta a rivitalizzare l'autentico federalismo, è certamente Gianfranco Miglio, il quale ha saputo coniugare lo studio dello sviluppo storico dello Stato moderno con l'interpretazione della lezione schmittiana e nel corso degli ultimi anni si è progressivamente avvicinato alle posizioni libertarie e liberali classiche (9). Ormai inadeguato ad assolvere il proprio compito primario (il controllo dei conflitti armati), lo Stato moderno appare al professore comasco sempre più fuori gioco di fronte alle esigenze della produzione e del benessere. «Per capire il cambiamento di fine secolo, dunque, è necessario comprendere la vocazione al contratto, al pluralismo e al federalismo che nasce dall'impossibilità di gestire altrimenti i bisogni dei governati. Questi infatti sono talmente vari che possono essere soddisfatti solo nel libero mercato» (10). Ma non deve essere sottovalutato pure l'impegno di Ettore Albertoni, storico del pensiero politico e profondo conoscitore delle dottrine politiche nelle aree italiche, che ha molto insistito su di un dato a lungo sottovalutato: la sostanziale mediocrità della storia post-unitaria soprattutto se paragonata a quella delle comunità politiche fiorenti e vitali di Roma, Firenze, Milano, Napoli, Venezia. Insomma, la storia non comincia né con il 1860, né con il 1945, come storici contemporanei e scienziati della politica sembrano ritenere. Il Risorgimento è allora, non solo e non tanto, «conquista regia», ma anche una vicenda che ha al proprio centro il «federalismo negato», al quale contribuì in maniera decisiva l'esasperato e mistico unitarismo mazziniano che finì col convalidare l'estensione della sovranità sabauda quale base necessaria e preliminare per l'unificazione italiana (11).
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I primi colpevoli di abbandono del modello federale autentico furono proprio gli «inventori» del «federalismo moderno», gli americani. Oltre al complesso caso della guerra civile (1861-1865), in questo secolo in America l'ascesa della presidenza imperiale ha certamente offuscato il federalismo delle origini. A livello internazionale, contro l'onda lunga della propria tradizione jeffersoniana, gli Stati Uniti hanno espresso una politica di potenza, hanno agito a tal fine alla «europea», come un autentico Stato sovrano: difendendo il concetto di sovranità nazionale o attaccandolo (come nel caso recente della Serbia). In gran parte questo è stato il risultato dell'impegno nelle due guerre mondiali e del massimo scontro di natura politico-ideologica della storia umana: il conflitto Usa-Urss; esperienze che hanno anche profondamente segnato il panorama intellettuale americano. Una delle figure più rappresentative del conservatorismo americano degli ultimi cinquanta anni, William Buckely, affermò: «Dobbiamo accettare il Big Government per un bel po' - poiché né una guerra offensiva, né una difensiva possono essere condotte... se non per mezzo di una burocrazia totalitaria insediata fra le nostre sponde» (12). La crociata anticomunista aveva come prerequisiti la centralizzazione del potere e l'alta tassazione, con buona pace della tradizione liberale classica americana. Perfino in America, insomma, a un certo punto si era diffusa la convinzione che per combattere il comunismo occorresse diventare sempre più simili ai sovietici.
Solo la fine di quel conflitto e di quel mondo hanno permesso un'inversione di tendenza. Dagli anni di Reagan, in effetti, il governo è ormai visto sempre di più come «parte del problema e non della soluzione», per usare l'efficace motto del grande comunicatore. In tutto il mondo la fine del comunismo ha significato la sconfitta della pianificazione, dell'intervento pubblico e l'inizio di una battaglia delle idee alle sacche di comunismo presenti nelle società occidentali. Il guaio è che l'Unione europea rischia di diventare il ricettacolo di un'archeologia statalista che non ha paragoni nel panorama politico-istituzionale contemporaneo mondiale. L'identità europea sarà forse frutto di secoli di storia e di una cultura condivisi, ma ciò che oggi veramente più accomuna i cittadini del continente è il fatto di vivere sotto governi la cui pressione fiscale sfiora ormai il 50% del Pil. E questi governi si apprestano a irrigidire il loro cartello, procedendo all'allargamento e all'approfondimento dell'Unione, per non dover cedere di un punto percentuale su quelli che ritengono essere i loro «diritti»: a partire dal diritto di disporre dei soldi dei loro sudditi.
Note
1 D.J. Elazar, Idee e forme del federalismo (1987), Milano, Comunità, 1995, p.53; 2 Ibid., p.65; 3 Cfr.: J. Habermas, La costellazione postnazionale: mercato globale, nazioni e democrazia, a cura di L. Ceppa, Milano, Feltrinelli, 1999; 4 Cfr.: Ph. Van Parijs, "Why Surfers Should be Fed: The Liberal Case for an Unconditional Basic Income", Philosophy and Public Affairs, vol. 20, 2, Spring 1991 e Id., Che cos'è una società giusta, Firenze, Ponte alle Grazie, 1995 (il miglior titolo di Van Parijs, ad ogni modo, rimane Marxism Recycled, Cambridge, Cambridge University Press, 1993); 5 Sul fatto che Kant avesse proprio in mente uno "Stato federale" mondiale e che nel 1795 avesse ormai superato il timore della tirannia universale per mezzo del concetto di repubblica, cfr.: G. Marini, Tre studi sul cosmopolitismo kantiano, Pisa-Roma, "Biblioteca di studi kantiani", 1998; 6 J. Rawls, The Law of Peoples, Cambridge, Harvard University Press, 1999, p.36; 7 Cfr.: B.S. Frey - R. Eichenberger, "Competition Among Jurisdictions. The idea of FOCJ", in L. Gerken, ed., Competition Among Institutions, London, Macmillan, 1995; 8 Cfr.: E. Colombatto, "The birth and failure of the EMU project", Journal des Economistes et des Etudes Humaines, 8, 2/3, Juin-Septembre 1998, pp.219-238 e Id., "The crisis of Europe's Centralized Federalism (Ambiguities of a harmonized currency union)", The Independent Review, vol.4, 4, March 2000, p.533-553; 9 Cfr. a questo riguardo il saggio apparso in: Gianfranco Miglio - Henry D. Thoreau, Disobbedienza civile, Milano, Mondadori, 1993, pp.7-33; 10 G. Miglio e A. Barbera, Federalismo e secessione. Un dialogo, Milano, Mondadori, 1996, p.31; 11 Fra i suoi numerosi scritti in proposito, cfr.: E.A. Albertoni, "Statualità e centralismo in Italia", AA.VV., Stati e Federazioni. Interpretazioni del Federalismo, a cura e con Introduzione di E.A. Albertoni, Milano, Eured, 1998; 12 W.F. Bukley, Jr., "A Young Republican's View", Commonweal, 25 gennaio 1952
Luigi Marco Bassani