archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Progetto Forze Armate
&

LIBERAL BIMESTRALE
di Michele Nones

Anno II n. 1 - Febbraio/Marzo 2001

Torna al sommario
Fl4_th  


 Negli ultimi anni è fortemente aumentata la visibilità italiana nella politica internazionale, in gran parte grazie alla partecipazione delle nostre Forze Armate praticamente a tutti gli interventi per il mantenimento e il ristabilimento della pace che si sono succeduti dopo la caduta del Muro di Berlino. Questa nostra presenza, con forze e responsabilità significative, ha contribuito a migliorare la nostra immagine in termini di capacità e affidabilità su un terreno, quello militare, che è riconosciuto a livello internazionale, e in particolare nella cultura anglo-sassone, come elemento discriminante fra Paesi «attori» e «spettatori» nel campo della sicurezza. Attualmente circa 10 mila militari italiani operano all'estero, collocando il nostro Paese fra quelli più impegnati.
Il nuovo e inedito ruolo dell'Italia, unito agli impegni assunti nel quadro della costruzione di una capacità di difesa europea, assunti a Helsinki nel dicembre 1999 e che stanno per essere concretizzati nella partecipazione al previsto corpo d'armata europeo con un livello analogo a quello degli altri principali Paesi, avrebbe dovuto comportare una conseguente trasformazione dello strumento militare che, invece, non si è verificata. Anzi, con un atteggiamento previdente che dovrebbe caratterizzare un moderno Paese, soprattutto su un terreno così delicato, il cambiamento avrebbe dovuto essere per lo meno avviato, se non realizzato, precedentemente. Anche in questo caso si è, però, dovuto accettare la logica del «vincolo esterno», cioè dell'assunzione di impegni internazionali, nel cui rispetto trovare la forza per superare le debolezze del nostro sistema decisionale, sia sul piano politico, sia su quello amministrativo.
In quest'ottica vanno considerati i due unici effettivi cambiamenti decisi (fortunatamente in una logica bipartisan): - il primo è la riforma dei vertici militari del febbraio 1997 che ha formalmente ricondotto a un'impostazione interforze il comando dello strumento militare, assegnandone la responsabilità al capo di Stato maggiore della Difesa (da cui ora dipendono i capi delle singole Forze armate), coadiuvato per la parte tecnico-amministrativa dal segretario generale della Difesa/direttore nazionale degli armamenti (da cui dipendono i direttori generali);

- il secondo è la decisione dello scorso ottobre di abolire, seppure entro sette anni, la leva per passare al solo reclutamento volontario: anche se non è facile quantificarne il contributo, è fuori dubbio che i rischi e le esigenze di professionalità connessi sono stati un potente motore per vincere le resistenze politiche (legate al parallelo utilizzo degli obiettori di coscienza) e quelle militari (legate al mantenimento di una struttura ridondante in grado di moltiplicare i posti di comando).

Anche queste due decisioni, però, devono essere concretamente applicate, rispettandone ancor prima della forma, la sostanza. La riforma dei vertici, ad esempio, nonostante i lunghi anni di gestazione, ancora oggi è lungi dall'essere compiuta: la logica di Forza armata continua a permeare l'impostazione dello strumento e della stessa politica militare, i singoli Stati maggiori continuano a mantenere un potere e un'autonomia, soprattutto nella gestione degli uomini, nella gestione delle risorse finanziarie e nella politica dei materiali, che mal si concilia con un'impostazione effettivamente interforze. La riforma della leva dovrà superare lo scoglio del reclutamento di un numero adeguato di volontari a ferma quinquennale: quelli a ferma annuale, infatti, sul piano militare sono oggettivamente inconsistenti (è, in pratica, la leva trasformata in volontariato, in modo da poterla utilizzare all'estero senza eccessivi condizionamenti, ma con un costo superiore e un livello medio di istruzione inferiore, dal momento che rappresenterà di fatto una sacca di contenimento della disoccupazione giovanile).
In questo quadro è indispensabile approfondire e allargare la riflessione, che da tempo coinvolge il mondo militare e, seppur in modo discontinuo e insufficiente, quello politico, sulle scelte che possono consentirci di rimanere «produttori» di sicurezza.
Il sistema della difesa è un «sistema complesso» in cui le componenti interagiscono in modo continuativo. È un triangolo ai cui vertici stanno la componente politica, militare e industriale. La prima è costituita dalla politica di sicurezza e difesa del Paese o di un insieme di Paesi (quando l'Unione Europea sarà portata a compimento) insieme alla coesione politica che si viene a creare. La seconda è rappresentata dalle Forze Armate e dall'organizzazione dello strumento militare. La terza è quella industriale, intesa come capacità tecnologiche e industriali del Paese. Fra queste tre componenti vi è uno stretto rapporto che deve trovare il suo punto di equilibrio dinamico. Il grado di efficienza del sistema dipende dalla sua capacità di mantenerlo in modo continuo. Di qui la necessità che il cambiamento di una componente sia coerente e contemporaneo con quello delle altre componenti. Seguendo questa impostazione è, quindi, evidente che solo una strategia complessiva che intervenga su tutti i fattori in gioco può garantire le migliori condizioni di successo. Il quadro è reso più complicato dall'integrazione separata delle tre componenti a livello europeo che fino a ora le ha spinte con velocità e traiettorie differenti. Va, quindi, tenuta presente la loro dimensione europea, oltre che quella nazionale, e che, per di più, la prima sta diventando progressivamente prevalente. Nel complesso, fra i tre fattori si deve, di conseguenza, realizzare un equilibrio dinamico, tendenzialmente su scala europea.
La situazione italiana non corrisponde a questa impostazione ottimale, anzi si può sostenere che in tutto il dopoguerra il sistema della difesa sia stato caratterizzato da ritardi o carenze in ciascuna delle tre componenti e da un sistematico squilibrio nei loro rapporti reciproci. Questa inefficienza del sistema si reggeva sul ruolo italiano di «consumatore» di sicurezza, grazie alla Nato e all'ombrello nucleare americano, e sul tacito accordo fra le componenti che il prezzo per non svolgere seriamente il proprio ruolo doveva essere pagato con l'assenza di interferenze: i politici non assegnavano fondi adeguati per la Difesa, ma potevano non farsi carico della politica militare; le Forze Armate (con qualche eccezione) subivano, ma potevano autogestirsi; l'industria doveva convivere con una ridotta spesa per gli equipaggiamenti e con norme e procedure inadeguate, ma poteva contare su un mercato protetto e condiscendente.
Non si può, di conseguenza, meravigliarsi se, dopo cinquant'anni, così numerosi, grandi e incancreniti sono i problemi sul tappeto. Alla base, soprattutto un problema ha avvelenato il settore militare: la sistematica mancanza di risorse che ha inibito la costruzione di uno strumento militare efficiente e ha deresponsabilizzato tutti gli attori, creando un alibi per l'inefficienza del sistema.
Ma il nuovo contesto strategico, politico e militare impone oggi una vera rivoluzione negli affari militari, che non ha paragoni, per ampiezza e profondità, con quella in corso in tutti i principali Paesi industrializzati. Quello che ci differenzia è, per l'appunto, la necessità di reimpostare la politica militare dovendo, nel contempo, ridisegnare l'intera organizzazione militare e potenziare le risorse investite. Mentre gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito possono permettersi di mantenere l'attuale livello di spesa, utilizzando un relativo ridimensionamento delle Forze Armate per recuperare risorse e concentrandosi sull'obiettivo di una maggiore efficienza gestionale interna e nei programmi di acquisizione, l'Italia deve farlo mentre riorganizza drasticamente lo strumento militare, garantendo il necessario supporto finanziario per sanare i ritardi del passato e consolidare le basi del futuro.
Il rischio è che il nuovo positivo e indispensabile quadro finanziario indebolisca la pressione al cambiamento. Il «vincolo esterno» va, quindi, opportunamente gestito da un controllo politico attento alla logica dei risultati complessivi anziché a quella dei consensi corporativi.
È, quindi, cruciale definire un programma di obiettivi che dovrà caratterizzare l'azione del prossimo nuovo governo, con l'auspicio che possa lavorare in un contesto politicamente stabile e che le responsabilità politiche siano attribuite associando la rappresentatività con la competenza.
La delicata situazione della Difesa e le sue implicazioni internazionali, anche per l'immagine del nostro Paese, dovrebbero portare a designare un ministro particolarmente qualificato, capace e disposto a farlo a tempo pieno, evitando l'esperienza dei ministri «dimezzati» che si è spesso verificata in passato. Il nuovo ministro dovrebbe cercare di suddividere equamente la sua attenzione e il suo tempo fra problematiche interne ed estere, limitando al massimo gli impegni di rappresentanza e quelli di pubbliche relazioni: lo stesso mondo militare, in cui le tradizioni sono ancora ben vive, comprenderebbe certamente le ragioni di una minore presenza pubblica a favore di un maggiore impegno sui problemi.
Anche per potersi concentrare sul lavoro il ministro dovrebbe potersi avvalere di una squadra di collaboratori di sua fiducia. I sottosegretari dovrebbero, diversamente dal passato, svolgere un effettivo ruolo di «viceministri», venendo corresponsabilizzati nell'impostazione e realizzazione dell'azione di governo e partecipando a una sorta di «consiglio di Gabinetto» che dovrebbe riunirsi settimanalmente. Le deleghe permanenti dovrebbero suddividere le responsabilità fra area tecnico-amministrativa, tecnico-operativa e del personale, con un'eventuale quarta posizione più direttamente fiduciaria a cui assegnare deleghe ad hoc per i problemi di maggiore rilievo. Il ministro dovrebbe poi avere a sua disposizione un ristretto numero di consiglieri che lo supportino nell'impostare le sue iniziative e lo aiutino nel mantenere, tramite la struttura del Gabinetto, i contatti con la complessa macchina della Difesa, con le altre amministrazioni e con gli interlocutori internazionali. Coniugando le esigenze ministeriali con un'impostazione «imprenditoriale», i campi di specializzazione potrebbero essere, in prima approssimazione, quelli della politica militare, industriale, della ricerca, finanziaria, del personale, delle relazioni esterne.
Con una simile squadra, formata da una decina di persone a cui si devono aggiungere i sei collaboratori istituzionali (capi di Stato maggiore, segretario generale e capo di Gabinetto), il ministro dovrebbe affrontare la decisiva partita di questi obiettivi da porre alla base di un programma quadriennale che potrebbe essere denominato «AD2000», Ammodernamento della Difesa per il Duemila: 1. Appoggiare e spingere i vertici militari (che saranno, per la prima volta, rinnovati contemporaneamente nella prima metà del prossimo anno) a portare a termine la riorganizzazione della Difesa in senso interforze. 2. Mantenere la proiezione internazionale della nostra politica militare e di sicurezza e della partecipazione al processo di integrazione europea (sostenendo e stimolando anche l'industria aerospaziale e della difesa in questa stessa direzione), nel contesto della collaborazione transatlantica. 3. Affrontare il problema della condizione militare riconoscendone le specificità. Su queste basi accelerare il passaggio al reclutamento volontario, riducendo le dimensioni complessive delle Forze Armate a 170 mila uomini e fissandone il termine al 2005 (differenziando le figure professionali cercate sul mercato del lavoro e prevedendo contratti di durata da due a quattro anni, con possibilità di rinnovarli estendendoli fino a un limite massimo di permanenza di dieci anni; realizzando un programma straordinario di nuove infrastrutture residenziali e addestrative; organizzando un'agenzia per il ricollocamento nel mercato civile al termine del periodo di servizio che valorizzi il percorso di crescita professionale conseguito). 4. Rafforzare la struttura gestionale della Difesa, soprattutto nel campo degli approvvigionamenti dove si deve far fronte anche alle esigenze di gestione dei nuovi programmi europei. Questo comporterà che venga stabilizzata la permanenza degli ufficiali più esperti (evitando così un'alternanza che disperde le conoscenze in termini tecnici, procedurali, di rapporti personali e di esperienze maturate), curata la formazione di nuovi ufficiali precocemente selezionati per affrontare questi compiti e organizzato l'inserimento, soprattutto nelle direzioni generali, di nuove risorse professionali civili (con contratti a termine e di formazione per neo-laureati) che consenta di tamponare la carenza di tecnici. 5. Potenziare il coordinamento interministeriale dato l'ormai stretto legame, in termini di politica industriale, della ricerca ed esportativa, delle attività militari con quelle civili. In quest'ottica dovrà essere sostenuto l'impegno del Ministero dell'Industria nel campo delle tecnologie avanzate, in modo da salvaguardare le nostre aree di eccellenza tecnologica, e potenziata l'attività di sostegno alle esportazioni nell'ambito della nostra politica internazionale, contribuendo al raggiungimento di più adeguati volumi produttivi da parte delle società transnazionali europee che si vanno costituendo e che devono poter collaborare/competere in modo più equilibrato con le imprese americane. 6. Migliorare l'utilizzo delle risorse disponibili (esternalizzando le attività non strettamente militari o utilizzandovi il personale civile opportunamente riqualificato, anche incentivandone la fuoriuscita e il lavoro dall'esterno dell'amministrazione con specifici contratti; alleggerendo le strutture della Difesa; efficientando la catena logistica e la politica di ricerca e di acquisizione; controllando le spese e tagliando quelle non indispensabili soprattutto nel campo delle infrastrutture; semplificando le procedure e dando elasticità all'attività gestionale). 7. Aumentare le risorse disponibili con un programma straordinario di dismissione degli immobili che consenta di rinnovare le infrastrutture della Difesa (in quest'ottica dovrebbero essere allentati i vincoli architettonici e, sulla base di specifici accordi con gli enti locali interessati, quelli urbanistici in modo da poter in parte trasferire e in parte vendere in un arco quadriennale tutte le strutture non necessarie, eventualmente utilizzando, per quelle nuove, meccanismi integrativi di ingegneria finanziaria) e con un programma ordinario di crescita delle spese per la «funzione difesa» a 30 mila miliardi entro due anni, rispetto agli attuali 24 mila, destinandolo prioritariamente all'ammodernamento dei mezzi e al trattamento economico del personale. Successivamente, ci si dovrebbe assestare sull'1,5% del Pil.

È un programma molto ambizioso, ma fattibile, anche grazie al lavoro preparatorio che in questi anni è già stato svolto e alle grandi energie e capacità che il mondo militare può mettere in campo. Quello che fino a ora è mancata è la volontà politica di realizzarlo.

Michele Nones

 

web agency Done Communication