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Il brutto anatroccolo

LIBERAL BIMESTRALE
di Luciano Caglioti

Anno II n. 1 - Febbraio/Marzo 2001

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  Nel documento Murst che accompagna la stesura della legge sul riordino della ricerca 297 del luglio '99, si può leggere che «nell'ultimo decennio si registra una sistematica emarginazione di settori produttivi ad alta intensità di conoscenza, con il conseguente abbassamento di specializzazione tecnologica del sistema industriale nazionale aggravato peraltro dai nuovi assetti delle grandi imprese operanti nei settori dell'energia e delle telecomunicazioni. Inoltre i settori che specializzano il sistema industriale nazionale esplicitano una domanda di ricerca da due a quattro volte inferiore alla media europea». E anche che «i dati e le tendenze dell'ultimo decennio, riferiti alla capacità scientifica e tecnologica necessaria per innovare evidenziano una vera e propria deriva del nostro Paese dall'Europa e più in generale dal contesto dei Paesi industrializzati con i quali dobbiamo competere». Affermazioni drammatiche, certamente sofferte e obiettive, comunque oneste e coraggiose da parte del ministro della Ricerca, che corrispondono a quanto da sempre pensano e dicono, a guisa di vox clamans, coloro che vivono nel mondo scientifico e che hanno a cura i destini del Paese. E infatti il rapporto Cnr per il '98 si apre affermando che «se ci fosse una Maastricht della sola ricerca, il nostro Paese non sarebbe entrato in Europa». Una realtà che si inserisce a pennello nello stato d'animo di diffusa incertezza che colpisce l'italiano medio di fronte a una situazione, quella della ricerca, che si è aggravata nell'ultimo decennio, con la necessaria e conseguente presa d'atto del ridimensionamento del mito dell'egemonia politica e culturale della sinistra, costruito in oltre un cinquantennio di propaganda dagli organi di stampa e dall'«intelligenza» ufficiale: una volta al potere, pur col sostegno di grande impresa, stampa, sindacati, taluni settori istituzionali, l'impatto con la realtà dei problemi è stato deludente. E solo le recenti, meritorie azioni del ministro Zecchino in termini di finanziamento e normative, culminate in gennaio nella presentazione del piano triennale della ricerca da parte del prof. Aldo Romano al Cnr, hanno dato un segnale diverso. Se è vero, come è vero, che la accelerazione dello sviluppo economico che si sta verificando è legata soprattutto alla tecnologia, non siamo preparati per una serie di motivi che vengono dal passato. Il primo motivo è legato al fatto che per decenni è prevalso, nella cultura in auge e nella politica, un atteggiamento, se non antiscientifico, quanto meno ascientifico. La scienza non ha mai fatto parte degli interessi dei cosiddetti intellettuali italiani. Casi estremi, un noto intellettuale marxista che, curando la storia della cultura italiana per una importante casa editrice dimenticò la scienza come fonte di conoscenze essenziali per la comprensione della natura dell'uomo, e Moravia che, intervistato da Panorama su «la cultura alle soglie del 2000», non fece il minimo accenno alla cultura scientifica. Prevalse una mentalità antiindustriale tipo «l'industria è un nemico e il profitto un peccato». Nel mondo universitario, questo ha portato all'affermarsi del concetto di tempo pieno, con conseguente distacco dell'Università dalle problematiche del mondo operativo. Con un importante paradosso: il progresso produttivo ed economico del mondo è stato creato in consistente parte da scienziati italiani che sono emigrati, non trovando le condizioni idonee per esprimersi in Italia. Prima di ogni altra cosa, quindi, una questione di mentalità. Un esempio fra tanti: nell'immediato dopoguerra, e per alcuni decenni successivi, l'Italia non prevedeva la brevettazione dei farmaci. Per una serie di motivazioni ideologico-idealistico-socialoidi, tipo «non si può creare profitto sulla salute» ecc. È servito a stroncare sul nascere una seria ricerca, e di conseguenza una solida industria italiana. È servito a dipendere dall'importazione, rinunciando a una attività nella quale gli altri creavano ricchezza. E l'intera nostra storia del dopoguerra è costellata di episodi che ci hanno fortemente limitato. Eravamo primi nello sviluppo nucleare, e abbiamo stroncato una cultura scientifica e tecnologica col «caso Ippolito», l'Istituto di Sanità fu a sua volta travolto da questioni giudiziarie, il che portò a un forte rallentamento delle attività, privilegiammo comparti maturi come la siderurgia preferendoli all'elettronica. Inquietante l'invito a desistere rivolto da un personaggio come Valletta alla Olivetti, così come lo racconta Marco Vitale nella sua relazione al convegno Aifi del 18 aprile 2000: «Noi non dimentichiamo, ed è nostro dovere ricordarlo ai giovani, la grande occasione perduta con la vendita, nel 1964, dell'elettronica Olivetti alla General Electric per un piatto di lenticchie, quell'Olivetti che, con il Progetto Elea, aveva presentato alcuni anni prima, collaborando con l'Università di Pisa, il primo computer italiano, e che nel 1965 presenterà a New York il 101, il primo personal computer del mondo. Mentre il gruppetto di ricercatori rimasto in Olivetti metteva a punto il primo personal computer del mondo, il Presidente della Fiat, Vittorio Valletta, dichiarava all'assemblea degli azionisti Fiat il 30 aprile '64: «La società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza tante difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare, l'avere sviluppato il settore elettronico.» Il business dell'immediato futuro, l'intuizione della famiglia Olivetti, veniva visto come una sorta di cancro, e scoraggiato, da un personaggio che non parlava per parlare, e che sprovveduto certo non era.

I mercati, da un certo momento in poi, venivano conquistati con criteri diversi da quelli di una seria competitività, spesso attraverso compromessi col mondo politico: tutto portava a ritenere inutile, o comunque superflua, la ricerca applicata. E i risultati parlano chiaro. Vediamo qualche dato:

A) Finanziamento della ricerca: nel decennio 90-98 si registra un tasso di crescita negativo in termini reali. Con l'1,03% del Pil (1,3 nel '90) siamo fra gli ultimi in Europa, insieme a Spagna, Portogallo e Grecia che tuttavia presentano tendenza positiva e ci stanno superando. B) Il numero di ricercatori su 10 mila lavoratori è la metà rispetto agli altri Paesi. Fra il '90 e il '97 esso è aumentato del 6%, contro il 22% della Francia, il 50% della Spagna (che ci supera), il 25% del Giappone, il 100% della Finlandia. L'età media dei ricercatori è assai alta: 45, 55 e 60 anni per ricercatori, associati e ordinari universitari, 48 anni per Cnr ed Enea. Il che significa che non vi è stata la necessaria immissione di giovani, e che nei prossimi 5 anni il 30% degli addetti andrà in pensione. C) Per ricerca di base si spende lo 0,24% del Pil contro lo 0,50 della Francia, lo 0,42 degli Usa, lo 0,35 del Giappone. Nelle imprese, tale valore in Italia è fermo allo 0,01%, contro lo 0,06 in Francia, lo 0,11 negli Usa, lo 0,13 in Giappone. D) Il livello di istruzione universitaria nei giovani sotto i 35 anni è la metà dei Paesi Ocse. Nella fascia fra 25 e 64 anni su 100 individui 8 hanno livello di istruzione universitaria contro 13 per la media Ocse, 19 per la Corea del Sud, 13 per Germania e Inghilterra, 10 per la Francia.
E) La spesa per studente universitario è circa un terzo della media Ocse. F) La pubblica amministrazione esprime scarsa domanda di ricerca, a conferma di una generale arretratezza. G) È scarsa la presenza di spin-off della ricerca. Ciò è dovuto (Murst) a carente normativa brevettuale, inadeguatezza del sistema finanziario e bancario, carenza di incubatori nelle università. H) Fra i Paesi industrializzati, l'Italia si colloca agli ultimi posti per quanto concerne la frazione di valore aggiunto hi-tech sul totale manufatturiero (con un regresso, mentre gli altri progrediscono), la frazione di export hi-tech sull'export manufatturiero, l'incidenza dei sistemi computerizzati sull'efficienza del lavoro, l'incidenza della spesa R&D sul valore aggiunto della produzione. I) Nel panorama brevettuale, l'Italia esporta il 3,5% dei brevetti europei contro il 6,9 della Francia, il 19,6 della Germania, il 4,8 della Gran Bretagna. L) Il numero degli utenti Internet su 100 abitanti è pari al 34% della Germania, 17% della Gran Bretagna, all'8% degli Usa. M) Per quanto riguarda la competitività, due autorevoli istituti internazionali, l'Institute for Management Development e il World Economic Forum, posizionano l'Italia rispettivamente al 30° posto su 47, e al 41° su 53. Situazione allarmante, che deriva anche da altri fattori. Un discorso a parte merita la burocrazia. Questa non colpisce solo un settore, ma tutta l'attività nazionale. I tempi in Italia sono lunghissimi per qualunque cosa, anche la più ovvia. Inutile dilungarsi su questo macigno che troviamo in mezzo alla strada dovunque ci dirigiamo. Una sola considerazione: la Regione Umbria non riesce ancora a togliere i terremotati dai containers, il sindaco di Venezia non è riuscito a ricostruire la Fenice, pur essendo valide le persone preposte all'azione, le cause nobili e ovvie, i fondi stanziati, e pur essendo il contesto non inquinato da organizzazioni malavitose tradizionali. Ecco come la Federchimica, in uno studio ad hoc, descrive la situazione: «Abbiamo partecipato, per anni, a dibattiti sui temi della efficienza della pubblica amministrazione e della semplificazione delle procedure: molte lamentele e critiche, poche proposte concrete di soluzione. Ci siamo convinti che la complessità e farraginosità delle normative e delle procedure, insieme alla conseguente scarsa efficienza della pubblica amministrazione, sono, tra i vincoli di natura strutturale che ostacolano lo sviluppo dell'industria chimica italiana, quelli che più penalizzano il sistema Paese nei confronti della competitività internazionale.»

Se ci riferiamo alla ricerca e all'innovazione, non possiamo non sottolineare che in nessun altro settore il fattore tempo è altrettanto vitale. Nei nuovi prodotti, nei nuovi mercati, o si arriva primi o è inutile arrivare. La burocrazia scoraggia soprattutto le nuove iniziative, proprio quelle più interessanti sotto il profilo delle alte tecnologie. Secondo uno studio Ocse «diventare imprenditori in Italia costa oltre 4 milioni, bisogna aspettare 90 giorni se tutto va bene, si devono rispettare 18 diverse procedure. In Gran Bretagna si spendono 840 mila lire, in sette giorni si ottiene l'autorizzazione e bisogna rispettare un'unica procedura». Una situazione grave, costruita in decenni di sottovalutazione del problema da parte dei politici, della cultura ufficiale, e anche della Confindustria: basti ricordare che solo di recente è stata istituita una vicepresidenza sulla ricerca, e che ancora in una delle ultime relazioni di insediamento del presidente la ricerca non era considerata fra le priorità. Analoga la posizione dei sindacati che nelle loro azioni sulle problematiche del lavoro non risulta abbiano preteso con la dovuta efficacia il rispetto del ruolo dell'innovazione nelle attività produttive e in una occupazione «colta». Eppure, uno studio Unioncamere - Ministero del lavoro evidenzia che « il sistema produttivo italiano sembra manifestare ancora domanda di lavoro elementare, sostanzialmente dequalificata, nonché una diffusa resistenza a investire su profili professionali innovativi»... A tutto questo non è estraneo il sistema bancario italiano, che lavora sul patrimonio e non sul rischio. Questo penalizza fortemente le nuove iniziative, quelle che hanno bisogno di capitale di rischio, di investitori che puntano il loro denaro su una idea, su un ragazzo in uno scantinato o su un professore che fonda una impresa su una idea. Il meccanismo, per intendersi, che ha dato inizio all'elettronica e alle biotecnologie negli Usa. In questo quadro certamente non allettante si è sviluppato ed esteso il fenomeno delle acquisizioni dall' estero delle principali imprese dei settori trainanti dell'economia. Sono passate in mani straniere le industrie della siderurgia, della chimica, della farmaceutica, auto, alimentari, molte società di ingegneria, società di servizi e anche ditte singole come Ricordi, Panini ecc. Tutto questo fa parte del fenomeno della globalizzazione, nulla da dire, se non fosse per il fatto che spesso i centri di ricerca vengono ridimensionati o soppressi, con centralizzazione della ricerca nella casa madre. Questo ha diminuito la già scarsa presenza della ricerca industriale.

Cosa fare? Non esistono ricette magiche, che consentano di mutare all'istante una situazione così radicata nel tempo, in un contesto non ricettivo. La legge 297 del luglio '99 ha modificato in senso positivo una serie di punti normativi, e si è agito sul piano normativo anche in termini di autonomia delle università. È ovvio che un aumento delle spese di ricerca, previsto e di recente annunciato per i prossimi cinque anni, se realizzato, sarebbe salutare, così come è ovvia la necessità di una drastica rivoluzione nel groviglio di normative. Il nostro è un Paese cartaceo, legalitario, formalista e sospettoso. Il pragmatismo è pressoché sconosciuto, pure è proprio il pragmatismo che ci può salvare. Unito a un atteggiamento più attento e meno schizzinoso verso il denaro. Diremmo un po' più calvinista e un po' meno cattolico. Tre punti sono certamente da perseguire. Il primo riguarda l'innovazione del sistema delle piccole-medie imprese. I dati sopra riportati sulla frazione hi-tech dell'esportazione sono allarmanti: è chiaro che occorre verticalizzare in senso innovativo le produzioni. Le piccole imprese, proprio in quanto piccole, sono generalmente sprovviste di strutture di ricerca. Per le medie va un po' meglio, ma non tanto. È solo attingendo alla ricerca pubblica che si può fornire alle Pmi il necessario supporto di operatori della ricerca. Attingere, in altri termini, a un patrimonio consistente, malgrado tutto ad alto livello internazionale, che non è ancora intervenuto come potrebbe nell'innovazione del Paese. Tutto ciò che può favorire i contatti fra mondo imprenditoriale e ricercatori pubblici è benvenuto: scambi, stage, consorzi, programmi misti, formazione. Il secondo punto riguarda le novità tecnologiche. Una consistente frazione della ricchezza moderna è creata da iniziative di spin-off. Si tratta di attività che vengono create da una idea, molte falliscono poco dopo la nascita, alcune determinano svolte colossali. Queste iniziative vanno assolutamente incoraggiate, in due diversi modi: eliminare ostacoli, e stimolare i possibili attori. Sugli ostacoli, di natura burocratica e di natura bancaria, abbiamo detto. Vi sono tuttavia anche ostacoli di natura fiscale, che scoraggiano il venture capital. A questi aspetti negativi si può ovviare imitando il sistema israeliano, che prevede che fondi statali possano alleviare il rischio degli investitori privati. Vi sono poi aspetti che riguardano le leggi sulle società che sono troppo rigide. Il fallimento è ovvio nell'hi-tech, e se qualche autorità finanzia uno spin-off che poi fallisce, questa autorità non deve essere chiamata in causa dalla corte dei conti per danno erariale come potrebbe tranquillamente accadere con le norme attuali. Così come l'imprenditore di spin-off hi-tech che fallisce non deve correre il rischio del bancarottiere. Un discorso ovvio riguarda la flessibilità del lavoro, indispensabile in un sistema basato su coraggio, rischio, iniziativa, nel quale chi opera per mandare avanti la sua idea certo non entra nell'ottica di una concertazione sindacale. Occorre anche stimolare gli scienziati, spingerli verso una considerazione attenta di attività rischiose, ma che possono permettere di realizzare e di realizzarsi, anche in termini economici oltre che scientifici. Più attenzione agli aspetti applicativi, ai brevetti, che devono essere considerati, anche in sede di valutazione, come pubblicazioni. Una osservazione: l'ottica che ancora prevale è legata a una logica nazionale. Ma si va facendo strada un'ottica globale, che vede sempre più spesso aziende che delocalizzano ricerca, produzione, commercializzazione in più Paesi. L'importante è essere all'altezza, e occorre dire che malgrado vistose carenze sul piano organizzativo generale, le superbe qualità individuali degli italiani suppliscono abbondantemente. Il terzo punto riguarda la collaborazione intraeuropea e con i Paesi mediterranei. Non sono ancora sfruttate a pieno, sia a livello generale che a livello regionale, le possibilità che l'Europa mette a disposizione della ricerca, sia in termini di fondi, sia in termini di scambi culturali. Così come lo sviluppo dei Paesi della costa sud del Mediterraneo può fornire serie possibilità.

Vi è ancora un punto importante. Il mondo procede attraverso lo sviluppo tecnologico e i suoi prodotti, le sue novità. Il nuovo, in genere, inquieta, donde reazioni talvolta giustificate, più spesso emotive. Particolarmente in Italia, si registrano con frequenza opposizioni alle conquiste tecnologiche, il che ci porta sovente ad autoescluderci da settori vitali e promettenti. Occorre quindi uno sforzo che non è solo economico, non riguarda solo le normative, ma è culturale. Si deve capire, a tutti i livelli, politico, impenditoriale, sindacale, degli operatori e delle persone di cultura, che la ricchezza, prima di essere redistribuita, tassata, destinata a questo o a quel programma, va innanzitutto creata, e per crearla occorre essere ben presenti nei sistemi di acquisizione e applicazione delle conoscenze. Quel che occorre è un profondo ricambio di mentalità, che metta il mondo della reale cultura, quella dell'uomo, che non ignora gli aspetti importanti della scienza e della tecnologia, in condizione di non essere emarginato dall'approccio finora di moda.

 

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