Poca gente negli stadi. Potere delle tv. Colpa della violenza e del caro-biglietti. Ed è un peccato: perché erano belle le domeniche alla partita, gli spalti gremiti, il colore, il calore. Io andavo in curva Filadelfia, la curva dei tifosi della Juventus allo stadio Comunale di Torino, con mia madre. Erano i giorni del calcio romantico, delle figurine Panini, di Rivera l’abatino e di Riva il rombo di tuono, di Giovanni Arpino che regalava ai giovani cronisti l’opera prima di uno scrittore argentino, che fu centravanti in Pantagonia, sognando il San Lorenzo e Omar Sivori: Triste solitario y final di Osvaldo Soriano. Il primo stadio della mia vita fu il «Palestra Italia», dove si esibiva il mio Palmeiras. Quell’infanzia a San Paolo, rimane mitica: tra aquiloni e palloni cominciava il mio ingresso alla vita, l’avvio dell’emozione. E il portiere Oberdan Cattani era il poster nella mia cameretta. Nella mia carriera di inviato speciale ne ho visti di stadi, da Wembley al Maracanà, dal Parco dei Principi al Centenario, dalla Bombonera al Santiago Bernabeu, per non parlare del Sarrià di Barcellona, che oggi non esiste più, ma dove cominciò il mito della nazionale di Bearzot e di Pablito Rossi nella stagione felice del mundial di Spagna, estate 1982. Per non parlare del Filaldelfia, che adesso è un cumulo di polvere e macerie, ma lì cominciò il mito del Grande Torino, di capitan Valentino e degli altri eroi salgariani in maglia granata. Lo stadio come luogo della felicità, dello spirito, come spazio poetico. La prima volta allo stadio, per tifare Inter, del poeta Maurizio Cucchi, ad esempio: ’53. «L’uomo era ancora giovane e indossava / un soprabito grigio molto fine. / Teneva la mano di un bambino / silenzioso e felice. / Il campo era la quiete e l’avventura, / c’erano il kamikaze, / il Nacka, l’apolide e Veleno. / Era la primavera del ’53, / l’inizio della mia memoria. / Luigi Cucchi / Era l’immenso orgoglio del mio cuore, / ma forse lui non lo sapeva». Quante volte sono andato a San Siro per Inter-Juve. Gianni Brera definì questa partita «il derby d’Italia». Furino contro Sandrino Mazzola, Petruzzu Anastasi marcato da Giubertoni, Roberto Boninsegna seguito come un’ombra da Francesco Morini, le invenzioni di Michel Platini e le rovesciate di Rummenigge, i voli pindarici di Anzolin e Giuliano Sarti, di Tacconi e Zenga. Vittorio Sereni così poetò Inter-Juve: Domenica sportiva. «Il verde è sommerso in nerazzurri. / Ma le zebre venute di Piemonte / sormontano riscosse a un hallalì / squillato dietro barriere di folla. / Ne fanno un reame bianconero. / La passione fiorisce fazzoletti / di colore sui petti delle donne. / Giro di meriggio canoro, / ti spezza un trillo estremo. / A porte chiuse sei silenzio d’echi / nella pioggia che tutto cancella». Umberto Saba fu tifoso della Triestina e scrisse cinque memorabili poesie sul gioco del calcio. Trieste ci ricorda Nereo Rocco, il paròn, il football dei «principi della zolla». Tredicesima partita: «Sui gradini un manipolo sparuto / si riscaldava di se stesso. / E quando / - smisurata raggera - il sole spense / dietro una casa il suo barbaglio, il campo / schiarì il presentimento della notte. / Correvano su e giù le maglie rosse, / le maglie bianche, in una luce d’una / strana iridata trasparenza. Il vento / deviava il pallone, la Fortuna / si rimetteva agli occhi la benda. / Piaceva / essere così pochi intirizziti / uniti, / come ultimi uomini su un monte, / a guardare di là l’ultima gara».
Lo stadio non morirà mai. Lo stadio è la nostra giovinezza, il nostro reame dell’utopia, il nostro apprendistato sociale e culturale. Se chiudo gli occhi, rivedo, allo stadio Comunale, Pietro Anastasi segnare in rovesciata contro il Milan. Oppure Riva infilare di testa Anzolin in un epico Juve-Cagliari 2-2 del ’70, scudetto ai sardi. O Gigi Meroni scendere lungo la fascia, con il suo cuore leggero e i suoi capelli al vento. E ancora Koetting realizzare la sua unica rete in Serie A contro l’Udinese di Zico ed Edinho. Riesco, soprattutto, a rivedermi, ragazzino, con la bandiera in mano e l’allegria a incorniciarmi il viso.