Sarà la Nuova Florida». «Il Sud non è un problema, è un'opportunità». «Il governo ha cento idee per il Sud». Non si è ancora spenta l'eco di questi annunci enfatici dei governi di sinistra. E il Sud continua a manifestare gravi divari rispetto al resto del Paese: una disoccupazione cinque volte più alta; - uno sviluppo non autopropulsivo; - un reddito pro-capite poco superiore al 50% rispetto a quello italiano. Gli strumenti di politica meridionalistica messi in atto dai governi di sinistra si sono rivelati largamente inefficaci. Alla base di quella politica è stata posta la cara, vecchia programmazione, variamente denominata: contrattazione d'area, programmazione rivolta al mercato, patti territoriali, accordi di programma, la programmazione dal basso. Uno Stato programmatore che tuttavia non riesce ad assicurare l'adempimento di compiti istituzionali, come la legalità, l'ordine pubblico, l'efficienza amministrativa, una giustizia civile celere, le infrastrutture, la formazione. La programmazione ha coinvolto un numero elevato di protagonisti, con sovrapposizioni e confusioni di ruoli. Cipe, cabina di regia, dipartimento per le politiche di coesione, infine, Sviluppo Italia («che ci sia ognun lo dice, cosa sia nessun lo sa»). Patti e contratti sono stati sottoscritti da decine e decine di rappresentanti del governo centrale, di enti locali, di sindacati, di settori imprenditoriali, di enti camerali e così via: spesso in conflitto reciproco, con visioni cioè diverse dei meccanismi e delle procedure, e con diverse velocità decisionali, di modo che i tempi di realizzazione degli obiettivi si sono, come sempre, allineati a quelli della velocità minore. Non stupisce che le risorse progettate siano state utilizzate solo per frazioni minoritarie. Il limite culturale di queste concezioni di politica economica è lo statalismo. Il Sud ha bisogno di uno Stato anche forte nelle sue funzioni essenziali, ma certo non ha bisogno di statalismo. Uno Stato forte e, per il resto, molto più mercato. Né il Sud vedrà risolti i problemi attraverso l'assistenzialismo. L'Irlanda, la Spagna, il Galles non vi hanno certo fatto ricorso negli anni in cui hanno impresso alle proprie economie i più alti tassi di sviluppo della loro storia. L'assistenzialismo ha due effetti negativi largamente sperimentati nella storia lunga del nostro Meridione: assopisce le energie vitali per lo sviluppo, e impedisce l'avvio di un motore autopropulsivo di crescita. Perpetua, cioè, la dipendenza dal governo centrale e, in senso più lato, dal trasferimento di risorse accordato dal resto del Paese. La vera svolta, sperimentata dai Paesi e Regioni europee già citati (ma anche, ad esempio, dal Veneto alcuni decenni fa), è segnata dall'archiviazione delle politiche di sussidio delle perdite, e dalla messa in atto di una politica che ricostituisca le ragioni del profitto.
Questo è eroso da un fisco eccessivo: ad esempio, da un'Irap che deve essere addirittura pagata anche in assenza di utili (non si proporziona, infatti, a questi, ma al valore aggiunto). È eroso dalle diseconomie derivanti dalla carenza di infrastrutture (poco più del 50% rispetto a quelle del resto del Paese). È eroso dal costo degli adempimenti amministrativi, e dai ritardi nei riscontri alle richieste di autorizzazioni (servono anni per l'iter di costituzione di una impresa). È compresso da dinamiche salariali più in linea con la produttività del resto dell'economia italiana, che da quella locale. È disconosciuto da pratiche creditizie più sensibili alla esistenza di garanzie patrimoniali che di condizioni di profittabilità. È minacciato dalle imposizioni occulte della criminalità organizzata. È indifeso nelle sue certezze giuridiche dalla lentezza della giustizia civile.
In presenza di queste condizioni ostative, il Sud ha difficoltà a munirsi di un'economia di mercato in senso proprio. La denuncia di quegli ostacoli a uno sviluppo centrato sul mercato attraversa tutta intera la storia del nostro Meridione, ed è caratteristica del filone più avveduto della cultura economica meridionalistica. È per reazione rassegnata all'assenza delle politiche indispensabili alla rimozione di quegli ostacoli che, per un'altra parte, quella cultura è scaduta nella rivendicazione del principio risarcitorio. Nella rivendicazione, cioè, di agevolazioni finanziarie che, però, alterano i meccanismi di selezione propri del mercato, premiando iniziative produttive spesso immeritevoli. O di posti di lavoro, come quelli socialmente utili (o «futili») privi di quel livello di produttività che l'economia di mercato accetterebbe di remunerare. Questo è, appunto, assistenzialismo: una politica che, estranea alla logica del mercato, rende le sorti economiche dell'area dipendenti dalla disponibilità a elargire risorse da parte del Paese restante. Una disponibilità che, in presenza di limiti al disavanzo pubblico, di un'alta pressione fiscale anche sulle imprese ubicate altrove, di un clima di crescente concorrenza internazionale, tende a esaurirsi. Una disponibilità che ha creato condizioni favorevoli ad arricchimenti conseguiti con atti di criminalità organizzata e di corruzione politica. Una disponibilità che, in ogni caso, sottopone il Meridione a una condizione di sudditanza che ne ferisce l'orgoglio e la dignità. Il mercato può liberare da questi fenomeni e da questi condizionamenti. Si è visto quali e quanti ostacoli si frappongano tuttora al pieno dispiegarsi dei meccanismi propri di un'economia di mercato in questa (così ampia territorialmente, così rilevante demograficamente) area del Paese. E ciò, nonostante siano numerose le condizioni che ne favorirebbero lo sviluppo. Nel Meridione si verifica una natalità delle imprese superiore alla media italiana: c'è, a dispetto delle difficoltà, una gran voglia di fare. Vi è disponibilità di forze lavoro giovani che mancano nel resto del Paese. Ci sono radicate tradizioni di risparmio. C'è una natura straordinaria che una moderna agricoltura e un turismo professionale potrebbero valorizzare molto più di quanto oggi accada. Vi è la possibilità di attrezzare aree produttive ormai carenti nelle zone a più alta intensità industriale del Paese. Esiste un patrimonio artistico, monumentale, archeologico senza paragoni. C'è la concreta prospettiva , colpevolmente lasciata finora inoperosa, di un salto di produttività da new economy, e al tempo stesso vi operano istituti di cultura di grande prestigio: con la possibilità di una new society, arricchita dalla combinazione di tradizioni e modernità. E infine il Sud ha una posizione geografica verso il bacino dei Paesi mediterranei molto promettente ai fini dello sviluppo dei trasporti, degli scambi, della finanza.
Questo assieme di condizioni rende intuitivamente enorme il costo, mai calcolato, che il Sud e l'intero Paese hanno finora pagato con la rinuncia a una moderna economia di mercato, e con la preferenza invece accordata a politiche stataliste: che non creano, ma al più redistribuiscono (secondo criteri non chiari) la ricchezza.
Stato e Regioni dovrebbero fare, invece, la propria parte nel porre le condizioni affinché nel Sud operi un'economia di mercato competitiva e libera dagli ostacoli che continuano a interdirne il funzionamento e la crescita. Perché questo accada, proponiamo qui un decalogo per una moderna politica meridionalistica.
1. Lotta alla criminalità: che distorce l'uso delle risorse pubbliche e costituisce una tassa impropria sulle risorse private. 2. Infrastrutture: che sono al Sud carenti, in ragione di oltre il 50% rispetto al resto del Paese: il costo corrispondente può essere ridotto per la finanza pubblica grazie ai fondi strutturali e al cofinanziamento privato. 3. Minore pressione fiscale: un regime fiscale allineato a quello del resto del Paese provoca effetti recessivi maggiori nel Sud, che già muove da una crescita potenziale minore. 4. Efficienza della pubblica amministrazione, deregulation, devolution: la combinazione di centralismo, di pubblica amminisrazione demotivata (non meritocratica) e di eccesso di leggi e regolamentazioni è fattore di ristagno; anche i Patti territoriali e i contratti d'area sono affetti da questa stessa limitazione. 5. Contrattazione decentrata e formazione: in un'area dove la disoccupazione è ai massimi storici, la contrattazione a livello nazionale è causa di squilibri sistematici del mercato meridionale del lavoro; a questi squilibri sui aggiunge quello della mancata rispondenza delle qualifiche professionali rispetto alle richieste delle imprese. 6. Sistema bancario Sud-centrico e sistema finanziario ammodernato: non vi sono nella storia esperienze di sviluppo prive del sostegno di una rete bancaria e finanziaria efficiente e con prevalente (ancorché non esclusiva) vocazione locale; occorre evitare che il Sud si trasformi in bacino di raccolta più che di impieghi bancari e finanziari. 7. Collegamento tra centri di ricerca e imprese: perché la ricerca non costituisca un settore astratto rispetto alle necessità di ammodernamento dell'economia circostante. 8. New economy: occorre mettere in rete le imprese del Sud con il Centro-Nord, l'Europa e i Paesi mediterranei; incentivare il turismo e in generale le imprese meridionali all'introduzione delle nuove tecnologie telematiche per migliorare il marketing, i canali di finanziamento, le tecniche di approvvigionamento; valorizzare la straordinaria risorsa rappresentata dai giovani del Sud, affinandone la preparazione in questi campi. 9. Perequazione delle entrate degli enti locali: quelle dei comuni del Sud sono attualmente, se misurate pro-capite, pari al 70% di quelle medie del Nord. 10. Certezze circa le politiche del governo: sia quelle macroeconomiche e fiscali, sia quelle verso i settori produttivi più promettenti per il Sud. L'incertezza provocata dal susseguirsi di annunci di sole buone intenzioni, seguiti da altrettanti nulla di fatto, costituisce di per sé un fattore aggiuntivo di freno per gli investimenti e per l'intrapresa di nuove attività produttive.
Antonio Marzano