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Nevrotico "oeconomicus", malato dei nostri giorni

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Risé
Liberal n. 9 - Dicembre 2001/Gennaio 2002

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C'è una relazione tra il nostro pensiero economico e il malessere psichico? Qualsiasi coscienzioso operatore della psiche si pone un giorno o l'altro questa domanda, perché coscienza e inconscio denunciano in continuazione la sproporzione tra le preoccupazioni legate ai meccanismi economici, quelle affettive e istintuali nella vita dell'individuo e le nevrosi che da questo squilibrio insorgono. Sono sempre più frequenti infatti le nevrosi prodotte da dispositivi o orientamenti economici (ad esempio: consuma quanto è socialmente richiesto, e guadagna di conseguenza), a detrimento dei bisogni e desideri affettivi o istintuali. Curiosamente però, l'approfondimento di questo squilibrio, e delle sue ragioni, è pressoché assente dalla riflessione psicologica mentre più ricco e utile di indicazioni in proposito appare il pensiero di altre scienze umane, in modo particolare quello dell'antropologia e sociologia culturale, di parte delle scienze politiche e dello stesso pensiero economico. All'incro-cio di queste diverse discipline, e di altre, come la filosofia e l'epistemologia, si colloca l'opera di Serge Latouche, di cui è stato ora pubblicato da Arianna L'invenzione dell'economia, mentre Bollati Boringhieri, suo editore abituale, aveva pubblicato alla fine dello scorso anno La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea. I saggi di Latouche raccolti nell'Invenzione dell'economia andrebbero accuratamente studiati per comprendere come fare a liberare il contemporaneo nevrotico oeconomicus dalle sue ossessioni dominanti. Sapere infatti che l'economia viene «inventata» solo da un certo punto in poi, e che come scienza è inoltre assai dubbia, dato che non ha un oggetto di osservazione preciso, al di fuori di quelli prodotti dallo stesso discorso economico (come osservava già Fourquet), può aiutare chi soffre delle molteplice coazioni indotte dal «discorso economico» a guardarle con occhio più critico.
«Non esiste qualcosa come la vita economica, bensì la vita tout court». La progressiva autonomia dell'economia dalla vita nel suo complesso è dovuta secondo Latouche allo sviluppo unilaterale manifestatosi da un certo punto in poi nella ragione occidentale. Egli ricorda che la ragione aveva presso i greci due aspetti: il logos e la phronesis, la saggezza. Latouche nota che nel pensiero dell'Occidente moderno, il logos sostituisce del tutto la phronesis e diventa «razionalità calcolante»: quella del calcolo economico. Che tuttavia, avendo perso di vista la saggezza, e la vita nel suo complesso, è sempre meno in grado di spiegarla e rappresentarla. Se non cercando disperatamente di ridurre la vita a calcolo: e quanto innaturale e produttiva di malessere sia quest'operazione è appunto ciò che l'operatore della psiche attento deve constatare ogni giorno.
A questa razionalità calcolante, strumentale, Lato-uche oppone la dimensione del ragionevole. Quando ci si occupa di esseri umani, osserva Latouche, la razionalità strumentale e calcolante (che può funzionare per acquistare in borsa), non basta più, perché si ha a che fare con dei valori: la libertà, la giustizia e altri ancora. (E potremmo ag-giungere con stati d'animo: la felicità, la sofferenza...) Solo se si fosse eliminato ogni valore, o collocandosi all'interno di un solo valore (ciò che è stato chiamato: «il pensiero unico occidentale»), ci si potrebbe affidare alla sola razionalità calcolante.

Serge Latouche, L'in-venzione dell'economia, Arianna Editrice, 186 pagine, 22 mila lire

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